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Storia delle antologie di letteratura artistica
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[Lettere di Artisti del XIX Secolo]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Seconda
Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Seconda
Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html
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| Fig. 28) Edward Jakob von Steinle, Ritratto della figlia Agnese, 1848 |
Torna alla Parte Prima
La selezione degli artisti tedeschi e delle loro lettere
Quali sono gli artisti tedeschi
che Else Cassirer seleziona per le sue Lettere
di artisti? Come sono state scelte le loro lettere? E quale immagine
dell’Ottocento tale selezione ci offre?
Sul tema l’introduzione delle Lettere contiene alcune considerazioni, per forza di cose sommarie: “Nella scelta degli artisti non si è riusciti a rispettare sempre le
direttive che ci eravamo dati all’inizio. Avremmo voluto dare la parola agli
artisti più importanti, ed il numero di lettere sarebbe dovuto essere
proporzionale al grado della loro importanza artistica e personale. E tuttavia
è stato possibile perseguire tale obiettivo solamente in parte. Molte lettere
d’artista sono infatti non accessibili, o sono andate perse e non possono più
essere rintracciate. Inoltre, con il passare delle generazioni, si è ridotto il
desiderio degli artisti di comunicare per lettera. In generale, gli artisti tedeschi
scrivono più dei francesi; i nazareni sono scrittori più appassionati ed
articolati, mentre gli impressionisti hanno mostrato molto meno entusiasmo; ed
infine i talenti più significativi sono spesso quelli che tacciono di più”
[29].
Per capire di più, è forse utile
tornare un attimo alle pagine della rivista Arte
ed artisti del 1911. Là si spiega – come già menzionato nella prima parte
di questo post – che gli artisti tedeschi sono selezionati sulla base di due
tipologie: quelli i cui testi sono soprattutto rivolti a cercare la loro fonte
d’ispirazione nel passato e quelli che si pongono invece soprattutto il tema di
come seguire l'evolversi delle preferenze estetiche della nascente borghesia. È
una tipizzazione che vale anche per l’antologia del 1913, anche se non bisogna
farne una lettura troppo schematica. Da un lato vi sono insomma quegli artisti
che – nelle loro lettere – sembrano volgersi indietro prima al mondo
classico-rinascimentale e poi a quello medievale come luogo ideale dello
spirito. Essi sono parte integrante della cultura storicista che sembra tratto
comune dell’Ottocento (si pensi allo sviluppo fiorente ed impetuoso
dell’archeologia e della filologia in quegli anni), non solamente in Germania.
Dall’altro vi sono quegli artisti
che, nello sviluppo della produzione artistica, si pongono l’obiettivo di
seguire in modo evolutivo le nuove esigenze e le preferenze estetiche
dell’emergente borghesia tedesca: sono coloro che elaborano un nuovo stile urbano
a Berlino e nei maggiori centri tedeschi, rispondendo prima alle preferenze
delle corti e poi a quelle del mercato.
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| Fig. 31) Gottfried Keller, Paesaggio eroico, 1842 |
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| Fig. 32) Friedrich Karl Hausmann, Ragazzi di strada a Parigi (1852) |
L’analisi delle Lettere di artisti offre comunque una lettura dell’arte dell’Ottocento come dominata dalla preoccupazione per il recupero e la reinterpretazione del passato. L’esegesi oggi prevalente dell’arte di quel secolo è invece quella di una fase che ha visto il compimento finale del passaggio dal regime antico alla modernità. La differenza di prospettiva è nettissima e riflette un elemento oggettivo: l’antologia è concepita ancora nel primo decennio del Novecento, quando ancora prevaleva un’idea di continuità di fondo nello sviluppo della storia dell’arte, e pubblicata quando il regime antico degli Hohenzollern non è ancora stato spazzato via. Oggi il lettore sa che, qualche mese dopo la pubblicazione delle Lettere di artisti, quel mondo viene sconvolto, e che l’arte del Novecento è soggetta a continue discontinuità. Al lettore del 1913 Else Cassirer offre invece una ricca testimonianza della nobile tradizione estetica che il mondo tedesco ha ricevuto in eredità grazie alle ultime tre-quattro generazioni di artisti; un’eredità che è ancora intatta e che, nelle aspettative di allora, si svilupperà nel senso di una conferma delle tendenze di fondo.
Anche se le avanguardie
artistiche più radicali creano scandalo in città già da qualche anno, il giorno
in cui il libro raggiunge le librerie di Berlino, molto probabilmente gran
parte del pubblico lo acquista con l’idea che il corso futuro dell’arte seguirà
le grandi linee del recente passato. Il lettore di quei mesi desiderava anzi
riconoscere nel mondo degli artisti dell’Ottocento le fonti ultime
d’ispirazione della migliore arte dei suoi giorni. Else Cassirer stessa è in
fondo ancora l’espressione di una società ottocentesca, ancora dominata da
élites ristrette e acculturate, e convinta di aver raggiunto condizioni stabili
di benessere sotto la guida della Prussia, il cui regno è ormai esteso alla
Germania intera.
E tuttavia, se l’impostazione
tradizionalista della prima versione del 1913 è ben comprensibile, è più
inquietante che le edizioni del 1919 [30] e del 1923 [31] non rivelino se non
differenze marginali (il testo è ridotto di circa cinquanta pagine, tagliando
le pagine più intimiste), segno che anche la borghesia più educata della
Berlino degli anni Venti non è affatto in grado di cogliere i segnali dello
sconvolgimento che sta per avvenire.
Arte, amicizie e confraternite
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| Fig. 34) Johann Friedrich Overbeck, Cornelius e Overbeck, 1812 |
Ecco come, nel 1812, Peter von
Cornelius descrive al pittore Karl Moßler la Confraternita di San Luca: “Adesso qualche parola sui miei fratelli di
chiostro. Si tratta di una confraternita di uomini con qualità eccezionali. Si
sono affratellati per l’arte e tutto ciò che è buono e si amano e dipendono
mutualmente gli uni dagli altri. Sono sei: cinque qui [a Roma] e uno a Vienna. Overbeck, nato a Lubecca,
ha radunato tutti gli altri grazie alla mitezza del suo animo e la forza del
suo nobile spirito, e ha infuso l’entusiasmo in loro. Credo possa essere il più
grande degli artisti viventi e penso che tu saresti stupito dall’ammirazione
che proveresti se ne vedessi i lavori. Al tempo stesso, lui è la modestia e
l’umiltà in persona. Conosci già i lavori di Pforr; ha il cuore più nobile e
affidabile al mondo, un saldo attaccamento a tutto ciò che egli considera vero,
ma anche una forza che spesso sconfina in asprezza e che a lui stesso è spesso
di danno. Una malattia polmonare che lo ha tenuto a letto da quando sono qui lo
ha reso più mite e tenero, ma Dio ha voluto accorciare il tempo delle sue prove
e concedergli la gioia e la sicurezza che il suo cuore nobile così meritava [n.d.r.
Pforr muore a Roma nel 1812]. Vogel, nato
a Zurigo, è uno degli uomini più vigorosi e dotati di natura. Con cuore e
spirito aperti egli coglie tutto ciò che la natura distribuisce di bello, buono
e generoso nelle anime degli uomini, per accomunarli tra loro. È in grado di
percepire l’esistenza dei rapporti reciproci tra i cuori delle persone in un
modo così puro ed umano come mai avevo sperimentato, possedendo al tempo stesso
un talento artistico eccezionale. Dipinge soggetti della storia svizzera in
modo eccezionale. Wintergest, nato in Svevia, possiede oltre ad un senso di
apertura per tutto ciò che è buono e bello tutte quelle doti cui oggi non si dà
più attenzione e che vengono perciò chiamate piccole virtù: umiltà, fedeltà,
gratitudine, sollecitudine fino alla sottomissione, attaccamento ed amore.
Lavora nello stile di Michelangelo ed è estremamente attivo e zelante.” [32].
Ed aggiunge: “La nostra è un’associazione
repubblicana; dunque ognuno deve conquistare il cuore dell’altro, perché è
l’amore a creare il legame. E qui nessuno può dare ordini a nessuno, deve agire
egli stesso; e poi egli è per tutti un tema di vita o di morte” [33]. È la
descrizione di un mondo ideale di eguali.
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| Fig. 35) Peter von Cornelius, Deposizione, 1819 |
Ma ecco alcuni esempi di come le lettere documentino che gli artisti si aiutano e confortano a vicenda: il pittore classicista Gottlieb Schick scrive a Schelling nel 1808 per segnalargli che Koch e Thorvaldsen hanno bisogno di supporto finanziario a Roma [34]. Il pittore nazareno Schnoor von Carolsfeld loda il confratello Cornelius nel 1818 [35] e quest’ultimo raccomanda Schnorr von Carolsfeld ad un ministro nel 1824 [36]. L’altro nazareno Overbeck esprime, in una lettera a Steinle nel 1835, sentimenti di grandissima amicizia nei confronti di Cornelius [37] e Veith [38]. Ormai vecchio, nel 1869, Overbeck scrive poi a Cornelius: “Nello spirito io mi getto tra le tue braccia, per dirti quanto siano e quanto rimarranno indimenticabili i giorni che tu mi hai voluto donare e come tale regalo sia stato coronato da questa tua lettera così ricca di contenuto. Un grazie dal profondo del cuore per tutto, ed anche per il racconto del tuo viaggio, che mi ha richiamato alla mente in modo così vitale i ricordi nella nostra giovinezza” [39].
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| Fig. 36) Peter von Cornelius, Giuseppe interpreta i sogni del faraone, Ciclo di affreschi di casa Bartholdy (Palazzo Zuccari, Roma – attualmente alla Alte Nationalgalerie di Berlino), 1816-1817) |
La mobilità geografica dei centri d’arte
La sezione tedesca delle Lettere di Artisti del Diciannovesimo Secolo
ci offre anche, nelle sue 430 pagine, un’impressione della continua
dislocazione geografica del centro dell’arte tedesca dell’Ottocento: Roma,
Düsseldorf, Colonia, Monaco, Vienna, Francoforte, Dresda, Parigi, Berlino. Con
l’espressione ‘dislocazione’ intendo il muoversi dei centri di influenza del
gusto e dello stile su un territorio che è molto vasto (comprende culturalmente
anche Austria e Svizzera tedesca, oltre ovviamente tutte le regioni allora
tedesche ed oggi polacche, baltiche o russe), è politicamente variegato e
contraddistinto dalla competizione di corti che cercano di ancorare le migliori
tradizioni nel loro territorio, e include anche due centri esterni: Roma e
Parigi. Per molti aspetti, anzi, Roma e Parigi svolgono un ruolo cruciale nella
formazione del gusto artistico tedesco. Il mondo tedesco è dunque talmente
policentrico da includere riferimenti esterni all’area linguistica.
Si può con certezza dire che il primo centro di sviluppo dell’arte ottocentesca tedesca sia stato Roma,
riflettendo un gusto classicista che è inaugurato nel mondo tedesco dal
Winckelmann in pieno Settecento. È il nazareno Julius Schnoor von Carolsfeld, in
una lettera da Roma a Johann Friedrich Rochlitz (scrittore, poeta e critico
musicale), a spiegare che “Roma non solo
non ha danneggiato la nascita di una nuova arte tedesca, ma l’ha favorita
moltissimo. Roma è stato davvero il luogo più appropriato per accogliere
l’artista tedesco in questi tempi speciali” [40]. Racconta allora che il
pubblico tedesco di quegli anni si oppone con veemenza alle nuove correnti
artistiche, che i giovani non trovano riconoscimento in Germania e dunque non
possono considerare alcun luogo come loro patria. “In queste condizioni l’Italia sembra essere il meglio che si potesse
trovare, sia per la sua natura sia per i suoi tesori artistici. Per questo
doppio impatto sui sensi, l’Italia ha un effetto particolare sull’artista
tedesco, così austero ed al tempo stesso così pronto a lasciarsi trasportare
dal mondo delle idee. (…) Il paese straniero, i costumi stranieri ed il mondo
straniero dei sensi rimangono però a lui sempre estranei: il tedesco non è mai
stato così tedesco di quanto sia qui” [41]. Roma è dunque un luogo di
formazione che non modifica, di per sé, la natura nazionale della pittura degli
artisti tedeschi che vi risiedono.
E tuttavia Schnorr stesso è anche
il primo (almeno in quest’antologia di lettere) a menzionare la necessità di
creare una “Roma tedesca”, per
evitare la necessità che i giovani artisti tedeschi si debbano sempre
trasferire all’estero: quando ne parla, nel 1818, lo fa come facendo riferimento
ad un desiderio quasi impossibile da realizzare, sperando che quel centro –
qualunque esso sia – possa recuperare il ruolo che forse nel lontano passato
poteva aver avuto Colonia [42]. Il riferimento non è casuale: sono gli anni
(come vedremo) in cui si decide di ricostruire il duomo di Colonia, mai
completato, proprio come simbolo di rinascita nazionale dopo la dominazione
napoleonica della città.
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| Fig. 37) Julius Schnorr von Carolsfeld, La battaglia dei sei sull’isola di Lampedusa, dal ciclo di affreschi di Tasso, Casa Massimo, Roma, 1817-1827 |
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| Fig. 38) Anton Koch, Il ciclo di Dante, 1817-1827, L’arrivo dei redenti dal Purgatorio, dal ciclo di affreschi di Dante, Casa Massimo, Roma, 1817-1827 |
Düsseldorf, Berlino e Monaco di
Baviera gareggiano per anni per ospitare Cornelius, il più importante degli
artisti di ritorno a Roma. Egli lavora prima a Düsseldorf (dove anima la scuola
di pittura della città) e poi si trasferisce a Monaco (ne dirige l’Accademia)
su richiesta del re di Baviera, Ludovico, che cerca di creare una corte di
artisti attorno a sé, promuovendo la capitale bavarese come centro tedesco ed
europeo delle belle arti; Cornelius entra poi in rotta di collisione con il
monarca e si trasferisce a Berlino, richiamato dal re di Prussia.
Ecco quel che scrive
l’illustratore ed incisore Gustav König (1808-1869) a proposito del re di
Baviera, in una lettera che spedisce a Schnorr von Carolsfeld nel 1857 da
Monaco. Stilisticamente, König è molto vicino ai nazareni; in termini di
contenuto è un pittore religioso totalmente concentrato sulla storia della vita
di Lutero; è comunque protetto dal monarca bavarese, fedele cattolico, cui egli
dedica una pagina affettuosa e personale: “Negli
ultimi anni è passato da me di tanto in tanto il vecchio re Ludovico per vedere
i miei lavori. La cosa mi ha rallegrato moltissimo: egli è per me, vorrei dire,
l’equivalente di concetto personificato, come il rappresentante di un’epoca
intera e dell’interesse che i nostri tempi hanno per la nostra opera. Di
recente, prima della sua partenza per l’Italia, il re è venuto di nuovo da me e
si è fatto mostrare l’intero lavoro su Lutero. Mi ha chiesto di raccontargli
l’intera vita di Lutero. L’ho fatto con molta franchezza e lui ha detto più
volte: ‘Lei è davvero un protestante molto convinto, mi piace, io non potrei
mai soffrire neppure la metà di lei’. E allo stesso modo ha parlato a lungo di
Cornelius e dell’attuale arte contemporanea, ed anch’io ho avuto modo di dire
la mia in proposito” [44].
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| Fig. 40) Gustav König, Martin Lutero viene rapito durante il ritorno da Worms, 1847 |
Monaco accoglie l’eredità romana soprattutto grazie alla lunga permanenza in città di Cornelius. Il romantico viennese Moritz von Schwind, appena arrivato in città, ne parla in una lunga lettera del 1827 ad un amico poeta come di una cittadina odiosa (odioses Nest) [45]. È stato chiamato lì da Cornelius, che incontra mentre è sulle impalcature per affrescare numerose sale della Gliptoteca (gli affreschi sono andati perduti nella seconda guerra mondiale). Qualche anno dopo, nel 1833, von Schwind si è invece ben integrato in città, dove riceve incarichi dall’amministrazione del re [46], vive in un’abitazione vicina a quella del suo maestro (con il quale ha però pessimi rapporti, preferendo lo stile romantico), e frequenta anche Schnorr von Carolsfeld (anche lui a Monaco dopo gli anni romani), con cui ha stretto invece grande amicizia.
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| Fig. 41) Peter von Cornelius, Il regno di Nettuno o il mondo delle acque, affresco perduto nella Gliptoteca di Monaco, 1820-1830 |
Nel 1840 il ventunenne svizzero
Gottfried Keller (1819-1890) arriva a Monaco definendo la città con il termine
biblico di “terra promessa” [47]. Lì studia due anni senza successo, per poi
tornare a Zurigo dove diviene uno dei padri fondatori della Confederazione
Elvetica nel 1848. Nel 1841, ancora convinto di aver possibilità come pittore a
Monaco, rassicura la madre preoccupata delle difficoltà che il figlio incontra:
“Ti ho già scritto che qui chiunque
compia un buon lavoro trova un buona fonte di reddito. Adesso le mie cose
ricevono il plauso degli artisti e conoscitori più anziani, e semplicemente non
sono ancora sufficientemente rifinite. I gran signori non vogliono vedere
quadri che rivelino solamente molto talento, ma anche quadri ben studiati”
[48].
Nella prima metà dell’Ottocento
la fama di Parigi è ancora molto inferiore a quella italiana. I primi
riferimenti a Parigi sono perciò legati a brevi viaggi di studio ai margini di
esperienze più lunghe in Italia. L’architetto Karl Friedrich Schinkel passa due
anni nel nostro paese (1803-1804) e fa ritorno a Berlino tramite Parigi. Nel
1840 il pittore Carl Steffeck si reca due mesi a Parigi prima di un soggiorno
di due anni a Roma. È un pittore di genere: realizzerà soprattutto pitture di
cavalli ed altri animali. Proprio inviando raccomandazioni al giovane Steffeck,
il pittore Karl Begas spera che “il tuo
viaggio precedente a Parigi non ti danneggi tanto quanto è successo ad altri” [49]. È un riflesso dello scetticismo che
esiste in quegli anni in Germania sul mondo dell’arte parigino. Il pittore
Franz Krüger ringrazia lo stesso Steffeck per una lettera ricevuta da Parigi in
cui riceve notizie della vita artistica nella capitale francese, ma come
pittore anch’egli specializzato in cavalli gli raccomanda di non tralasciare di
dipingerli [50]. Insomma, una permanenza anche breve a Parigi è vista in quegli
anni come un’insidia, più che come un’opportunità.
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| Fig. 42) Friedrich Carl Hausmann, Galileo di fronte al consiglio dei domenicani, 1852 |
Il primo degli artisti
antologizzati che si reca a Parigi come destinazione principale di studio
all’estero, tra il 1851 ed il 1854, è Friedrich Carl Hausmann, pittore di
genere storico. La formazione di Hausmann segue un nuovo percorso, che passa
prima per le Fiandre (svolge gli studi all’Accademia di Anversa) e da lì si
muove a Parigi. Le sue lettere allo zio, che risiede ad Hanau e dunque in una
città tedesca di provincia, sono tutte concentrate sulla fotografia, segno che
Parigi è la capitale della modernità [51].
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| Fig. 43) Rudolf Koller, Ghiacciaio al passo del Susten, 1856 |
Nel 1847-1848 lo svizzero Rudolf Koller segue lo stesso itinerario di Hausmann: prima arriva in Belgio (Bruxelles, Anversa) e poi da lì raggiunge Parigi, dove fa la conoscenza della scuola di Barbizon. È un bagno di modernità, perché si dipinge all’aria aperta dal vero. E tuttavia scopre che anche tra i paesaggisti francesi esistono convenzioni estetiche difficili da cambiare: venendo dalla Svizzera vorrebbe rappresentare monti, ma a Parigi è considerato tema inadatto, o addirittura indecente, perché tipico dei montanari. “Purtroppo a Parigi tutto quello che ha a che fare con le montagne, tutto quello che riguarda la Svizzera è malvisto. È anche un fattore di moda. A Parigi la moda è più importante della fede, della religione e delle eterne leggi della natura” [52]. Degli artisti francesi, e in particolare di Daubigny e Corot, tuttavia, ammira “gli effetti coloristici più graziosi,… le atmosfere dolcissime” [53].
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| Fig. 44) Anselm Feuerbach, Il raccontastorie alla fonte, 1866 |
Dopo Koller sarà Anselm Feuerbach a seguire la nuova rotta delle Fiandre per passare a Parigi. Trascorre il 1850 ad Anversa e poi i due anni dal 1851 al 1853 nella capitale francese, dove studia presso l’atelier del pittore di storia Thomas Couture. Scrive da Düsseldorf, in una lettera rimasta senza data, ma sicuramente ancora degli anni dell’adolescenza: “Cari genitori, sono deciso ad andare a Parigi entro marzo” [54]. Ma evidentemente il sogno non si avvera subito, se nel 1849 scrive alla madre da Monaco, città che davvero non gli piace: “Se solo potessi andare a Parigi, studierei al Louvre con il massimo dell’intensità, fintanto da essere in condizione di dipingere da solo un mio quadro in uno studio” [55].
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| Fig. 45) Wilhelm Leibl, In attesa, 1898 |
Man mano che il secolo avanza, Parigi diviene il simbolo della modernità nell’arte, esattamente quanto Roma è il simbolo dell’antichità. Hans van Marées compie un viaggio partendo da Roma attraverso l’Europa con Konrad Fiedler e scrive nel luglio 1869 allo scultore Adolf von Hildebrand, che è rimasto a Roma. “Abbiamo finito di ammirare le cose da visitare a Parigi. Non sono poi tante, se si fa eccezione del Louvre. La cosa più interessante è stata vedere per una volta le opere degli artisti francesi moderni una accanto all’altra. Se anche vi sono pezzi isolati davvero lodevoli, non ho tuttavia trovato alcuna opera che documenti una maestria assoluta e dunque nulla che possa servire da modello” [56]. Lo stesso anno Wilhel Leibl scrive da Parigi ai genitori, pieno di orgoglio: “Ho vinto una medaglia, e tutti si sono congratulati. Tutti vogliono che io rimanga a Parigi” [57]. E dieci anni dopo, nel 1878, scrive alla madre da Monaco del successo che i suoi quadri continuano ad avere a Parigi, dove (aspetto non secondario) incontrano il favore del mercato [58].
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| Fig. 46) Karl Stauffer-Bern, Nudo di uomo disteso, 1879 |
Il pittore svizzero Karl Stauffer-Bern vive tra Monaco, Berlino e l’Italia, ma in una lettera del 1882, inviata da Berlino al pittore Peter Halm, si riferisce ad un recente viaggio a Parigi, che egli descrive ancora una volta come capitale dell’arte contemporanea. Qual è la differenza tra Germania e Francia in termini di ricchezza d’arte ed architettura? “In breve, la differenza è questa: la Francia non è, in generale, più ricca di dipinti di valore; al contrario, io penso che in Germania vi siano almeno due o tre volte quadri altrettanto buoni di quanti ve ne siano in Francia. Infatti il Louvre non può eguagliare le gallerie di Dresda e Monaco messe insieme, per non parlare poi se si aggiungono quelle di Berlino, Kassel, Francoforte eccetera. Credo che non via sia alcun dubbio in proposito. Lo stesso vale per le opere più moderne: si pensi alla Nationalgalerie [a Berlino], alla Neue Pinakothek [a Monaco] ed alla Galleria del Conte Schack [a Monaco]. Vi è qualcosa di buono anche nel nuovo dipartimento della Galleria di Dresda. Tutto questo è più che sufficiente per eguagliare il Palais du Luxembourg [a Parigi]. Solamente una cosa ci manca: sono le nuove sale del Louvre, Delacroix, ecc..” [59].
Stauffer-Bern sta facendo
riferimento alla nuova sistemazione della Galleria Apollon al Louvre, con le
nuove sale inaugurate nel 1851, ed in particolare con le volte affrescate da
Delacroix. “Non abbiamo nulla di questo
periodo e da allora siamo sempre rimasti indietro. In Germania non abbiamo una
tradizione, una scuola, ma solamente diverse accademie, tutte molto presuntuose,
città d’arte che si strappano i capelli l’un l’altra e non riescono a fare
nulla di buono insieme. Una vera e propria confusione. L'unico luogo dove si è
riusciti a fare qualcosa è Monaco. (…) Quello che ci manca in Germania è una
città come Parigi, una metropoli dove la concorrenza sia così agguerrita, che chi
è semplicemente in linea con la media o è addirittura mediocre scompare da solo.
(…) Il [pittore] francese studia nella capitale del mondo (Victor Hugo) ed il
tedesco in una città di provincia. (…) Ne deriva automaticamente una
conseguenza. Dall’investimento minore il francese riesce a ricavare un lavoro
di scuola di buona fattura, cui in molti casi non si può negare la correttezza,
ed anche il meno dotato produce cose con cui i nostri pittori si confrontano
solamente in una fase successiva, dopo aver passato l’accademia. Il francese
impara di più perché ha un panorama quasi completo sulla totalità dell’attività
artistica contemporanea, che manca ai tedeschi” [60]. E per la prima volta nell’antologia vengono
citati gli impressionisti: “La maggioranza
dei francesi sembra porre la massima importanza (e vede in ciò la questione
centrale) a che, se il tema si svolge all’aperto, anche il quadro debba essere
dipinto all’aperto, cosa assolutamente giusta. Dunque, prima ancora del
perfezionamento spirituale della forma, è importante apprendere il giusto uso
della tonalità. In questo i francesi sono davanti a noi dieci miglia. Nessuno
dei tedeschi, neppure [Franz von] Lenbach è mai riuscito a dipingere con tanto
realismo (non tanto nei dettagli, ma per ciò che riguarda l’effetto globale) di
quanto non facciano i giovani francesi, gli impressionisti, [Ernest Ange] Duez,
ecc…” [61]. E conclude con un appassionato elogio di Courbet.
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| Fig. 48) Carl Schuch, Al lago di Seddiner, 1880 |
Nel 1882 si trova a Parigi anche il pittore austriaco Carl Schuch, esponente della scuola realista. Le sue lettere rivelano una grande ammirazione per i realisti francesi: “Courbet e Daubigny sono uomini capaci di tutto” [62]. “Daubigny mi sembra sempre più impressionante: ho visto molti suoi schizzi, la maggior parte tratti dalla natura” [63]. Seguono grandi elogi per i disegni di Millet: “Ho capito ancora una volta che cosa sia la vera arte, e non sorprende che Millet sia oggi il maestro più pagato. È una concezione realista, come mai vi è stata” [64].
Il completamento del duomo di Colonia
Uno dei miti fondatori dell’arte
dell’Ottocento tedesco è quello del completamento del duomo di Colonia. L’idea
di ripristinare quello che è a tutti gli effetti ormai un rudere e terminarne
la costruzione (avviatasi intorno al 1250, ma interrotta verso la fine del 1400) affiora negli anni in cui la città è
annessa alla Francia da Napoleone, in un’epoca in cui il gotico è ancora visto
con grande sospetto, e si concretizza con la decisione di procedere in quel
senso nel 1814, dopo la vittoria sui francesi. È un compito che viene concluso
solamente nel 1880.
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| Fig. 49) Raccolte di stampe raffiguranti il Duomo di Colonia nel 1824, 1851, 1854 e 1860. Fonte: Andreas Kuppertz, Il Duomo di Colonia, 1917 http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/kunst_dem_volke1917/0090?sid=6c4f6ca8739d5e9d7e53ecf5175c0c4f |
Nell’antologia curata da Else
Cassirer il primo riferimento al tema è dell’architetto Karl Friedrich Schinkel
[65] (1781-1841), uno dei promotori del rinnovamento urbanistico nella Berlino
prussiana dell’Ottocento. Con lui l’architettura neo-classica – di cui pure produce alcuni esempi – si evolve nella fase successiva dello storicismo
architettonico, sia neogotico sia neorinascimentale. In quegli anni egli concepisce
anche il progetto, mai realizzato, di un altro duomo neogotico a Berlino: il
Duomo della Liberazione (Befreiungsdom),
anch’esso pensato per festeggiare la fine delle guerre napoleoniche.
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| Fig. 50) Friedrich Schinkel, Duomo della Liberazione a Berlino (mai realizzato), Progetto della navata, 1814-1815 |
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| Fig. 51) Friedrich Schinkel, Duomo della Liberazione a Berlino (mai realizzato), Progetto dell’esterno, 1814-1815 |
Schinkel si rivolge a Sulpis Boisserée
(1783-1854), personalità oggi poco conosciuta, ma che ebbe importanza
fondamentale nella cultura tedesca: oltre ad essere l’infaticabile promotore
del completamento del duomo a Colonia [66], con la donazione della sua
collezione creò la base per l’Alte Pinakotheke di Monaco. Sin da giovanissimo fu uno degli ispiratori della nuova arte tedesca [67].
La prima lettera di Schinkel a Boisserée
è del 3 settembre 1816. Ancor prima che inizi la nuova edificazione, Schinkel
si concentra nella lettera sulla necessità di arrestare il decadimento delle
strutture architettoniche e delle decorazioni medievali esistenti, decadimento
dovuto ad infiltrazioni d’acqua che debbono essere controllate e bloccate. Una
seconda lettera è dell’8 agosto 1829: in essa si raccomanda di non riutilizzare
quelle parti del vecchio duomo che non assicurano stabilità e
non possono più sostenere la costruzione, e si propone di concentrare gli
strumenti finanziari disponibili (derivanti da una tassa ad-hoc, chiamata
“Tassa della cattedrale”, ovvero Kathedralsteuer)
non per decorare gli esterni, ma per completare al più presto l’erezione delle
volte nelle navate, in modo tale da mettere in sicurezza l’intero edificio [68].
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| Fig. 52) Johann Friedrich Overbeck, L’assunzione di Maria, 1857, Duomo di Colonia |
Passano gli anni, e la costruzione del duomo fa progressi, al punto che non è più al centro dell’interesse dei soli architetti, ma anche dei pittori. Nel 1835 Johann Friedrich Overbeck si rivolge ancora a Sulpiz Boisserée per discutere l’esecuzione della pala dell’altare maggiore (con una crocefissione) che gli è stata commissionata dal Kunstverein (Associazione dell’arte) di Düsseldorf. La prima impressione - scrive nel gennaio di quell’anno - è che l’interno del duomo sia molto buio e sia principalmente concepito per dare risalto alle vetrate. Non vi è a suo parere luce sufficiente per una pale d’altare. Spiega di essersi consultato con Cornelius, che gli ha consigliato di usare uno sfondo dorato per risolvere il problema della mancanza di luce, ma di avere perplessità sull’idea: non crede che lo sfondo dorato si sposi con il tema della crocefissione. Si rivolge dunque a Boisserée per chiedere un parere ed istruzioni sulle dimensioni e la forma del quadro [69]. L’interlocutore risponde facendo una controproposta: è meglio preparare una grande pala per la cappella della Madonna, nel transetto, e spiega che gli abitanti di Colonia sarebbero entusiasti di poter celebrare lì la messa, in un ambiente più raccolto e dedicato alla Vergine. Il pittore ringrazia in una seconda lettera del maggio 1835, ed annuncia che si rivolgerà all’arcivescovo a nome di Boisserée per annunciare il nuovo accordo. Sarà la strada seguita da Overbeck vent’anni dopo, quando avrà terminato la grande pala dell’Assunzione di Maria nel 1857.
Nel 1842 Cornelius aiuta
l’austriaco Eduard Jacob von Steinle (1810-1886) ad ottenere l’incarico di
dipingere nove angeli nel coro del Duomo. Sono affreschi su sfondo mosaicato.
In termine di stile, le preferenze di von Steinle, che è stato uno degli ultimi
artisti associati ai nazareni a Roma prima di rientrare in Germania per
assumere la posizione di primo professore all’istituto d’arte dello Städel di
Francoforte, sono chiare: “Con
l’eccezione del duomo, del mio lavoro e di molti pochi individui, non ne posso
più degli abitanti di Colonia, con la loro modernità artistica nel senso dei
francesi e dei belgi” [70]. Il pittore scrive più volte nell’estate 1844 ad
August Reichensperger, politico renano di orientamento cattolico cui era
toccata la responsabilità della ricostruzione del duomo dopo Boisserée, per
descrivere gli angeli. Dal tono delle lettere, il pittore ed il politico sono
chiaramente amici ed allineati in termini di gusti, in difesa di un’arte
ecclesiale orientata al passato medievale. Von Steinle si sente però isolato.
Nel dicembre 1845 aggiunge che
l’unico interlocutore a Colonia con cui riesce a scambiare idee è rimasto “l’ebreo [David] Levy Elkan”, un
litografo e miniaturista dal chiaro gusto neo-medievale. L’ultima citazione sul
duomo di Colonia nell’antologia dimostra comunque che il progetto artistico del
duomo di Colonia – pur testimoniando l’esistenza di un filone d’arte religiosa
presente nell’arte tedesca di metà Ottocento – non rappresenta più
necessariamente la punta di diamante dell’arte contemporanea in Germania.
Troppa acqua è passata sotto i ponti da quando il progetto è stato inaugurato
nel 1814 ed altri sono divenuti i progetti per lo sviluppo del gusto.
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NOTE
[29] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, Berlin, Bruno Cassirer, 1919, 712 pagine. Citazione a pagina 2.
[30] Cassirer Else, Künstlerbriefe aus dem
neunzehnten Jahrhundert, Berlino, Bruno Cassirer, 1919, 669 pagine.
[31] Cassirer Else, Künstlerbriefe aus dem
neunzehnten Jahrhundert, Berlino, Bruno Cassirer, 1923, 669 pagine.
[32] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 141.
[33] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 141-142.
[34] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 124.
[35] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 158.
[36] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 145.
[37] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 128.
[38] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 129.
[39] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 134-135.
[40] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 157.
[41] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 157-158.
[42] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 157.
[43] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 154.
[44] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 163.
[45] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 183
.
.
[46] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 189.
[47] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 276.
[48] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 278.
[49] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 209.
[50] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 213.
[51] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 293-294.
[52] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 304.
[53] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 304.
[54] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 308.
[55] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 310.
[56] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 327.
[57] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 387.
[58] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 389-390.
[59] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 336.
[60] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 336-337.
[61] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 337-339.
[62] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 426.
[63] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 428.
[64] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 429.
[65] Un’ampia collezione di
scritti di Schinkel (Briefe, Tagebücher,
Gedanken) è stata compilata e pubblicata nel 1922. Si veda: https://archive.org/stream/briefetagebche00schi#page/2/mode/2up
[66] Sulpiz Boisserée und
die Vollendung des Kölner Doms. Di Renate Matthaei. http://www.koesel-koeln.de/artikel_1190.ahtml
[67] Cornelius parla di Sulpiz
Boisserée quando era ancora giovanissimo, come “uomo di grande cultura e grande
amore per ogni cosa sia arte”; la lettera non è datata, ma sulla base del suo
contenuto deve risalire al 1802,
[68] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 92-93.
[69] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 126-127.
[70] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 260.



























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