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Piero della Francesca
De prospectiva pingendi - A cura di Chiara Gizzi
Venezia, Edizioni Ca’ Foscari Digital Publishing, 2016.
De prospectiva pingendi - A cura di Giusta Nicco Fasola
Firenze, Le lettere, 1984 (ristampa anastatica dell’edizione 1942)
Recensione di Giovanni Mazzaferro
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Ritrovamento delle tre croci e verifica della Croce, Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
Contro le Edizioni Nazionali delle Opere…
Non ho nessuna difficoltà a
dirlo. Io sono molto diffidente nei confronti delle Edizioni Nazionali degli
scritti di chiunque. In genere possono essere equiparate alla versione
editoriale della Salerno-Reggio Calabria (che pure pare abbia avuto una fine).
Basti pensare all’Edizione Nazionale degli scritti di Antonio Canova, che dal
1993 ad oggi ha prodotto tre volumi, oppure a quella degli scritti di Leon
Battista Alberti, nel cui ambito, senza alcun senso, sono stati pubblicati
volumi contenenti atti di convegni, mettendo il pubblico di fronte al dilemma
se comprare anche questi, oppure no (e io naturalmente mi sono astenuto). Le
Edizioni Nazionali, insomma, nascono con le maiuscole e spesso finiscono con le
minuscole.
Non che Piero della Francesca
faccia eccezione. Se si fa una ricerca su Internet, si trova quasi subito la
notizia Adnkronos che è “pronta l’edizione nazionale degli scritti di Piero
della Francesca”. Risale al 22 marzo 1995. In quell’anno Giunti ha pubblicato (in edizione di lusso inaccessibile agli esseri umani) il Libellus de quinque corporibus
regularibus. Del 2012 poi è l’edizione del Trattato d’abaco. Per il De prospectiva pingendi stiamo ancora
aspettando [aggiornamento: sono state pubblicate dall'Istituto Poligrafico dello Stato le edizioni critiche sia dell'edizione latina che di quella italiana nel 2017]. E l’attesa è davvero lunga, perché dura dal 1942, anno in cui
Giusta Nicco Fasola pubblicò la prima, famosissima edizione dell’opera, poi
ristampata in anastatica nel 1984 da Le Lettere di Firenze, con l’aggiunta di
saggi introduttivi, fra cui spicca quello di Eugenio Battisti.
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Adorazione della Croce e incontro fra Salomone e la Regina di Saba, Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
… ma a favore dell’edizione Gizzi
Per questo motivo non esito a
dire che ho fatto i salti di gioia quando ho saputo che Chiara Gizzi ha
pubblicato di recente l’edizione critica della versione in volgare del De Prospectiva pingendi. Semmai (da
incallito bibliofilo) mi sono rammaricato che sia uscita solo in edizione
digitale (la
potete consultare cliccando qui). Non si può avere tutto. Molto
modestamente l’autrice tiene a circoscrivere la portata del suo lavoro,
collocandolo come prodromo nell’ambito degli studi che porteranno appunto
all’edizione critica del De prospectiva
pingendi prevista nell’ambito dell’Edizione Nazionale. Tuttavia io
appartengo alla categoria di coloro che preferiscono studi limitati subito
piuttosto che studi enciclopedici mai. E sto già facendo un torto alla
curatrice definendo “limitato” il suo lavoro. Si tratta pur sempre di
un’edizione impeccabile. E, come noto, la versione fondamentale del De prospectiva pingendi – che ormai
buona parte della critica concorda nel riferire agli anni Settanta del
Quattrocento – è quella in volgare. A ben guardare, il principale merito della
presente versione è quella di stabilire un testo che parte dalla trascrizione
dell’esemplare di Parma (vedi oltre), ma coglie le varianti e gli sviluppi di
un lavoro che sono fornite dagli altri testimoni a noi noti. Semmai ciò che
manca è un’edizione critica delle illustrazioni. Si tratta di un lavoro immane.
Ma tutto il resto c’è, ed eccome.
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Battaglia di Eraclio e Cosroè, Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
I manoscritti
Ad oggi esistono otto manoscritti
che testimoniano, in toto o in parte, il De
prospectiva pingendi: quattro sono in volgare e quattro in latino. Quelli
in volgare si trovano a Parma, Reggio Emilia, all’Ambrosiana di Milano e
all’Archiginnasio di Bologna; i testi in latino sono invece sempre
all’Ambrosiana, a Bordeaux, alla British Library di Londra e alla Bibliothèque
Nationale di Parigi. Secondo la testimonianza di Luca Pacioli (che nella
sostanza non viene messa in discussione dai riscontri documentali) Piero della
Francesca fece tradurre dal volgare al latino la sua opera da un “maestro
Matteo”, suo conterraneo, che la critica tende oggi ad identificare con Matteo
di ser Paolo d’Anghiari; scopo della traduzione sarebbe stato di allineare il
livello del testo a quello del destinatario finale, molto probabilmente
Federico da Montefeltro. Nella sostanza, dunque, si sarebbe verificata una
situazione molto simile al De pictura dell’Alberti: un’edizione in volgare ad uso degli artisti ed una in latino per
un pubblico di ceto sociale più elevato.
Ciò detto i manoscritti, sia
quelli in italiano sia quelli in latino, testimoniano fasi diverse della
lavorazione dell’opera, che è compito della curatrice cercare di collocare in ordine
cronologico. Naturalmente ve ne sono alcuni che hanno un peso maggiore. Senza
dubbio bisogna far rientrare in quest’ambito quello di Parma (Biblioteca
Palatina ms. 1576), quello della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia
(sconosciuto a Giusta Nicco Fasola quando pubblicò la sua edizione del 1942, ha
segnatura ms. Reggiano A 41/2) e i manoscritti in latino dell’Ambrosiana (ms.
S.P.6 bis già C 307 inf.) e di Bordeaux (ms. 616). L’esemplare di Parma è
completamente autografo, sia nei testi sia nei disegni; gli altri tre
presentano il testo trascritto da un copista, mentre i disegni sono autografi
di Piero e compaiono correzioni e annotazioni marginali dell’artista. In
particolare il Reggiano e il manoscritto latino dell’Ambrosiana sono stati
trascritti dallo stesso copista che, se ci vogliamo fidare di Pacioli, potrebbe
essere il “maestro Matteo” sopra citato.
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Annunciazione Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Sogno di Costantino Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
Il manoscritto di Parma e l’edizione Gizzi
Appare evidente che le copie con
testo, annotazioni o disegni di Piero corrispondono a fasi diverse di
lavorazione dell’opera. Ciò che Chiara Gizzi arriva a sostenere (secondo me in
maniera soddisfacente), grazie a un lavoro di scavo filologico davvero di
rilievo, è che il manoscritto parmense (il più famoso) corrisponde ad un
livello finale di sistemazione dell’opera. La versione reggiana in volgare
sarebbe invece quella più precoce. Ad essa rimandano le altre copie in volgare.
Il manoscritto di Parma sarebbe molto probabilmente successivo anche alla
traduzione in latino conservata all’Ambrosiana di Milano.
Resta in qualche modo confermata
l’intuizione di Nicco Fasola, che già nel 1942 sosteneva che i due manoscritti
di Parma e Milano avevano probabilmente un antecedente. Questo antecedente;
come si è detto, potrebbe essere l’esemplare di Reggio o, meglio, un’ulteriore
versione, posto che in quest’ultimo caso sono autografi solo i disegni.
Ad ogni modo, Giusta Nicco
Fasola, nella sua edizione del De prospectiva
pingendi si servì del manoscritto parmense; la stessa cosa fa Chiara Gizzi,
proponendo tuttavia un’organizzazione della pagina per “fasce”, in cui, in
basso, trova appunto spazio l’indicazione di varianti derivate dagli altri
testimoni e che documentano fasi antecedenti del lavoro di Piero. Da tener
presente, peraltro, la presenza di un utilissimo glossario finale (quasi
quaranta pagine) che approfondisce significato e utilizzo dei termini tecnico-scientifici
nell’opera dell’artista aretino.
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| Piero della Francesca, Storie della Vera Croce, Vittoria di Costantino su Massenzio, Basilica di San Francesco, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
La prospettiva e l’edizione Nicco Fasola
Non si può tuttavia eludere un
tentativo di interpretazione più generale dell’opera. Non è questo – sia chiaro
– il compito di Chiara Gizzi, e in questo senso la sua edizione non può quindi
considerarsi deludente. L’esame di Gizzi ha natura prettamente filologica e ha
come ragione ultima il ristabilimento di un testo e la descrizione delle
varianti. Scriverò queste righe facendo riferimento, invece, alla celebre
prefazione che Giusta Nicco Fasola antepose alla sua edizione del 1942 e al
saggio che Eugenio Battisti ha scritto a commento della medesima nella ristampa
anastatica del 1984. Come evidente dalla lettura dell’introduzione di Nicco
Fasola, la sua interpretazione dell’opera è in una chiave idealista di chiara
matrice crociana. In poche pagine la curatrice parla di “idealismo matematico”
(p. 19), definisce Piero “un idealista che davanti alla mutevole realtà
sensibile le cui apparenze sono caduche e insoddisfacenti, metteva il prisma
della perfezione geometrica” (p. 20), aggiunge che lo scrivente “parla da
matematico, svolge da geometra dei problemi, ma esprime un ideale da artista”.
Eppure quando c’è da prendere le
distanze da Croce, Nicco Fasola lo fa senza remore. Succede, ad esempio, quando la curatrice analizza il rapporto fra
arte e scienza e l’estetica crociana con riferimento al Rinascimento. Si è
detto centinaia di volte che, in merito, le posizioni di Croce erano
filo-umanistiche. È un’affermazione sbagliata. Nicco ha la chiara percezione
che non solo per Piero, ma ad esempio anche per Leonardo e più in generale per
l’Umanesimo, arte e scienza fossero un tutto inscindibile. “Il problema del
dissidio di scienza ed arte non esiste nel ‘400-‘500 perché non esisteva la
differenza, dal momento che l’unica distinzione era tra scienza e non scienza,
arti meccaniche ed arti liberali” (p. 10). È solo tenendo presente questo
aspetto, a mio avviso, che si può comprendere appieno l’appartenenza del De prospectiva pingendi alla letteratura
artistica, e non ai trattati di matematica, o di geometria. Perché una cosa è
fuori di dubbio (ed è anche il motivo per cui l’opera è stata così poco
frequentata storicamente): ci troviamo di fronte a una serie di dimostrazioni e
formulazioni di carattere geometrico, e nulla c’è di “letterario” se per
“letterario” vogliamo sottolineare l’ossatura narrativa o argomentativa di un
testo.
È tenendo a mente questi
aspetti che Nicco Fasola, partendo da Croce, guarda a Panofsky e al suo La prospettiva come forma simbolica del
1924, in cui si chiarisce il carattere “relativo” e non assoluto della
prospettiva: “la prospettiva è un coefficiente storico, un’elaborazione
spirituale in continua mutazione e non una legge inderogabile, senza volto, che
si tratta solo di scoprire” (p. 4). È anche il portato diretto del
neoplatonismo (e non del platonismo), e l’abbandono dell’aristotelismo
medievale. Lo spazio che ci circonda non è più un elemento in cui il cielo è
più importante della terra perché più vicino alla realtà celeste, ma un
elemento uniforme, in cui cielo e terra sono egualmente distanti e vicini
rispetto alla realtà divina e in cui tale realtà si può scoprire riassumendola
in forme geometriche essenziali. “Potremmo parlare a rigore solo di prospettiva
individuale, che è quella che ci permette di capire come le ricerche
scientifiche si svolsero in arte nel ‘400 o in secoli seguenti. In realtà,
quando guardiamo i maestri del principio del ‘400 non vediamo soluzioni
approssimative e progressive di problemi prospettici […] Se vogliamo contenere
la prospettiva nei termini dell’arte, dobbiamo considerare ogni soluzione come
legittima e sostanziale, ed è infatti legata ad infiniti altri fattori che
contano nell’espressione del quadro […]. Le composizioni prospettiche del Lippi
o dell’Angelico non sono meno esatte o di sviluppo meno completo in confronto
con quelle di Piero, sono indivisibili da tutto ciò che costituisce l’arte del
Lippi e dell’Angelico. La prospettiva come scienza è nata dopo, come la
sintassi rispetto alla lingua” (p. 5).
Sono righe fondamentali.
Naturalmente è possibile ed è doveroso analizzare le singole dimostrazioni, i
diversi modi per rappresentare la realtà sensibile, le immagini e gli esercizi
proposti da Piero. Ma non si può pensare di farlo (solo) in termini
storico-evolutivi, cercando cosa Piero sapesse o cosa non sapesse, cosa avesse
inventato e cosa no. Quello che trapela dalla lettura ardua delle pagine
pierfrancescane non è solo conoscenza: è un modo di concepire e rappresentare il
mondo tramite la pittura e grazie alla prospettiva, un modo estremamente
personale e soggettivo; come tale, irripetibile. Ma a distanza di secoli ci
lascia ancora ammirati attraverso i suoi affreschi.






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