Recensione di Giovanni Mazzaferro
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Lucia Panascì
La Lecture XII di Johann Heinrich Füssli
Sullo stato attuale dell’arte e sulle cause che ne ostacolano il progresso
Profili estetici e transizioni del gusto nell’Inghilterra tra Settecento e Ottocento
Presentazione di Piergiacomo Petrioli
Contursi Terme (Salerno), Il Fauno, 2015
| Johann Heinrich Füssli, L'incubo, 1781, Detroit Institute of Arts Fonte: Wikimedia Commons |
Confesso che mi sarebbe piaciuto
discutere con Lucia Panascì della sua tesi di laurea (tesi di laurea? Se ne
vedono poche di questo spessore) dedicata alla dodicesima Lezione tenuta da Johann Heinrich Füssli alla Royal Academy nel
1823; l’ultima delle sue conferenze, pronunciata a bilancio di un’esperienza di
vita, subito prima dell’abbandono dell’insegnamento e due anni prima della
morte. Il destino ha voluto che non potessi farlo, e credo che l’omaggio
migliore che si possa rendere a una persona sfortunata sia recensire l’opera
senza nessun “buonismo” legato alla sua vicenda umana.
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| James Northcote. Ritratto di Johann Heinrich Füssli, 1778, Londra, National Portrait Gallery Fonte: Wikimedia Commons |
Le Lectures di Johann Heinrich Füssli in Italia sono praticamente
ignote. Si tratta di un corpus di
dodici conferenze, tenute presso la Royal Academy (dove l’artista e teorico
svizzero insegnava) in un lasso temporale che va dal 1801 al 1823. Füssli curò
personalmente la pubblicazione delle prime tre (nel 1801), ma tutte le Lectures furono pubblicate insieme solo
postume, a cura di John Knowles, all’interno di The Life and Writings of Henri Füssli, opera in tre volumi che
raccoglie gli scritti dell’artista (1831). In quest'ultima edizione, le Lectures sono accompagnate dagli Aphorisms chiefly relative to the fine arts (gli Aforismi sull’arte, pubblicati anche in
italiano nel 1989) e da brani di quello che, in realtà, fu il suo progetto più
importante, in termini di studio, ovvero la redazione della History of Art in the School of Italy). Le
Lectures di Füssli non sono mai state
tradotte integralmente in italiano. Eppure già nel 1802, cioè solo un anno dopo
la loro comparsa, le prime tre furono tradotte e pubblicate da Luigi Especo,
col titolo Discorsi tre sulla pittura,
recitati dal celebre Errico Fuseli (Füssli si fece cambiare il cognome in
Fuseli per renderlo pronunciabile agli inglesi) nella R. Accademia di Londra. Da allora, più niente, se si escludono
frammenti in altri testi a lui dedicati e la pubblicazione, nel 2004, della
traduzione commentata della terza lezione, a cura di Patrizia Lischi.
La dodicesima, in particolare,
intitolata On the Present State of the
Art, and the Causes which Check its Progress (Sullo stato attuale dell’arte e sulle cause che ne ostacolano il
progresso) era totalmente inedita. Lucia Panascì si è accollata l’onere
della sua traduzione, di annotarla e di farla precedere da alcuni capitoli
introduttivi che mirano a contestualizzare l’opera e a far maggior luce sulla
figura di Füssli.
Uno sforzo davvero encomiabile.
Nessuna difficoltà a dire che, nonostante alcune interpretazioni che,
personalmente, mi lasciano dubbioso, la mia conoscenza dell’artista ne esce
sicuramente arricchita e soprattutto più delineata.
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| Johann Heinrich Füssli, La disperazione dell'artista davanti alle rovine di Roma, 1778-1780, Kusnthaus Zurigo Fonte: Wikimedia Commons |
Pittore maledetto, accademico impeccabile
L’immagine che accompagna Füssli
è quella del pittore maledetto, dell’uomo che dipinge su tela gli incubi che
popolano i suoi sogni, dell’artista che inquieta e mette a disagio perché a sua
volta è inquieto e vive nel disagio. Un romantico o, se si preferisce, un
pre-romantico, che crede nel Genio e non nelle regole. Senonché Füssli
(1741-1823) è, anche anagraficamente, soprattutto uomo del Settecento e questo
pittore maledetto, in realtà, conduce una carriera accademica di tutto
rispetto, entrando nella Royal Academy nel 1790, divenendone nel 1799
Professore di pittura, e poi Conservatore, e dedicandosi all’insegnamento di
fatto sino alla morte. Professore nel luogo in cui si insegnavano regole per
antonomasia, pur rinnegando le medesime. Nella celeberrima caricatura
intitolata Titianus Redivivus, in cui
James Gillray sbeffeggia i membri della Royal Academy colpevoli di essersi
fatti ingannare da una semplice ragazza (Mary Ann Provis) che diceva di essere
in possesso di un manoscritto che conteneva i segreti tecnici della pittura
veneziana [1], Füssli è reso caricaturalmente (sia pure in posizione
secondaria) quale membro del corpo accademico, non certo quale ribelle che
combatte il sistema.
In realtà - ed è questo il
principale apporto di Panascì - se non
ha nessun senso operare una rigida scansione cronologica fra Illuminismo e
Romanticismo, non può portare a nessun risultato nemmeno considerare il secondo
come negazione del primo. La realtà – come al solito – è sempre più complessa,
e il Settecento illuminista contiene in sé i germi dell’Ottocento romantico. A
maggior ragione nel caso di Füssli, nato a Zurigo da Johann Caspar il Vecchio,
a sua volta artista e critico d’arte di rigida osservanza classicista, ma amico
e spesso ospite di un circolo di intellettuali che daranno vita a metà
Settecento al movimento dello Sturm und
Drang svizzero. In linea di massima è da questi ambienti, in cui si
comincia a parlare di originalità del genio e di riscoperta del lato oscuro
delle persone che Füssli cresce e si forma, all’ombra della filosofia di
Rousseau da un lato e dell’amore sconfinato per i grandi poeti del passato, da
Omero a Dante, da Shakespeare a Milton. L’artista si stabilisce in Inghilterra
nel 1764, dopo essere stato cacciato dalla natia Zurigo per pesanti accuse di
corruzione rivolte ad alte cariche cittadine e dopo aver girato mezza Europa;
l’Inghilterra deve essere come una folgorazione, con la libertà di stampa, la
ricchezza dei dibattiti artistici e letterari, la possibilità di esprimere le
proprie idee “estremiste” (che lo porteranno non a caso a sostenere la
Rivoluzione francese fino alla disillusione e al rifiuto dettato dalla
decapitazione di Luigi XVI). Così, dopo aver compiuto una lunga esperienza
italiana fra 1770 e 1778, divenendo personalità di riferimento a Roma per tutti
coloro che svolgevano il Grand Tour, Füssli torna in Inghilterra e decide di
rimanervi. Diventa amico e ammiratore di Joshua Reynolds, la personalità
artistica di riferimento in quegli anni, ma non brilla certo per carattere
malleabile e amabilità. Lo si riconosce come lo storico dell’arte (non come l'artista) più erudito della Gran Bretagna di fine Settecento, ma non è amato né
dal grande pubblico, né da molti altri artisti; da un lato c’è chi lo considera
troppo “emancipato”, dall’altro chi (come William Blake) gli contesta la scelta
di combattere una battaglia opportunistica per il rinnovamento dell’arte
inglese stando dentro all’istituzione (l’Accademia) che era causa della crisi
della medesima.
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| Johann Heinrich Füssli, La lotta di Thor con il serpente del Mildgard, prova di ammissione dell'artista alla Royal Academy (1790). Fonte: Wikimedia Commons |
Le Lectures on Painting
È appena evidente che, quando si
accinge a scrivere prima e a pronunciare poi, le sue Lectures presso la Royal Academy Füssli ha davanti a sé un esempio
celebratissimo: quello di Joshua Reynolds e dei suoi Discorsi sull’arte, pronunciati agli studenti della Royal Academy
fra 1769 e 1790. Anche Füssli provvede, di fatto, a produrre un vero e proprio
corso di studi ordinato per argomento, a partire dalle prime due conferenze,
dedicate rispettivamente ad arte antica e moderna, per poi parlare di
invenzione nella terza e nella quarta, di composizione nella quinta, e, ancora,
di chiaroscuro (VI), disegno (VII), pittura a fresco (VIII), ad olio (IX) e
proporzioni (X), per poi finire con due lezioni più specifiche in cui si tratta
dell’Ultima Cena di Leonardo (XI) e
appunto delle cause che ostacolano il progresso delle arti.
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| Johann Heinrich Füssli, La creazione di Eva (dal Paradiso perduto di Milton), 1793. Kunsthalle Amburgo Fonte: Wikimedia Commons |
La Lecture XII
Molto probabilmente anche perché
pronunciata di fatto a conclusione di un’esistenza, quando l’artista ha
ottant’anni, e sente probabilmente le forze venir meno, la conferenza sullo
stato dell’arte colpisce per il drastico pessimismo di chi la pronuncia. Füssli
rifiuta (o comunque minimizza) tesi come quelle che furono proprie di
Winckelmann secondo cui la Grecia ebbe a sperimentare la perfezione nell’arte
per via delle condizioni climatiche favorevoli, e invece sostiene che sono due
le condizioni imprescindibili che la portarono a primeggiare e che sono - anche
ai suoi tempi - indispensabili per poter sperare di tornare sulla retta via: la
Religione e la Libertà. La chiusura nei confronti di qualsiasi moda è totale:
“l’arte per prosperare non solo deve sentirsi libera, ma dovrebbe regnare; se è
dominata, se asseconda i dettami della Moda o i capricci di un committente,
allora la sua fine è vicina” (p. 137). La religione è un altro dei motivi che
pesano molto nella vita di Füssli. Non possiamo tacere che il padre avviò
Johann Heinrich alla carriera ecclesiastica (mentre in realtà destinò all’arte
il figlio maggiore, Johann Rudolph il giovane) e che l’artista fu per breve
tempo pastore zwingliano. Sono per molti versi sorprendenti le affermazioni di
un svizzero nato zwingliano e vissuto in terra anglosassone che così scrive:
“Nessuno, cui la verità e la loro diffusione siano care, creda o sostenga che
il Cristianesimo sia stato ostile al progresso delle Arti poiché,
probabilmente, nient’altro avrebbe potuto farle rivivere. Null’altro che
l’entusiasmo cristiano poteva dare quel permanente ed energico impulso, il cui
magico risultato ammiriamo nelle opere che illustrano il periodo del Genio nel
loro status” (pp. 137-9). La religione offre la possibilità di mettere
l’artista in condizioni di operare a maggior gloria di Dio; da qui i
Michelangelo, i Raffaello, i Tiziano; mentre quando la spinta propulsiva della
committenza religiosa si esaurisce subentra la committenza privata, che relega
l’artista in una condizione semi-artigianale, costringendolo ad inseguire la
moda. Sono parole – ripeto – che pronunciate in un contesto anglicano
probabilmente rendono difficilmente digeribili le argomentazioni dell’artista;
impossibile che Füssli non lo sapesse. Quarant’anni più tardi, quando
pubblicherà la prima traduzione inglese del Libro
dell’Arte di Cennino, Mary Philadelphia Merrifield sentirà il bisogno di scusarsi per aver dato uno spazio così ampio alle superstizioni cattoliche.
Complessivamente, se ne ricava
l’immagine di un uomo che rifiuta la modernità, ma che, anzi, vive nella
nostalgia di un passato idilliaco e ben poco reale. Sostenere – come fa Füssli
– che l’epoca di Giulio II e Leone X “cercò il genio per amore di esso, e lo
trovò” (in Michelangelo e Raffaello) fa onestamente sorridere, attribuendo ai
due Papi uno slancio ideale che fa in qualche modo a pugni con la storia (e
vale la pena ricordare come furono proprio i comportamenti di tali Papi a
portare alla Riforma).
L’Accademia
Come venirne a capo? Come far
fronte al declino dell’arte ed impedire che essa perisca? Qui sta forse
l’aspetto più importante della Conferenza. Füssli mostra tutto il suo
pessimismo, esprime un giudizio sprezzante sull’Accademia, ma
contemporaneamente ne giustifica l’esistenza; e, in fondo, giustifica la sua
scelta di vita, il suo essere “contro” il sistema combattendolo da dentro:
“Subito dopo la metà del
sedicesimo secolo, quando la graduale scomparsa dei grandi luminari in Arte
cominciò a preoccupare il pubblico, a Firenze si avanzò la proposta di riunire
gli artisti più eminenti in un’associazione, sotto il diretto patrocinio del
Granduca, e con il titolo di Accademia. [...] Tutte [n.d.r. le Accademie], sia
pubbliche che private, sostenute da un patrocinio o dal contributo individuale,
erano e sono i sintomi di un’Arte in difficoltà, segni del pubblico
disinteresse e del decadimento del Gusto […]” (p. 155). L’insegnamento
accademico, nella sostanza, è inutile. Il sistema dei riconoscimenti accademici
è privo di risultati, se non dannoso: “Si è insistito sull’effetto degli onori
e delle ricompense come un incentivo necessario agli artisti: in verità essi
dovrebbero essere, e talvolta lo sono, il risultato di capacità superiori; ma
onorificenze occasionali o parziali non possono creare il Genio, né la
prodigalità privata può sopperire al disinteresse pubblico”. E tuttavia, con
tutti i loro mali, le Accademie “sono il rifugio dello studente, il teatro
delle sue esercitazioni, i depositi dei materiali, gli archivi dei documenti
della nostra Arte, i cui principi i loro militanti sono tenuti a sostenere, e
della cui conservazione essi sono responsabili verso i posteri, non corrotti
dalle lusinghe, incuranti dello scherno, impavidi verso la disapprovazione del
tempo” (p. 155).
Non possiamo far nulla – dice
Füssli – per far rinascere l’arte in un momento storico dominato dalla mancanza
di senso religioso e dalla moda; “ma se la severità di queste osservazioni,
questa rivelazione della nostra attuale condizione, limita le nostre speranze,
dovrebbe al contempo rinvigorire i nostri sforzi per il definitivo mantenimento
dell’Arte e se l’immediato ripristino fosse senza speranza, per il suo graduale
recupero… Se è al di fuori del nostro potere fornire all’attività dello
studente una pratica adeguata, possiamo tuttavia contribuire a formare la sua
teoria; e la Critica basata sulla sperimentazione, istruita dal confronto,
nella piena padronanza di ogni epoca dell’Arte, può diffondere gli autentici
elementi del gusto, e arginare l’attuale torrente di artificiosità e di
stoltezza” (p. 153-5). Può un uomo di ottant’anni, chiaramente deluso dalla sua
parabola umana, schierato contro ogni novità in quanto “moda”,
delineare un programma più moderno? Un programma in cui l’Accademia non è più
la scuola del disegno o del nudo, ma un luogo in cui si discute di critica? È
lecito vederci un’anticipazione della nascita della storia dell’arte come
disciplina universitaria? Con tutte le cautele del caso, credo di sì. Naturalmente possiamo pensare che quelle di
Füssli siano semplicemente provocazioni (l’uomo non era nuovo a simili
atteggiamenti); tuttavia dovremo pur ricordare che fra il 1798 e il 1808 lavorò
alla History of Art in the School of
Italy, chiaramente ispirata alla prima edizione della Storia pittorica del Lanzi, per cui Füssli spende parole di
apprezzamento e che uno dei suoi amici più cari fu il celebre collezionista
William Roscoe, che progettò la traduzione inglese del lavoro del Lanzi, poi
portata a termine dal figlio alcuni decenni dopo.
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| Johann Heinrich Füssli, Lady Macbeth afferra i pugnali, 1810-1812. Londra, Tate Britain Fonte: Wikimedia Commons |
C’è ancora un aspetto, nella
conferenza di Füssli, che vale la pena sottolineare. Si è visto come l’arte
possa prosperare solo grazie a Religione e Libertà. L’autore afferma che, in linea
di principio, non si può escludere che il ruolo svolto dalla religione (in
termini di committenza) non possa essere sostituito da una qualche grande
istituzione pubblica. Ma subito chiarisce: “Per grande istituzione intendo
quella che impiegherà gli artisti contemporanei, susciterà fra loro uno spirito
di emulazione, nobilitato dagli oggetti del loro lavoro, ed ispirerà il
pubblico con quello spirito; non un ostentato sfoggio di antichi e moderni
tesori del Genio [artistico] accumulati per mezzo di conquista o di rapina” (p.
145). Il riferimento all’esperienza delle requisizioni napoleoniche è palese.
“Nessuno creda ingenuamente che l’importazione di opere d’Arte Greca e Italiana
sia un’importazione del Genio, del gusto, delle istituzioni e dei mezzi di
incentivazione della Grecia e dell’Italia; senza trapiantarli e senza
diffonderli lo sfarzoso accumulo di monumenti artistici è nulla più di un
capitale morto e, invece di un beneficio, è un freno all’Arte contemporanea”
(p. 147). Füssli, dunque, giunge alle stesse conclusioni esposte trent’anni
prima da Quatrémere de Quincy nelle sue Lettere a Miranda. Ma se
quest’ultimo si leva contro le requisizioni elaborando la teoria del contesto,
ovvero che le opere devono stare dove sono state create perché fanno parte di
un “museo a cielo aperto” che si permea persino dell’aria e della luce di quei
luoghi, Füssli (che pure ha vissuto a Roma per otto anni) non sembra avere di
questi scrupoli. In linea di massima – dice – il fatto che Roma sia depredata
delle sue opere può essere la giusta pena del contrappasso per quanto fatto con
i Greci nell’antichità. Il problema, tuttavia, è che il Genio e l’arte non si
risollevano collezionando opere, con metodi più o meno legali, ma, per
l’appunto, ripristinando le condizioni sociali perché l’esercizio dell’Arte
recuperi i caratteri di eticità e di libertà che ne nutrono l’esistenza.
NOTE
[1] Si veda in questo blog
Giovanni Mazzaferro, Indiana
Jones alla ricerca del “Segreto veneziano”: dal manoscritto Provis a Mary Philadelphia
Merrifield.






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