Recensione di Giovanni Mazzaferro
English VersionGiovanni Baglione
Intagliatori
Edizione, introduzione e note di Giovanni Maria Fara
Pisa, Edizioni della Normale, 2016
Le Vite de’ pittori, scultori et architetti
Nel 1642, un anno prima di
morire, Giovanni Baglione dà alla luce a Roma le sue Vite de’ pittori, scultori et architetti dal Pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di Papa Urbano Ottavo 1642, opera
citatissima nei secoli a seguire (spesso non in senso positivo). Esplicitamente
l’autore (già Principe dell’Accademia di San Luca) si propone di continuare
l’opera di Vasari e del Borghini, aggiornando le biografie degli artisti
(rigorosamente già deceduti) per un lasso di tempo che va appunto dal 1572 al
1642. In questi settant’anni si succedono vari pontificati. Per importanza
(posto che alcuni durano al massimo alcuni mesi) Baglione ne individua cinque
(Gregorio XII, Sisto V, Clemente VIII, Paolo V e Urbano VIII), che scandiscono
le Vite. L’opera, che nella finzione
dà conto del dialogo fra un forestiero e un gentiluomo romano, si divide
infatti in giornate, ognuna delle quali corrisponde cronologicamente a un
papato. In ogni giornata si presentano le biografie degli artisti che sono
morti nel corso del medesimo. Si capisce già qui come il limite più evidente
delle Vite del Baglione sia quello di
rimanere intrappolate in questa sorta di “catenaccio” cronologico, che fa sì
che spesso artefici molto diversi fra loro, o di età molto differenti, siano
uno di fianco all’altro semplicemente per il fatto di essere morti nello stesso
anno. Non a caso, una delle critiche che più spesso ricorrono nei confronti
dell’opera è quella di avere carattere fortemente annalistico; di essere, cioè,
una cronaca (a volte di uomini e opere veramente spicciole), e non una storia.
Mi limiterò qui a riportare, a fronte di tale interpretazione, quanto scrive
Herwarth Röttgen
nella sua introduzione all’edizione commentata dell’opera. Sì, perché un’edizione
commentata esiste, purtroppo incompleta e limitata alle sole prime tre giornate; è
un’impresa che è durata sessant’anni, partita con la fuga in Italia di Jacob
Hess, uno studioso tedesco scappato nel momento in cui Hitler prendeva il
potere in Germania, e conclusasi con la pubblicazione nel 1995. Aggiornamento 2024: è uscita a fine 2023 l'edizione commentata integrale a cura di Barbara Agosti e Patrizia Tosini). L’edizione è già
stata recensita in questo blog. Potete leggere la recensione cliccando
qui. Scrive dunque Röttgen:
“Che cosa sono, dunque, le Vite di Baglione? Sono i ricordi di
un pittore romano, vissuto come membro fedele dell’Accademia di San Luca, nel
mezzo della produzione artistica della sua città, ricordi che si cristallizzano
nelle figure degli artisti suoi contemporanei. Egli era legato a questa Accademia,
cosa che si avverte sempre con chiarezza. Certamente vi si dedicò spinto da un
bisogno personale e non rimase estraneo alla consueta esperienza di dispute e
di offese. All’epoca in cui scriveva la sua opera, cioè fra il 1635 e il 1640,
Baglione era già indietro di trent’anni sui suoi contemporanei. Anche per
questo motivo non gli fu più possibile descrivere il percorso di una evoluzione
che ormai aveva scavalcato la sua generazione. Intorno al 1640 Raffaello era
tornato ad essere, già da molto tempo, la norma suprema e si tendeva a
considerare sempre più come una fase di decadenza quel tardo XVI secolo, cui
Baglione apparteneva. Le Vite non sono perciò né storia [n.d.r.
Röttgen intende Vasari] né idealizzazione teorico-artistica di una norma
[n.d.r. ci si riferisce a Bellori]; esse sono, piuttosto, memorie dedicate agli
artisti, già morti [n.d.r. oltre duecento] della stessa generazione
dell’autore; sono la giustificazione di un’epoca, nella quale alcuni artisti
già correvano il pericolo di cadere in dimenticanza.”
![]() |
| Ottavio Leoni, Ritratto di Giovanni Baglione, 1625, Art Institute of Chicago Fonte: http://www.artic.edu/aic/collections/artwork/109032?search_id=1 tramite Wikipedia |
Intagliatori
Alla fine dell’opera, quando
tutte le cinque giornate sono state completate, Baglione ha un sussulto, e
dedica alcune pagine (una dozzina) alle biografie degli ‘intagliatori’. Giovanni
Maria Fara, ora, prende in considerazione questa sezione e ne produce
un’edizione commentata e annotata impeccabilmente; edizione che, in un clima di
rinnovata attenzione anche nel campo delle fonti riguardo alla grafica, si
sposa felicemente al recente Cominciamento e progresso dell’arte dell’intagliare in rame di Filippo Baldinucci,
pubblicato nel 2013 a cura di Evelina Borea.
Baglione e Baldinucci
La prima cosa che Fara fa notare
è che, proprio perché collocata al di fuori delle cinque giornate, la stringata
esposizione di Baglione non è imbrigliata dalla scelta annalistica tenuta nel
corso di tutta l’opera e risulta quindi più sciolta. Ciò detto, la differenza
fra i due testi (il Cominciamento di
Baldinucci viene edito nel 1686, ovvero quasi cinquant’anni dopo) è evidente e
va richiamata non tanto per sminuire il lavoro di Baglione, quanto piuttosto
per avere presente i diversi obiettivi che erano perseguiti dai due autori. Quello
di Baldinucci è davvero il primo tentativo di redigere una storia della
grafica, che ne segua l’evoluzione, con un respiro di natura internazionale.
L’opera di Baldinucci è introdotta da un breve proemio che dimostra, in
sostanza, che l’autore è pienamente al corrente dell’evoluzione della grafica
nei secoli, e che la sua proposta ricostruttiva deriva da preferenze (a volte
esplicitate a volte no) che lo conducono a seguire da un lato una linea
squisitamente classicista, dall’altro a penalizzare gli artefici che non
professino la religione cattolica.
Gli ‘intagliatori’ di Baglione
sono invece una raccolta di brevi biografie di artisti che abbiano operato a
Roma fra 1572 e 1642 e siano morti prima di tale data. Le biografie sono
corredate dal catalogo delle relative produzioni. Scrive Fara: “Quella di
Baglione […] è allo stesso tempo sia una compiuta raccolta di biografie in un
tempo e in uno spazio precisamente determinati […], sia un elenco ragguardevole
di stampe – così in rame, come in legno. Ai ventuno incisori specificamente
indagati da Baglione [1], corrisponde una menzione puntuale delle loro stampe,
che permette il riconoscimento certo di ben ottantacinque incisioni singole e
quarantaquattro serie raccolte in volume” (p. 13). Non è poco. Merito del
curatore accompagnare il lettore nell’esame dell’opere con una serie di
annotazioni serrate che forniscono le indicazioni necessarie per orientarsi nel
catalogo di Baglione.
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| Cornelis Cort, La battaglia di Zama, 1567, cfr. p. 27. Fonte: Wikimedia Commons |
Le tecniche incisorie
Al contrario di Baldinucci,
Baglione non sembra operare una selezione gerarchica fra grafica d’invenzione
(ovvero frutto della fantasia dell’artista), di traduzione (copie da dipinti) o
di riproduzione (copie da disegni). Sembra invece sostanzialmente simile la
gerarchia delle tecniche, così come il luogo comune dell’eccellenza degli
“oltremontani” nella disciplina, a cui tuttavia si coniugavano evidenti difetti
nel disegno: “In diversi tempi sono venuti a Roma, Madre della virtù,
forestieri da diverse parti del Mondo, che qui giungono per impararvi la buona
maniera et il perfetto disegno [2], e questi hanno operato in varii tempi
diversi modi d’intaglio. Chi in rame a bulino, e questo è il più nobile; e chi
in rame ad acqua forte […], chi in legno ad imitatione di Alberto Durero […].
Vaglia a dire il vero, hoggì dì l’intaglio si è avanzato in fin dove può
arrivare, sì di diligenza, come di forza. E va imitando il vero con sì facile e
brava maniera (sì come alcune carte se ne sono vedute, et hora ne vengono di
Fiandra, di Francia, e d’altri luoghi, esquisitamente fatte), che se havessero accompagnato
il buon disegno con la buona maniera Italiana, meglio desiderar non si potria”
(pp. 46-7).
Baglione dimostra tuttavia una
sensibilità diversa, e probabilmente più acuta di Baldinucci, derivante dal suo
essere artista, proprio accennando agli aspetti tecnici, sottolineando come
l’incisione su legno sia spesso più difficile di quella su rame, o descrivendo
in poche righe, ma in maniera sostanzialmente corretta, i fondamentali
dell’intaglio su legno a rilievo.
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| Agostino Carracci, Incisione dalla Crocifissione del Tintoretto nella Sala dell'Albergo della Scuola Grande di San Rocco a Venezia, cfr. p. 30. Fonte: Wikimedia Commons |
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| Francesco Villamena, La baruffa di Bruttobuono, 1601, cfr. p. 35 Fonte: Wikimedia Commons |
Fonti e influenze
Inutile girarci troppo sopra.
Quando si parla di Baglione (e di molti altri storici del Seicento) non si può
non ricordare il debito contratto nei confronti delle allora inedite Considerazioni sulla pittura di Giulio Mancini (scritte nel 1621). Si tratta di un dato talmente acquisito da non
suscitare alcuna sorpresa. Molto meno noto (almeno al sottoscritto) è invece il
fatto che gli ‘intagliatori’ di Baglione costituiscono a loro volta la fonte a
cui guardò (e molte volte copiò) John Evelyn (1620-1706) per compilare il
capitolo IV del suo Sculptura: Or the
History and Art of Calcography and Engraving in Copper, capitolo dedicato
agli incisori (pubblicato a Londra nel 1662). Molto opportunamente il curatore
presenta via via il testo inglese di Evelyn ogni qual volta sia evidente che
l’origine delle informazioni è costituita appunto dalle pagine del Baglione.
NOTE
[1] Fara parla di ventuno
artisti, anche se i paragrafi che compongono la sezione degli intagliatori sono
quattordici. Il motivo è banale: alcuni di tali paragrafi sono dedicati a più
di un artista (quasi sempre a parenti). È il caso, ad esempio, di Agostino e
Annibale Carracci.
[2] Si veda, in questo blog, Nicole
Dacos, Viaggio a Roma. I pittori europei
nel ‘500.





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