Il significato delle fonti per la storia dell’arte dell’epoca moderna
Supplemento all’Allgemeine Zeitung, Monaco, 19 settembre 1892
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| Julius von Schlosser in poltrona, 1925. Foto di Theodor Bauer Fonte: https://monuments.univie.ac.at/index.php?title=Datei:Julius_von_Schlosser.jpg |
N.B.:Su Julius von Schlosser si veda su questo blog: L'Italia di Julius von Schlosser, A cura di Loredana Lorizzo; Julius von Schlosser a 150 anni dalla nascita. Le celebrazioni a Vienna; Julius von Schlosser e due antologie di fonti di storia dell'arte; Julius Schlosser Magnino, La letteratura artistica; Albert Ilg e Julius von Schlosser: due modi diversi di interpretare Cennino Cennini nell'Austria-Ungheria del 1871 e del 1914.
In occasione del 150° anniversario della nascita di Julius von Schlosser
(celebrato con un apposito convegno ed una mostra a Vienna proprio in questi giorni [1]), ci
piace pubblicare la traduzione in italiano di un suo articolo sul significato
delle fonti per la storia dell’arte, comparso il 19 settembre 1892 sul Supplemento
culturale dell’Allgemeine Zeitung. A
soli ventisei anni Schlosser offre un’analisi del ruolo delle fonti nelle belle
arti e in architettura, distinguendo tra fonti scritte e fonti monumentali ed
identificando il diverso uso che di esse si può fare a seconda delle discipline
e dei periodi storici. Si tratta, a ben guardare, della stessa suddivisione
implicitamente proposta nella premessa metodologica del suo capolavoro, Die
Kunstliteratur (La letteratura artistica) [2] pubblicata nel 1924, ovvero trentadue anni dopo. In essa si dice
testualmente: “Il concetto stesso della
scienza delle fonti ha bisogno di una limitazione: si intendono qui le fonti
scritte, secondarie, indirette; soprattutto quindi, nel senso storico, le
testimonianze letterarie, che si riferiscono in senso teoretico all’arte, secondo
il lato storico, estetico o tecnico” [3]. Le fonti primarie sono invece le
opere d’arte nella loro fisicità, o, meglio, con espressione tipicamente
ottocentesca, i “monumenti”, che qui includono anche dipinti e non solo
sculture o architetture. L’articolo del 1892 contiene un riferimento alla
pubblicazione, lo stesso anno, del suo Schriftquellenzur Geschichte der karolingischen Kunst [4] (Fonti scritte sulla storia
dell’arte carolingia), che viene incluso nella prestigiosa collana delle Quellenschriften
für Kunstgeschichte und Kunsttechnik (Fonti
scritte di storia dell’arte e di tecnica dell’arte). Quattro anni più tardi
Schlosser amplia la propria ricerca, con il Quellenbuch zur Kunstgeschichte des abendländischen Mittelalters [5],
libro delle fonti dedicato all’intero medioevo occidentale, sempre pubblicato
nella stessa serie.
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| Julius von Schlosser, Fonti scritte sulla storia dell’arte carolingia (Vienna, 1892) |
Al tempo stesso il testo rivela l’influenza che a quell’epoca il
positivismo storiografico ha sull’opera del giovane studioso austriaco (che
solamente dieci anni dopo scoprirà l’idealismo crociano). Si nota anche il
grande influsso che su Schlosser ebbero gli studi filologici ed il percorso
multidisciplinare della sua educazione: archeologia, medievistica, diplomatica,
numismatica. Colpisce infine il desiderio di ridurre le fratture metodologiche
che ormai segnano la divisione tra studio dell’arte antica, medievale e
rinascimentale-barocca. Infine, la letteratura artistica (termine che Schlosser
non utilizza nel 1892) è sempre considerata come una disciplina che non è fine
a se stessa, ma è ‘secondaria’, ovvero deve trovare il proprio contraltare
nell’analisi scientifica delle opere. Diviene in tal modo evidente la
differenza tra il filone viennese dello studio delle fonti di storia dell’arte,
cui Schlosser appartiene, inaugurato a metà secolo da Eitelberg von Edelberg
proprio come necessario completamento allo studio documentale dei materiali, ed
il filone berlinese di Guhl e Waagen,
anch’esso avviatosi a metà Ottocento, tutto impregnato d’idealismo e basato
sulla valorizzazione degli scritti d’artista come manifestazione del genio e
fonte originale d’interpretazione della loro arte.
L’articolo è pubblicato in
allegato all’Allgemeine Zeitung (uno dei due maggiori giornali tedeschi
dell’epoca), quotidiano fondato a Tubinga nel 1798, ma, a partire dal 1882,
stampato a Monaco di Baviera. Il supplemento al giornale esce ogni giorno ed
ospita contributi culturali. L’originale dell’articolo dello Schlosser è disponibile in versione online nell’Archivio della Biblioteca di Stato della
Baviera (Bayerische Staatsbibliothek).
Julius von Schlosser
Il significato delle fonti per la storia dell’arte dell’epoca moderna
Il significato delle fonti per la storia dell’arte dell’epoca moderna
(Traduzione di Francesco Mazzaferro)
A differenza della maggioranza delle
altre discipline scientifiche, le fonti sia della storia dell’arte antica sia di
quella recente si dividono in due gruppi differenti: le fonti monumentali e
quelle letterarie. È una duplicità che non è mai esistita e non è utile allo studio. La storia
della nostra scienza offre un’immagine esemplare di ciò che si è appena detto.
L’indagine antiquaria del XVI e XVII secolo – penso in questo caso ai grandi repertori
degli storici italiani e francesi, come Montfaucon [6] (Monuments de la monarchie
française), Cange [7] (Constantinopolis
christiana), Muratori [8], Maffei [9] – possedeva una conoscenza profonda di tutta
la precedente letteratura rilevante, sia di quella dotta sia di quella
popolare, il che rende quelle opere molto utili anche oggi. È comprensibile
che, a quei tempi, le loro conoscenze sui monumenti non potessero invece essere
della stessa qualità. Le opere d’arte venivano riprodotte attraverso
costosissime copie di incisioni in rame, raccolte in eruditi volumi in folio.
Con poche eccezioni, tali riproduzioni erano rimodellate nelle forme dello
stile prevalente all'epoca, fornendone quasi un’immagine caricaturale. Non
bisogna infine dimenticare che lo spirito dell’epoca era molto più orientato
all’erudizione basata sulla conoscenza di testi scritti che sull’osservazione
diretta delle opere d’arte. Nulla può provare questo punto meglio dei libri
sulla pittura sacra che vengono pubblicati dopo il Concilio di Trento, dal Molano
[10] o dall’Arcivescovo Federico Borromeo [11] ed altri. Si pensi a
quegli scritti del XVII secolo che devono indicare ai pittori numerosi errori e
violazioni commessi, come, ad esempio, alle opere di Jünger [12] e Rohr [13] in Germania, Pelletier [14] in
Francia, Ayala [15] in Spagna*. La
conoscenza delle immagini da parte degli autori è veramente limitata; non sono
in grado di citare più di una dozzina di dipinti realmente esistenti e fanno
riferimento quasi esclusivamente a materiale letterario, tratto da
libri.
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| Prima pagina dell’articolo su “Il significato delle fonti per la storia dell’arte dell’epoca moderna”. Fonte: http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0008/bsb00085558/images/index.html?fip=193.174.98.30&seite=543&pdfseitex=. |
Tutto è cambiato da quando, con
l’arrivo di Winckelmann, la moderna storia dell’arte è stata basata su un
metodo. Il merito va specialmente all’ancor oggi esemplare Atlante d'Agincourt [16], che è
stato arricchito grazie all’opera di un uomo di grande valore, ed oggi troppo
poco apprezzato, come von Rumohr [17].
Non bisogna scordare von der Hagen [18],
il primo ad aver coltivato allo stesso tempo arte medievale e storia della
cultura. È a lui che, con riguardo all’epoca moderna, dobbiamo il termine
tecnico spiritualmente più ricco ed azzeccato della storia dell’arte:
l’espressione ‘stile romanico’, che nasce dalla considerazione del
parallelismo nello sviluppo della lingua e dell’arte nel primo Medio Evo. Da
una sola espressione si riconosce un grande studioso.
Grazie all’esempio di questi uomini
ci si è potuti dedicare con il doppio dell’ardore allo studio (così a lungo trascurato)
dei monumenti, anche in virtù dei grandi progressi nel campo della tecnica,
come ad esempio la scoperta di nuovi metodi di riproduzione come la litografia
ed in seguito la fotografia e la possibilità di produrre meccanicamente un
numero illimitato di copie. Ciò ha reso possibile documentare le opere d’arte
in modo fedele ed affidabile. Anche l’enorme semplificazione nella possibilità
di compiere qualsiasi genere di viaggio ha contribuito al medesimo risultato.
Se dunque gli eruditi, nel primo terzo del nostro secolo (si pensi a Fiorillo [19], la cui
Storia delle arti del disegno in
quattro libri costituisce una vera e propria miniera, da cui si continua a
trarre materiali spesso tralasciando di menzionare la fonte) potevano offrire
un vastissimo panorama di letture sia per quel che riguarda l’arte antica sia
in merito a quella più recente, da allora la nostra conoscenza delle fonti
scritte è andata regredendo in maniera sensibile, a vantaggio di una sempre più
nutrita disponibilità di materiali sui monumenti. Al punto tale che si potrebbe
dire che le citazioni contenute nei libri più recenti provengono tutte da opere
delle epoche precedenti. Si è così dedicata sempre più attenzione alle fonti
dell’arte impersonali, anche in base al fatto che ognuna di esse richiede
interesse specifico; e passando di progresso in progresso siamo arrivati ad
identificare la salvaguardia del patrimonio artistico come nuova disciplina.
Ed infatti è proprio a questa
ricerca sul patrimonio artistico che bisogna attribuire gran parte dello
sviluppo metodologico della nostra scienza. È per certi versi cosa ovvia,
giacché i monumenti sono le colonne portanti di tale scienza, mentre le fonti
letterarie (nella loro diversa fruibilità, nella loro incertezza ed a volte
nella loro mancanza di chiarezza) non possono che ricoprire un ruolo
secondario, in confronto ad essi.
Dal punto di vista metodologico, nel
campo della ricerca sul patrimonio artistico si sono andate profilando tre aree
tra loro differenti, in modo talmente chiaro che cominciano a manifestarsi
forme di specializzazione e divisione del lavoro cui si potrebbe applicare in
modo spesso pertinente, almeno nella nostra disciplina scientifica, l’antica
espressione di scetticismo che Virgilio dedicò ai Greci [20].
Nel campo delle arti imitative
(plastica e pittura con tutte le loro variazioni) oggi si è aperta una frattura
tra due aree di lavoro: il cosiddetto Medio Evo con l’inclusione dell’epoca
paleocristiana (sia pur con l’eccezione dello studio delle catacombe, che segue
percorsi diversi) ed il Rinascimento con l’inclusione del barocco. La metodica
del terreno medievale nel suo complesso si differenzia nettamente – e ciò non è
senza importanti conseguenze – da quella delle epoche dell’arte antica che lo
precedono direttamente e che pur sono ad esso strettamente legate. Non che il
compito sia diverso: sia qui che lì si tratta della stessa espressione dello
spirito umano. Nella sua manifestazione ultima e più generale, la storia
dell’arte è la storia dello sviluppo delle idee figurative o dei loro ‘tipi’, a
seconda delle loro specificità temporali, geografiche, etnografiche ed
individuali: l’analisi dei monumenti e la storia degli artisti formano
semplicemente le fasi preparatorie per la disciplina della storia dell’arte.
Nell’archeologia classica la metodologia più importante è l’analisi dei
monumenti (ed in alcuni settori anche la storia degli artisti, seguendo il
modello di Brunn [21]). Nella maggior parte dei casi si tratta
soprattutto di cercare di spiegare il significato di ciò che è rappresentato,
grazie ad un’interpretazione che deve essere oggettiva, ma al tempo stesso deve
essere guidata da sensazioni e finezze artistiche. Da questo punto di vista la
storia dell’arte medievale gode di condizioni migliori ed è più vicina agli
obiettivi della storia dell’arte in generale: il quadro entro il quale si
sviluppano le sue idee è, almeno per gli aspetti principali, ben delineato e
tutti i temi sono tratti dal libro ancor oggi più fecondo, la Bibbia. Nella
storia del Medio Evo, di quest’epoca dominata da elementi comuni, da aspetti
schematici e da chiari confini etici, l’attenzione si rivolge necessariamente
alle numerose variazioni che i materiali originari hanno subito nel corso del
tempo e grazie a popoli diversi. La storia dell’arte si può qui occupare di uno
dei suoi temi centrali: l’iconografia. E qui viene a toccare (non tanto nella
sostanza, nonostante tutti gli elementi di attinenza, quanto nel metodo)
un’altra nuova disciplina, la storia comparativa della letteratura.
L’attenzione a quest’affinità non può che giovare ad entrambe le emanazioni
della storia della cultura. Infatti, come le tipologie d’immagini, anche i
materiali delle saghe, i fabliaux [22],
che in molti casi risalgono all’epoca ellenistica se non addirittura all’antico
oriente, circolano nel mondo grazie alla letteratura del Medio Evo e del mondo
moderno. Ricordo ad esempio la storia della vedova di Efeso, quella di
Apollonio di Tiro, la leggenda dei tre morti e dei tre vivi ed infine tanti
soggetti di Shakespeare, Calderón, Molière, per citare solamente i tre maggiori. Sì, non possiamo
sorprenderci di trovare a volte in una commedia parigina dei giorni nostri lo
stesso materiale contenuto nelle Gesta Romanorum [23], nella Cronica
imperiale [24], nel Novellino [25] e nel Decamerone [26], nelle Canterbury Tales di Chaucer [27] e nell’Eptamerone di
Margherita di Valois [28]. Lo si
trova senza che vi sia stata una trasmissione consapevole del medesimo soggetto
ed ovviamente tradotto nello stile della letteratura da boulevard di fine
secolo. E tuttavia la natura umana nella sua essenza più profonda è sempre la
stessa, come il corpo nudo è rimasto lo stesso nonostante tutte le mode e
costumi. Victor Hehn ha già trattato questo tema nel suo libro su Goethe “Forme
naturali della vita dell’uomo” [29].
Per scegliere un esempio davvero insindacabile, l’esito finale moderno dell’antichissima
farsa del marito ingannato nella torre dove la donna è stata rinchiusa, conosce
due forme: quella del Roman de Flamenca [30], un romanzo in francese antico, e la parodia comica “Schneider Fips”
di August von Kotzebue [31].
La natura stessa delle fonti
monumentali nel Rinascimento produce di per sé il risultato che, invece, è la
storia degli artisti a divenire l’elemento dominante. Qui, dove al
comportamento formale di gruppo del Medio Evo si contrappone l’individualismo
dei moderni, si deve risolvere un compito non meno importante che difficile:
recuperare la fisionomia dell’artista da un intreccio di tradizione, scuola e
falsificazione. Si deve dunque affidare il suo ritratto ad un attento
restauratore, che lo deve liberare da tutte le ‘ridipinture’ successive e dall’inscurimento
delle vernici. E qui la storia dell’arte viene a coincidere con un’altra nuova
ed ancora più recente disciplina, con cui condivide storia e metodo: la
diplomatica, sviluppata da von Sickel [32] con riferimento ai documenti imperiali tedeschi secondo una
sistematica assai acuta e rigorosa. Chi ha potuto giovarsi, come è accaduto a
me, dell’opera di questo maestro, a cui nessuno è paragonabile, e di essere da
lui introdotto allo studio dei documenti avrà sperimentato l’enorme utilità
dell’attività pratica in questa disciplina, che consente di progredire nella
considerazione del metodo e della visione storica generale. Così come la
diplomatica, anche la storia dell’arte si pone l’obiettivo di indagare
originalità, copie, imitazione e falsificazione, verità e falsità ed infine il
grado di falsificazione, facendo ricorso al massimo dell’acume. In tal modo
entrambe le discipline sottopongono i materiali all’osservazione più rigorosa e
li classificano progressivamente in termini di valore, seguendo l’esempio
dell’antica numismatica, secondo i passaggi successivi:
1. Il pezzo ‘vero ed originale’**.
2. Un originale cui è stata sottratta originalità a causa del lavoro di gruppi di discepoli.
3. Un originale falsificato (con azioni o restauri successivi di terzi).
4. Una copia vera.
5. Un’imitazione a mano di scolari.
6. Una copia falsificata (che deve suscitare l’impressione dell’originale).
7. Una falsificazione libera.
2. Un originale cui è stata sottratta originalità a causa del lavoro di gruppi di discepoli.
3. Un originale falsificato (con azioni o restauri successivi di terzi).
4. Una copia vera.
5. Un’imitazione a mano di scolari.
6. Una copia falsificata (che deve suscitare l’impressione dell’originale).
7. Una falsificazione libera.
La prima domanda che si deve
rivolgere al materiale da esaminare sarà sempre di natura storico-critica. In
entrambe le discipline la domanda da porre è la seguente: l’oggetto appartiene
al suo tempo oppure no? La risposta richiede un’ampia conoscenza della storia e
del complesso delle opere d’arte presenti, ed in realtà questo è anche il modo
con il quale, anche più anticamente, si sono espressi giudizi su opere d’arte,
facendo uso di tutto il bagaglio delle nostre conoscenze. Ma questo metodo del
riconoscimento dell’opera, come nel caso di Scheibler [33], del
barone Liphart [34] recentemente
scomparso a Firenze, e di altri, soffre sempre di un elemento individuale,
qualunque siano i risultati pur importanti (non mi si voglia fraintendere) che
quegli uomini hanno conseguito. È in ultima analisi un metodo non scientifico nel
senso più stretto del termine, e che soprattutto non si può trasmettere tramite
l’insegnamento. È invece il risultato più personale di spiriti dotati di senso
artistico e grande cultura, che proprio per queste caratteristiche personali
sono più facilmente esposti ad errori, man mano che nuovi ritrovamenti ed
indagini mettono in nuova luce interi periodi della storia. L’epoca delle
scienze naturali ci ha però insegnato che il grande colpo di genio, se anche
può mettere in luce aree completamente oscure e scoprire nuove aree di ricerca
scientifica, non porta frutti senza uno studio laborioso, che lo si voglia
descrivere oppure no in termini spregiativi come ‘lavoro di uno scaricatore’
oppure ‘ricerca sotterranea di una talpa’. Allo stesso modo, a chi fa grandi
scoperte e trova nuove strade seguono sempre il pioniere ed il colonizzatore
con strumenti per la misura e per il peso, con la vanga e l’aratro. Li scortano
a grande distanza, ma sono loro a prendere sicuro possesso del terreno, passo
per passo. Senza un’indagine artigiana oggi è impossibile qualsiasi scienza
critica e rigorosa, anche se ovviamente bisogna proteggersi da uno spirito
artigiano troppo stretto e limitato.
Bisogna dunque che la ricerca sugli
stili (i cui risultati si manifestano già nelle classificazioni di valore che
risultano dall’esame dell’appartenenza degli oggetti al loro tempo) si
confronti lentamente ed attentamente con la realtà. Una selezione critica ed
affidabile del materiale è infatti possibile grazie ad un’osservazione attenta
dei particolari più piccoli e degli elementi esteriori. È l’attenzione o la
trascuratezza della loro esecuzione a tradire la mano del maestro o del copista
legittimo o criminale. Non altrimenti che un paleografo professionista, che
indaga precisamente i tratti della scrittura e delle firme nell’analisi
comparata dei testi manoscritti, anche il perito analizza un testo scritto di
fronte ad un tribunale. Il lettore sa già dove voglio arrivare: al metodo di
Ivan Lermolieff, ovvero di Giovanni Morelli [35], contro il quale a suo tempo si
è sollevata un’incredibile opposizione. E tuttavia in sé e per sé questo metodo
non era nulla di nuovo ed era stato utilizzato da molto tempo in altre
discipline, incluse attività pratiche, come si può facilmente constatare. Il
merito di quest’uomo di genio è di avere creato le basi sistematiche per lo
studio della storia dell’arte rinascimentale. Ogni pensiero grande e nuovo reca
in sé il germe dell’esagerazione, e dunque anche Morelli è in qualche caso
andato ben al di là del proprio obiettivo. Sarebbe però davvero misero
rimproverargli il modo altrettanto sprezzante con cui egli ha trattato negli
ultimi suoi libri la nuova scienza, lui che ai suoi tempi mostrava spirito di
modestia ed amava chiamarsi dilettante. Ad un uomo che doveva la propria
educazione alle scienze naturali ogni opposizione dovette sembrare
incomprensibile. Si è sicuramente occupato di dettagli, ma non per questo ha
raggiunto risultati minori. Sempre più ha spiegato, facendo riferimento alla
sua scienza originaria, che anche l’opera d’arte più modesta ha genesi nel
proprio suolo materno, come una pianta, e può essere compresa solamente nella
propria atmosfera d’origine; che si deve comprendere non solamente la lingua,
il costume e la storia del suo ambiente, ma anche il carattere del paesaggio in
cui è cresciuta. In tal modo ha abbandonato per sempre lo studio delle erbe.
Così, è soltanto una minoranza a
considerare oggi ridicola la frase di Morelli che nelle opere intatte e
soprattutto nei disegni dei maestri (che in tal modo hanno conquistato un
significato metodologico fondamentale) le forme della mano e dell’orecchio
possano essere caratteristiche così come i tratti della scrittura. Già Leonardo
aveva fatto l’osservazione che l’artista normalmente usa come modello la
propria mano, nel più dei casi in modo del tutto inconscio, perché è quello più
semplice da imitare.
Del tutto diversa è la metodica della storia dell’architettura. Le condizioni sono in questo caso più sfavorevoli. La base per lo sviluppo dei tipi di costruzioni può essere ricavata solamente attraverso indagini specialistiche; esse richiedono conoscenze tecniche che vanno molto al di là dell’educazione generale dell’inesperto. E dunque occorre che lo storico si basi su studi che possono essere compiuti esclusivamente da architetti istruiti. E vorrei sottolineare l’aggettivo ‘istruiti’. Perché qui le fonti storiche scritte, ed in particolari i documenti originari, ricevono un significato del tutto particolare. Storicamente l’architetto deve avere un’istruzione molto più ampia, in merito alle conoscenze tecniche, di quanto uno storico dell’arte possa oggi mettere insieme per poter valutarne l’opera. Ed infatti nell’Italia dei giorni nostri sono stati due architetti di professione ad avere sposato felicemente considerazioni tecniche e di storia dell’arte: Camillo Boito, conosciuto ed apprezzato anche come scrittore [36], e Cataneo [37], purtroppo recentemente scomparso, autore di uno splendido lavoro sull’architettura del primo Medio Evo in Italia [38].
Anche qui nel caso delle fonti
scritte si registra la divisione in tre parti delle fonti monumentali, sia pur
in sezioni diverse. Non vi è però alcuna necessità di differenziare le fonti
dell’architettura da quelle della pittura e della plastica: le fonti hanno le
stesse caratteristiche essenziali. Il periodo cristiano-antico, tra il IV ed il
X secolo, si differenzia dal vero e proprio Medio Evo, all’interno del quale il
Trecento ha uno status speciale, simile a quello che succede nella fase
precedente per Bisanzio ed in quella successiva del Rinascimento per il
barocco.
Mi si consenta, prima di descrivere
le fonti scritte in modo più preciso, di far riferimento a due rischi che
gravano su questo tema. Il primo rischio è l’uso insufficiente della critica,
che per la natura della maggior parte dei testi deve essere moltiplicata; il
secondo è la conoscenza insufficiente delle fonti monumentali. Vorrei offrire
alcuni esempi. L’ipotesi di per sé discutibile di un ‘Rinascimento” carolingio
viene rafforzata in lavori recenti da un passo che sembra essere tratto dalla Cronaca di Lorsch [39], secondo cui il chiostro [n.d.r. dell’abbazia di Lorsch] sarebbe stato costruito “more antiquorum et
imitatione veterum” (secondo i costumi antichi e a loro imitazione). Come Ramé [40] ha dimostrato, si tratta di una citazione
sbagliata e copiata sempre dall’introduzione del curatore moderno di quella
cronaca, Helwich [41], e dunque di
uno scrittore del XVII secolo, e non del IX o X. L’erudito Bock [42] è incappato nell’errore di attribuire a
Silius Italicus la notevole descrizione che Teodolfo di Orleans [43] ci offre di un vaso in metallo con le
imprese di Eracle. Silius [44] è un
poeta completamente sconosciuto durante tutto il Medio Evo e riportato alla
luce solamente dagli umanisti. D’altra parte l’amena leggenda sugli artisti che
Eccardo IV [45] racconta su Tuotilo
di San Gallo [46] è servita come base
di ricerche scientifiche fino agli studi di Meyer von Knonau [47].
Morelli ha già illustrato in maniera
deliziosa l’incongruenza cui si è già fatto riferimento tra ricerca
archivistica e risultati della moderna critica stilistica in un divertente
colloquio con un anziano signore di via San Frediano [48], che
costituisce l’introduzione al suo penultimo lavoro sulle gallerie di Roma. Il
benemerito curatore delle Vite del Vasari, Milanesi [49], era incappato
nell’incidente (per usare l’espressione umoristica di Morelli) di inciampare in
un documento che conteneva l’informazione secondo cui Fra Diamante, un
insignificante aiuto di Fra Filippo Lippi, avrebbe ricevuto l’incarico di
dipingere la Consegna delle chiavi al
Vaticano. Immediatamente egli attribuisce uno dei migliori lavori di Perugino a
quel pittore minore, che appartiene a tutto un altro panorama e scuola, senza
ritenere necessario alcun confronto con le sue opere di cui è confermata
l’autenticità. Credo che basti solamente alludere a quanti peccati siano stati
compiuti sull’autorità del Vasari, non solamente nei cataloghi delle gallerie.
Quel che si è detto evidenzia perfettamente
il ruolo secondario di questo genere di fonti. E tuttavia non si può
assolutamente trascurarlo. Per tradurre il loro valore relativo, che pur è
sempre molto grande, l’autore ha agito come Overbeck [50] fece
per l’arte antica e Unger [51] ha iniziato a fare per Bisanzio: ha iniziato a
creare una collezione di fonti scritte per un’area ben delimitata, il periodo
carolingio. Sarà pubblicata nella nuova serie delle Quellenschriften für Kunstgeschichte und
Kunsttechnik [52]. Non si attribuisca all’autore una mancanza di
modestia, se egli crede di conoscere al meglio le carenze, ma anche le
difficoltà di questa impresa.
NOTE ORIGINALI DI SCHLOSSER
* Si confronti Piper, Einleitung in
die Monumentale Theologie, pagine 704 e seguenti.
** È ovvio che qui si tratta di una
tautologia. La verità è il concetto più ampio, che non sempre corrisponde
all’originalità. Anche una copia è infatti vera, quando è prodotta nello studio
dell’artista o da un’immagine originale. L’originale è sempre vero.
NOTE
[1] Le celebrazioni comprendono un convegno il 6-7 ottobre al
Kunsthistorisches Museum (https://www.khm.at/erfahren/forschung/tagung-schlosser/) ed una mostra all’istituto di storia dell’arte
dell’Università di Vienna, tra i 6 ed il 25 ottobre. Si veda
[2] Julius von Schlosser, Die
Kunstliteratur, ein Handbuch zur Quellenkunde der neueren Kunstgeschichte, Vienna,
A. Schroll, pagine XVI-640.
[3] La citazione è dalla celeberrima traduzione italiana, pubblicata da
Nuova Italia nel 1935. Julius Schlosser Magnino, La letteratura artistica, Firenze, 1935, p. 1.
[4] Julius von Schlosser, Schriftquellen
zur Geschichte der karolingischen Kunst, Quellenschriften für
Kunstgeschichte und Kunsttechnik des Mittelalters und der Neuzeit, N. 4 della
seconda serie, Vienna, Graser, 1892 (seconda edizione nel 1896), pagine
XVI-482.
[5] Julius von Schlosser, Quellenbuch
zur Kunstgeschichte des abendländischen Mittelalters. Ausgewählte Texte des
vierten bis fünfzehnten Jahrhunderts, Quellenschriften für Kunstgeschichte
und Kunsttechnik des Mittelalters und die Neuzeit, nuova serie N. 7, Vienna,
Graeser, 1896. Tradotto in italiano
col titolo Quellenbuch. Repertorio di
fonti per la Storia dell’Arte del Medio Evo occidentale (secoli IV-XV), Firenze,
1992.
[6] Bernard de Montfaucon (1655-1741), filologo, paleografo, antiquario
francese, autore de Les monuments de la monarchie françoise, 5 voll., 1729-33,
dedicati al Medio Evo .
[7] Charles du Fresne, sieur du Cange, meglio noto come Du Cange (1610-1688),
storico, filologo, linguista, pubblica nel 1680 l’Historia Byzantina duplici commentario illustrata… nota anche come Costantinopoli christiana.
[8] Ludovico Antonio Muratori, storico e scrittore italiano (1672-1750) fu
promotore dei famosissimi volumi dei Rerum
Italicarum Scriptores.
[9] Scipione Mafferi, storico ed erudito, autore della Verona illustrata (1732).
[10] Jan Vermeulen, detto in italiano il Molano (1533-1585) fu autore del De Picturis et Imaginibus Sacris, pro vero
earum usu contra abusus (1570).
[11] Il Cardinal Federico Borromeo (1564-1631) fu autore del De pictura sacra (1624).
[12] Johann Friedrich Jünger pubblica a Lipsia nel 1678 il De inanibus picturis.
[13] Philipp
Rohr, autore del Pictor errans in
historia sacra (1679).
[14] Jean Le Pellettier pubblicò a puntate i suoi Remarques sur les erreurs des peintres… sul Journal de Traxaux fra il 1704 e il 1705.
[15] Juan Interian de Ayala fu autore del Pictor christianus eruditus sive de erroribus qui passim committuntur
circa pingendas atque effingendas sacras imagines (Madrid, 1730).
[16] Jean Baptist Seroux d’Agincourt (1730-1814) fu autore dell’Histoire de l’Art par les monumens depuis sa
décadence au IVe siècle jusqu’a son renouvellement au XVIe siècle. Il suo
capolavoro fu pubblicato parzialmente postumo in Francia a fascicoli
addirittura lungo l’arco di tredici anni (dal 1810 al 1823) e ristampato
integralmente in sei volumi sempre nel 1823.
[17] Carl Friedrich von Rumohr (1785-1843), figura fondamentale di storico
dell’arte e conoscitore tedesco.
[18]
Friedrich Heinrich von der Hagen (1780-1856), filologo tedesco.
[19] Johann Dominicus Fiorillo (1748-1821) fu autore dei cinque volumi
della Geschichte der zeichnenden Künste
(1798-1808) e dei quattro della Geschichte
der zeichnenden Künste in Deutschland und den vereinigten Niederlanden
(1815-1820).
[20] Sta facendo riferimento al verso dell’Eneide ‘Timeo Danaos et dona
ferentes’ (Temo i greci anche quando portano doni).
[21] Heinrich Brunn, archeologo tedesco (1822-1894).
[22] Brevi racconti in versi, in genere di natura ironica, diffusisi in
Francia durante il Medio Evo.
[23] Raccolta di aneddoti e racconti in latino compilata fra fine XIII e
inizio XIV secolo.
[24] Cronaca in versi della metà del 12 secolo, compilata a Ratisbona.
Copre l’età tra Cesare e Corrado III.
[25] Raccolta di novelle toscane di fine XIII secolo.
[26] Il Decamerone fu scritto da
Boccaccio attorno al 1348-1353.
[27] I Racconti di Canterbury di
Geoffrey Chaucer sono databili fra 1388 e 1400.
[28] L’Eptamerone è una raccolta
di racconti scritti da Margherita di Valois, regina di Navarra, nel 1546 e
pubblicata postuma nel 1558.
[29] Victor
Hehn, Naturformen des Menschenlebens, 1883
[30] Romanzo medievale francese in lingua provenzale.
[31] August von Kotzebue (1761-1819) fu scrittore e drammaturgo tedesco, e
il “Sarto Fips” una delle sue parodie più famose.
[32] Theodor von Sickel (1826-1908), studioso tedesco di diplomatica.
[33] Ludwig Scheibler (1848-1921), storico dell’arte tedesco.
[34] Karl Eduard von Liphart (1807-1891), storico dell’arte e conoscitore
tedesco.
[35] Giovanni Morelli (1816-1891), uno dei conoscitori piú famosi del
diciannovesimo secolo ha usato in molte occasioni lo pseudonimo Ivan
Lermolieff. Schlosser si sta riferendo qui al così detto metodo "Morelli",
considerato un metodo scientifico, e ne giustifica la natura con la formazione
di Morelli, che si era laureato in medicina.
[36] Camillo Boito (1836-1914), architetto e scrittore italiano.
[37] Raffaele Cataneo (1861-1889).
[38] È il volume L’architettura in
Italia dal secolo VI al Mille circa, pubblicato qualche mese prima della
sua morte.
[39] La Cronaca dell’Abbazia di Lorsch,
o più precisamente il Chronicon
Laureshamense, è stato scritta in latino nel monastero benedettino di Lorsch
in Assia, tra 1170-1175 ed offre una storia del monastero in forma di annali
tra il 764 ed il 1167.
[40] Alfred Ramé (1826-1886), storico ed archeologo francese.
[41] Georg Helwich ha pubblicato nel 1640 le Antiquitates Laureshamenses a
Francoforte.
[42] Franz Johann Joseph Bock (1823-1899), storico dell’arte ed archeologo
tedesco.
[43] Teodulfo, o Teodolfo (latino: Theodulfus o Teudulfus; 760 circa –
Angers, 821), è stato un poeta, teologo e vescovo di Orléans durante i regni di
Carlo Magno e Ludovico il Pio.
[44] Silius Italicus visse circa dal 25 al 100 dopo Cristo.
[45] Eccardo IV di San Gallo, in tedesco Ekkeard (verso il 980 – Abbazia di
San Gallo, dopo il 1057), fu un monaco svizzero, erudito cronista e scrittore
lirico.
[46] Si può leggere (in latino) nella versione italiana di Quellenbuch. Repertorio… cit.; pp.
151-153.
[47] Gerald Meyer von Knonau (1843-1931), storico svizzero. Gli studi in
questione furono pubblicati nel 1877.
[48] A Firenze. Giovanni Morelli narra l’episodio alle pp. 47-58 nel
capitolo iniziale (Concetto fondamentale
e metodo) de Della Pittura italiana.
Studii storico-critici. Le Gallerie Borghese e Doria Pamphili in Roma,
Milano, 1991 (edizione da cui si cita): “Lo
stesso distinto archivista [n.d.r. ovviamente Gaetano Milanesi], del quale testé le parlava, ebbe la mala
sorte, non molti anni fa, di metter le mani sopra un documento dal quale
risulta che Fra Diamante, un pittore di second’ordine del secolo XV, scolaro ed
aiuto di Fra Filippo Lippi, ebbe la commissione di dipingere sul muro in
Vaticano la Consegna della chiavi a San Pietro. Incantato del ghiotto boccone trovato, l’entusiasta archivista gridò
subito ai quattro venti: «Vedete voi conoscitori come siete ciechi! Voi avete attribuito tutti
quanti dal tempo di Vasari sino ai nostri giorni il grande affresco della
Cappella Sistina al Perugino e avete creduto di vedervi la sua maniera, e
eravate tutti in errore. Quella bella pittura murale non appartiene per nulla
al pittore umbro, ma è opera del nostro fiorentino Fra Diamante. Voi scuotete
il capo sghignazzando e non mi volete credere? Vedete qui nero su bianco, il
mio documento scritto lo attesta chiaramente come il sole, ed innanzi ad una
testimonianza scritta cessa ogni critica ed ogni polemica»” In Florence.
[49] Gaetano Milanesi (Siena, 1813 – Firenze, 1895) è stato uno storico dell'arte italiano. Ha pubblicato le edizioni delle Vite del Vasari
e fondato la scuola moderna di studi in Italia sul Rinascimento.
[50] Johannes Overbeck (1826-1895), archeologo tedesco.
[51] Friedrich Wilhelm Unger (1810-1876), storico dell’arte tedesco.
[52] Schlosser sta facendo riferimento al già menzionato Schriftquellen zur Geschichte der
karolingischen Kunst, che fu pubblicato lo stesso anno.



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