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venerdì 23 settembre 2016

[Lettere di Artisti del Diciannovesimo Secolo]. Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert. A cura di Else Cassirer. Parte Quarta


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[Lettere di Artisti del XIX Secolo]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]


Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.

Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Quarta


Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html

Fig. 81) Johann Gottfried Schadow, Quadriga sulla Porta di Brandeburgo, Berlino, 1793


Arte e potere

Le Lettere di Artisti del Diciannovesimo Secolo rivelano come il mondo tedesco dell’Ottocento (in special modo il mondo prussiano, ma ovviamente anche quello degli altri stati tedeschi) sia organizzato secondo rapporti di potere ben definiti, tali da far sì che vita e successo dell’artista dipendano dalle committenze della casa reale, e dall’appoggio del re e dei ministri. Diviene dunque fondamentale per gli artisti saper soddisfare le preferenze estetiche dei regnanti, ma anche degli ambienti più vicini alla monarchia, come gli alti funzionari ed i militari [108]. Il discorso è valido per tutte le arti: è ovvio nel caso di scultura ed architettura, per le loro intrinseche ragioni celebrative e pubbliche, ma si applica anche alla pittura e persino alle arti minori (come l’incisione [109]).

Le lettere documentano situazioni diverse, alcune di perfetta simbiosi tra artisti e potere, altre di viva contestazione. Nella maggioranza dei casi è chiaro che un mercato dell’arte capace di rendere gli artisti indipendenti dalle preferenze dei monarchi e dei loro amministratori sorge in Germania molto tardi, e dunque la situazione di dipendenza diretta si protrae più a lungo che altrove (per esempio in Gran Bretagna). Colpisce il numero di casi in cui gli artisti hanno rapporti diretti con i monarchi, a sottolineare l’importanza che alcune casate (specialmente in Prussia, Baviera e Sassonia e nella Vienna asburgica) assegnano alla promozione della loro corte. Anche le Accademie sono chiara emanazione delle preferenze del monarca. Strutture intermedie a livello locale, come i Kunstvereine – le associazioni dell’arte – che organizzano mostre e regolano i prezzi, segnano la lenta emancipazione degli artisti dal potere politico, che comunque nel mondo tedesco dell’Ottocento non sembra mai essere, sulla base della testimonianza delle lettere, totale. I Kunstvereine non hanno comunque la posizione centrale dei Salons in Francia. Gli unici veri spazi di libertà divengono allora Roma e Parigi, i centri attorno ai quali gravitano gli artisti tedeschi all’estero. Non a caso il primo caso nell’antologia in cui un artista diviene il protetto non di un monarca o un principe o un nobile, ma di un intellettuale indipendente è quello di Hans von Marées, pittore che risiede a Roma dal 1864 e che a partire dal 1869 viene sostenuto dal critico d’arte e studioso d’estetica Konrad Fiedler.

Fig. 82) Hans von Marées, Ritratto di Konrad Fiedler, 1879

Ma torniamo ai primi decenni del secolo. Il 28 dicembre 1820 lo scultore neoclassico Johann Gottfried Schadow scrive una memoria per il ministro dell’interno [110]. Nel Regno di Prussia, che può essere definito tecnicamente in quegli anni uno stato di polizia, il ministro dell’interno ha infatti competenze che includono la cultura. Schadow si lamenta di non ricevere più alcun incarico dal ministero degli interni, se non restauri. Con l’alto dirigente del ministero Schadow protesta addirittura per non aver più alcuna occupazione al di fuori della gestione dell’Accademia. È stato per anni lo scultore di Federico Guglielmo II, ed ha diretto fin dal 1816 l’Accademia di Belle Arti. Ricorda infatti alla controparte – che ne è sicuramente ben consapevole – di aver eseguito tra il 1789 ed il 1806 tutti i progetti ed i modelli per gli edifici reali, e cita tra di essi la quadriga per la Porta di Brandeburgo nel 1793 (fig. 81). Schadow non può menzionarlo, ma il vero problema è molto probabilmente che il nuovo monarca, Federico Guglielmo III, andato al potere nel 1797, si è progressivamente allontanato dal suo stile neoclassico; se lo ha ricompensato con incarichi accademici, ha invece assegnato incarichi ad altri scultori, compresi gli allievi di Schadow, che rispondono ad un gusto più moderno.

Fig. 83) Christian Daniel Rauch, Statua equestre di Federico il Grande, 1840-1851

Tre decenni prima l’incisore Davis Chodowiecki aveva raccontato, in una lettera al pittore Anton Graff del febbraio 1792 [111], alcuni aspetti della competizione lanciata l’anno prima dalle autorità prussiane per la statua di Federico il Grande. È una vicenda quasi interminabile che si compirà nell’arco di cinquant’anni. Chodowiecki spiega che è in corso una discussione sugli abiti in cui il grande monarca sarebbe dovuto essere rappresentato sul cavallo: re Federico Guglielmo II, appoggiato dall’Accademia di Belle Arti, propone che il suo predecessore figuri nelle vesti di un antico romano (come nella statua equestre di Marco Aurelio) mentre il figlio del monarca (il futuro Federico Guglielmo III) e molti membri del governo preferiscono una rappresentazione con vestiti moderni, secondo la moda prussiana che Federico il Grande stesso aveva di fatto inaugurato. Chodowiecki non può prevedere nella sua lettera che la disputa sarà così complessa (e legata ad una questione di legittimazione del potere) da venir risolta solamente sotto Federico Guglielmo IV, che deciderà per i vestiti moderni nel 1840. Nel 1792 Chodowiecki menziona come candidato naturale per l’esecuzione il neoclassico Johann Gottfried Schadow, ma alla fine si farà una scelta diversa: l’incarico andrà al suo scolaro Christian Daniel Rauch; è un’altra prova che Schadow, pur ricoprendo fino alla morte (1850) l’incarico di presidente dell’Accademia, non è più lo scultore favorito degli Hohenzollern.

Fig. 84) Jacob Asmus Carstens, La notte ed i suoi due figli: il sonno e la morte, 1794

Il pittore Jacob Asmus Carstens (1754-1798) è un caso particolare di artista ribelle. LA corrispondenza selezionata da Else Cassirer riguarda, quasi tutta, i suoi rapporti con il ministro degli interni, come già spiegato competente per il supporto degli artisti. Carstens fa domanda nel 1791 di essere sollevato per due anni dall’incarico d’insegnamento all’Accademia di belle arti di Berlino. Vuol trascorrere due anni a Roma per approfondire gli studi, ma si rivolge alle autorità perché non ha una base economica per farlo. Fa allora anche richiesta di un sostegno finanziario pubblico per i due anni, una specie di borsa di studio, che gli consenta di mantenersi all’estero, ovviamente con la promessa di tornare ad insegnare a Berlino. La richiesta è assai ben documentata e contiene persino l’elenco di tutte le tappe intermedie del viaggio da Berlino, inclusi brevi soggiorni di studio a Dresda, Vienna, Venezia, Mantova, Parma, Bologna e Firenze. Nella gerarchia delle sedi dove prepararsi al soggiorno romano, Firenze è la più importante (3 settimane), seguita da Venezia e Parma (2 settimane), Dresda, Vienna e Mantova (8 giorni) ed infine, da ultima, Bologna (4 giorni) [112]. Nel marzo 1792 la richiesta viene accettata, e Carstens ottiene condizioni davvero generose: è posto in aspettativa con diritto al rientro in Accademia, mantiene comunque lo stipendio di 250 talleri all’anno e riceve in aggiunta un contributo di 200 talleri annui, come rimborso di spese all’estero, per due anni. Nel 1795, al termine del periodo, il pittore si rifiuta tuttavia di rientrare in Germania, tra lo sconcerto dell’amministrazione; viene dunque immediatamente licenziato, e riceve l’ingiunzione di restituire tutte le somme; risponde invece che le opere da lui inviate a Berlino sono superiori a quel valore e decide di rimanere a Roma. Ecco le sue parole: “Ed infine debbo dire a sua eccellenza che io non appartengo all’Accademia di Berlino, ma all’umanità; e non mi è mai venuto in mente di vendermi per una pensione – che mi è stata concessa per qualche anno per sviluppare il mio talento – e divenire per la vita intera il servo della gleba di un’accademia. Io posso proseguire a formarmi solamente qui, tra le migliori opere d’arte che esistano al mondo. Continuerò dunque a giustificarmi di fronte al mondo intero, con tutte le mie forze e grazie alle mie opere” [113]. L’Italia è dunque un terreno di volontario esilio. Vi morirà solo pochi anni dopo nel 1798.

Passano gli anni e le monarchie tedesche competono per ospitare nelle rispettive accademie gli artisti di riferimento, come per esempio Peter von Cornelius, che – dopo aver passato alcuni anni in Italia – è tornato in Germania e ha contribuito a creare la scuola di Düsseldorf, divenendo presidente della locale Accademia. Lo status del pittore è testimoniato dalla presenza di un carteggio con le più alte autorità del mondo tedesco. Il re di Baviera Ludovico I conclude le lettere con espressioni di stima [114] ed in alcuni casi di affetto, come nel 1835: “Ed ora la saluto, stimato Cornelius e si mantenga in forma” [115]. Ludovico gli ha appena affidato compiti importanti, come gli affreschi nella Gliptoteca e nella Chiesa di San Ludovico, ai termini dei quali, però, i loro rapporti si guasteranno. È dunque il turno della Prussia ad offrire un’opportunità a Cornelius. Il ministro prussiano Alexander von Humboldt così spiega l’oggetto di una missiva del 1840: “Il monarca, uomo di animo elevato, sente in modo intenso il desiderio di motivare lo splendore del proprio governo raccogliendo attorno a sé i grandi spiriti del proprio tempo, i creatori di opere d’arte sublimi” [116].

Fig. 85) Carl Blechen, La torre del castello di Heidelberg, 1829

Carl Blechen (1798-1840) è invece scontento delle somme di denaro garantite dall’amministrazione prussiana in caso di vendita delle sue opere al pubblico, rivelando ancora una volta i meccanismi di dipendenza commerciale dei pittori dalla corona. È convinto di essere trattato peggio di artisti meno validi e si rivolge con una lettera di protesta ad un alto funzionario, nel novembre 1830. Il tono è quello di uno sfogo amarissimo ed incontrollato, anche di natura personale, ma si legge anche la rabbia per il fatto che la sua pittura naturalistica non sia compresa appieno dall’amministrazione, ancora preminentemente orientata in favore dei pittori di storia. “È mai possibile che io – nei confronti di altri artisti che non hanno ancora compreso l’intima essenza dell’arte o sono meno consapevoli, sensibili e coscienziosi, e dunque non riescono a comprendere la profondità dell’arte, e cercano assai meno di me di divenirne partecipi – è mai possibile – e mi fa infinitamente male – che io, nonostante ciò, debba rimanere indietro ad altri, pur con gli strumenti tecnici migliori e più elevati che io ho conseguito con la migliore volontà e sforzo? Non la chiami presunzione. Per amore di me stesso, non posso tacere. È possibile, Le chiedo, come si spiega che io – per la consapevolezza di aver riconosciuto e sentito la divina natura, e spero di averlo fatto meglio di altri nella mia professione, per il fatto che il mio pennello non tremi così tanto e abbia fatto progressi al di là del semplice abc dell’arte, per il fatto di aver sacrificato il mio modesto patrimonio all’arte, di non essere costato nulla allo Stato e di essere perciò ormai del tutto stremato – che io per ciò debba subire l’offesa di ricevere mio malgrado una somma minore e ridotta nelle trattative ufficiali, divenendo lo zimbello di tutti i colleghi e persino degli inesperti?” [117]

Fig. 86) Johan Christian Dahl, Veduta di Dresda con la luna piena, 1839

Il paesaggista romantico Johann Christian Dahl si rivolge direttamente al re Antonio di Sassonia per ottenere le migliori condizioni economiche possibili dall’Accademia dove insegna. L’artista è nato in Norvegia (allora colonia danese) ed ha perciò un legame molto forte con Copenaghen. Nel 1828 informa il re di considerare seriamente un’offerta dell’Accademia di Danimarca, ed anzi di aver già accettato in modo informale. Le ragioni menzionate nella lettera sono un po’ vaghe: a Copenaghen l’orario di lezione è meno pesante e ciò gli consentirebbe di poter aver più tempo per recarsi nella natura a dipingere. È disposto a riconsiderare la decisione nel caso di un aumento di stipendio da 500 a 800 talleri [118]. Un alto funzionario risponde sollecito: l’aumento è concesso e viene creata una cattedra per la pittura di paesaggio, che viene offerta direttamente a Dahl [119].

Fig. 87) Alfred Rethel, La distruzione dell’ Irminsul, albero magico per i Sassoni, da parte di Carlo Magno, Aquisgrana, 1848

Alfred Rethel (1816-1859), pittore storico ancora trentenne, deve consolidare la propria posizione professionale. A tal fine si reca da Francoforte a Berlino nel 1846, dove nel corso di tre giorni è presentato ai rappresentanti ufficiali più importanti del mondo dell’arte e del governo prussiano: in sequenza, incontra prima alti ufficiali al ministero dell’interno, poi il ministro stesso, quindi il primo ministro Alexander von Humboldt, ed infine l’anziano direttore dell’Accademia Schadow ed una serie di artisti tutti attivi come professori all’Accademia di Prussia (tra questi Rauch, Begas, Kugler). Alla fine dei tre giorni gli viene assegnato un importante incarico ad Aquisgrana per un ciclo di affreschi su Carlo Magno [120]. L’ultimo giorno è invitato a pranzo da Schadow, ed il direttore generale dei musei di Berlino Ignaz von Olfers (1793-1871) lo accompagna di persona a visitare le collezioni d’arte della città. Poi avviene il fatto più sorprendente: il re di Prussia Federico Guglielmo IV vuole incontrarlo di persona. Accompagnato da von Olfers in pompa magna, attraversa la città per incontrare prima la regina e poi il re, per circa un’ora. Ecco le sue parole piene d’orgoglio, con cui descrive l’incontro alla madre: “Ha esaminato le mie composizioni con vivo interesse, ha fatto in modo che si notasse il suo chiaro apprezzamento su numerose di esse, ha riso, fatto battute, e si è concentrato con grande compostezza sui temi più seri. Ha espresso apprezzamenti che sono di grande significato per il mio futuro d’artista e, dopo aver visto tutte le composizioni – che è già un lavoro di per sé – si è congedato con le parole: «Sono davvero contento di averla vista qui»” [121].


Arte ed uso pubblico degli edifici

Uno degli aspetti del rapporto tra arte e potere è anche quello della funzione pubblica dell’arte. Durante l’Ottocento diviene evidente che gli artisti, anche quando sono pagati dal monarca, realizzano sempre più opere d’interesse pubblico. Il caso di Karl Friedrich Schinkel riflette in modo esemplare l’evoluzione concettuale del ruolo dell’architetto nel corso del secolo. Egli non è solamente un artista (architetto e pittore), ma anche urbanista, studioso dell’uso pubblico dell’architettura ed intellettuale impegnato a difesa della tutela del patrimonio artistico. Le lettere pubblicate da Else Cassirer dimostrano infatti come i suoi interessi siano dominati da un chiaro orientamento pratico, dove la scelta di soluzioni estetiche è dettato dall’uso finale degli edifici che vuol costruire. Il frammento non datato, con il titolo “Il principio dell’arte nell’architettura” (Das Prinzip der Kunst in der Architektur) offre una definizione dell’arte dell’architetto in termini di adeguatezza (Zweckmäßigkeit) della distribuzione degli spazi, dell’uso dei materiali e della costruzione ed infine dell’ornamento [122]. Ma è la corrispondenza con le autorità prussiane sulla ricostruzione del teatro (Neue Schauspielhaus) e sull’edificazione del primo museo di Berlino a rivelare il suo impegno di architetto a favore della comunità. Il primo progetto è quello del teatro: il 15 gennaio 1818 l'artista richiede al re un chiaro mandato ad edificare un nuovo edificio che divenga un nuovo punto di riferimento della città [123], ma soprattutto vuole avere istruzioni sul numero di berlinesi che devono essere accolti nella sala dell’opera ed in quelle da concerto e da ballo, e sul tipo di spettacoli che vi debbono essere ospitati. Inoltre, vuole anche essere sicuro sulle misure antincendio e sulle uscite di sicurezza [124], un tema che considera indispensabile dal momento che il teatro precedente (di cui si è salvato solamente il timpano della facciata) è andato distrutto a causa di un incendio. Se lo stile prescelto per l’opera è quello neoclassico [125], l’architettura diviene un’arte funzionale, ed il principio di adeguatezza sopra citato è perciò un’espressione di un più largo principio di razionalità.

Fig. 88) Friedrich Schinkel, Disegno perimetrico della Neue Schauspielhaus a Berlino, senza data

Sulla base delle risposte ricevute, Schinkel presenta al re un rapporto nell’estate 1818, che contiene fra l’altro una serie di disegni perimetrici dall’esterno e dall’interno. Elabora quattro punti: “L’adeguatezza degli interni per quel che riguarda l’acustica, la visibilità, i servizi teatrali, la comodità dell’ingresso e dell’uscita; la bellezza degli interni e degli esterni; la sicurezza antincendio, dal momento che la frequenza di tali sciagure in questo genere di edifici ce lo impone; i risparmi possibili nella realizzazione” [126].

Fig. 89) Friedrich Schinkel, Prospettiva dell’interno con le scale, 1829

Qualche anno dopo, l’8 gennaio 1823, invia una breve comunicazione [127] al monarca per l’avvio della progettazione dei lavori per il Nuovo museo (Neues Museum), oggi chiamato curiosamente Vecchio museo (Altes Museum). È l’avvio del progetto dell’isola dei musei tra i due rami della Sprea, che oggi attrae milioni di visitatori in città: Schinkel integra il progetto del museo (inclusi i costi della realizzazione) con la funzionalità dell’isola (ponte sulla Sprea, impatto sul traffico navale, migliore impiego delle sponde). Il progetto originale viene arricchito, ma il re respinge le proposte di aumento dei costi nel 1825, costringendo Schinkel a razionalizzare ulteriormente il progetto. Nell’ottobre 1826 la nuova missiva al monarca si concentra invece sull’adeguatezza degli edifici alla funzione museale, con riferimenti al Louvre, ai Musei Vaticani, e domande precise su come assicurare che tali funzioni possano essere svolte nel pieno rispetto dei requisiti di onore e decoro da un lato e delle esigenze di risparmio dall’altro: ne deriva anche qui la decisione di produrre un edificio austero e solido.


Arte e mercato

Al di là dei rapporti privilegiati con le case regnanti, che rimangono importanti durante tutto il secolo in Germania, la domanda d’arte da parte del pubblico e la capacità di soddisfare tale domanda da parte dell’artista, come pure i meccanismi di definizione dei prezzi, si pongono sempre più al centro delle preoccupazioni degli artisti, man mano che si avanza nel tempo.

Il ruolo della committenza privata ha subito un ruolo importante per gli incisori, che non vendono le stampe al re, ma si rivolgono a nobiltà, alta amministrazione, militari ed alta borghesia. David Chodowiecki (1726-1801) è stato il più fortunato incisore dalla sua epoca a Berlino; fu anche direttore della locale Accademia reale prussiana delle belle arti (Königlich-Preußischen Akademie der Künste) negli ultimi trent’anni del Settecento. Nel 1773 scrive una lettera sul rapporto con i committenti al collega Christian Gottlieb Geyser (1742-1803), incisore di Lipsia: “Mio carissimo amico, Lei vuol sapere come io abbia vissuto fino ad oggi. Come uno schiavo in una galera (…). Devo lavorare quasi giorno e notte per poter soddisfare ognuno, e lo faccio con piacere, ma a volte giungono degli ordini improvvisi che mi rendono quasi impaziente; sono cose che faccio poco volentieri, e che tuttavia non posso rifiutare” [128].

Fig. 90) David Chodowiecki, Gabinetto di un pittore (con famiglia), 1771

All’inizio del 1800 compaiono nuovi attori sul mercato: sono le associazioni delle belle arti (Kunstvereine), che vengono create dal pubblico e dagli artisti come strumenti di mediazione, proponendo al pubblico borghese (e non più solamente all’aristocrazia) opere d’arte e curando la fissazione del prezzo in modo tale da tener conto delle esigenze di domanda ed offerta. Ne parla Schadow, confrontando l’operato dei Vereine di Weimar e Düsseldorf, in una lettera non datata. Entrambe le istituzioni sono sotto il controllo del potere prussiano: a Weimar il Verein è sotto il controllo di Goethe e promuove l’arte neoclassica, mentre a Düsseldorf si sente l’influenza di Cornelius e dei nazareni. Non vi è dubbio che Schadow preferisca il primo orientamento [129]. Nel 1830 Blechen, come si è già visto, attribuisce al Verein di Berlino la responsabilità intenzionale di ingiustizie anche commerciali nei suoi confronti [130].


Pro e contro le Accademie

Un aspetto particolare del rapporto degli artisti con il potere ed il mondo che li circonda è quello con le Accademie di Belle Arti, un’eredità del Settecento che con il nuovo secolo viene sempre più posta in discussione. Vi sono senza dubbio molti artisti, fra quelli le cui lettere sono raccolte da Else Cassirer, che vivono a loro agio nel mondo accademico. Le Accademie offrono loro occasioni sia professionali sia economiche di realizzare i loro progetti. Quella di Berlino, ad esempio, è presieduta – come si è già detto – da Johann Gottfried Schadow a partire dal 1816 fino alla morte nel 1850. Cornelius – come si evince dalla sua corrispondenza - è corteggiato come presidente dall’Accademia da Düsseldorf, Monaco e Berlino. È presidente dell’Accademia di Düsseldorf dal 1819, ma le più alte autorità gli offrono la posizione di direttore delle Accademie di Monaco e Berlino (con lettere del re di Baviera [131] e del primo ministro prussiano von Humboldt [132]; quest’ultimo gli offre la co-presidenza insieme a Schadow). Nel 1824 annuncia ad un alto funzionario del governo prussiano e al principe ereditario Ludovico di Baviera di aver deciso in favore di Düsseldorf per ragioni familiari [133]; nel 1835 Cornelius declina rispettosamente l’invito del re di Baviera e nel 1840 respinge ancora le richieste del re di Prussia.

Altri artisti sono invece fortemente critici nei confronti dell’Accademia.

Fig. 91) Gottlieb Schick, Narciso, 1807

Il pittore classicista Gottlieb Schick non esita ad esporre le proprie contestazioni ad uno dei maggiori esponenti del mondo accademico tedesco, il filosofo idealista Friedrich Schelling, il 3 dicembre 1808. Schick non è certamente stato un pittore di rottura nella storia dell’arte tedesca, eppure la lettera sembra evocare uno spirito anticonformista, che non ha paura di usare mezzi termini per commentare il nuovo statuto dell’Accademia, che Schelling gli ha inviato per informazione, credendo di fargli piacere. “Eppure devo dire con franchezza che mi dispiace che a Monaco si voglia costruire un nuovo ospedale per quest’arte a pezzi. E perché mai? Per mantenere e riprodurre l’arte? Ma dov’è l’arte e chi sono gli artisti che la riprodurranno? (…) Tutti i principi d’Europa, quasi nessuno escluso, neppure il più piccolo, hanno una casa di questo tipo nelle loro residenze, dove questa mummia d’arte viene conservata, protetta e riprodotta” [134].

Fig. 92) Ferdinand Waldmüller, Dopo la scuola, 1841

Il pittore austriaco Ferdinand Waldmüller (1793-1865), insegnante all’Accademia imperiale di Vienna, è favorevole ad un insegnamento rivolto allo studio dal vero della natura, mentre l’Accademia offre un’educazione che prepara esclusivamente alla pittura storica. In termini didattici, la pittura di storia si studia a tavolino, mentre i paesaggi richiedono di uscire dall’edificio. I due approcci sono visti all’epoca come incompatibili, ed una vera e propria guerra di religione si svolge tra i sostenitori dell’uno o dell’altro. Waldmüller espone le proprie critiche all’Accademia di Vienna in un opuscolo che pubblica nel 1846 e viene posto forzatamente in pensione. Da allora si trova in gravi difficoltà economiche, tanto che nel 1857 si rivolge all’amministrazione fiscale asburgica spiegando di non essere più in condizione di pagare le imposte; chiede, senza fortuna, un’esenzione speciale e promette di devolvere allo Stato parte di ogni futura vendita. Nel 1860 spiega all’amministrazione fiscale le ragioni del contrasto che hanno portato al suo licenziamento (è davvero singolare che offra una spiegazione estetica ad un funzionario del fisco): “Dagli anni della mia gioventù e durante tutta la mia esistenza mi sono consacrato all’arte ed ancora oggi, al tramonto della mia esistenza, ho dedicato ad essa tutte le mie forze. Ho trovato nell’esercizio dell’arte la sola ragione di felicità della mia vita. È per questo che non ho potuto sopportare il triste stato in cui si trova l’arte, la sua stagnazione in uno stato di grave malattia. Come pittore praticante e come insegnante d’accademia e professore sono in grado di scrutare nel profondo le cause di questa condizione riprovevole. Esse sono: il modo con cui è organizzata la lezione, in modo totalmente privo di anima e sulla base di un obbligo di frequenza basato su metodi burocratici e pedanti, e secondo una logica del tutto estranea alla vera arte; e la mancanza di un mecenate. Per quel che riguarda la prima carenza, senza alcuna paura ho già osato nel 1845 come membro del consiglio di amministrazione dell’Accademia di spiegare il mio punto di vista ai signori colleghi sulla miseria della lezione accademica e di confrontarmi con la necessità di una riforma. La mia memoria fu accantonata in modo derisorio come la fantasticheria di un naturalista. Ciò non mi ha impedito di pubblicare le mie idee per una riforma nel 1846, in un opuscolo con il titolo «La necessità di una lezione mirata nel campo della pittura e dell’arte plastica». Per provare come metter in pratica la forza delle mie teorie, le ho applicate al mio corso di studi ed i risultati dei miei studenti sono andati al di là di ogni aspettativa [135]”. E tuttavia Waldmüller viene messo in pensionamento anticipato per aver messo in pubblico i dissidi interni. L’esigenza di una revisione dei metodi di insegnamento nell’Accademia viene riconosciuta in qualche modo anche dal governo, ma senza la necessaria spinta propulsiva, e nessuna delle riforme tra il 1850 ed il 1860 consegue il risultato, perché “la libertà è l’essenza, l’anima dell’arte” [136]. Ma la conclusione sorprende: “Lo Stato intervenga come supporto e promotore di tutte le creazioni artistiche che possono essere messe in opera da un insegnamento completamente libero” [137]. La risposta all’esigenza di libertà continua ad essere basata sul ruolo dell’amministrazione: deve essere lo Stato a garantire i prezzi, assumendo il ruolo di mecenate.


L’arte nell’epoca proto-industriale – Schadow

Fig. 93) Johann Gottfried Schadow, Ragazza distesa, 1826

Nel 1802 lo scultore neoclassico Johann Gottfried Schadow – di cui abbiamo già parlato per i suoi rapporti con il re e il suo ruolo nell’Accademia – ci offre una descrizione del funzionamento del suo studio di scultura. All’epoca è già famosissimo, avendo già creato il modello per la quadriga sulla porta di Brandeburgo a Berlino nel 1792 (poi fusa in bronzo nel 1793 da Emanuel Jury: l’officina di Schadow non lavora in bronzo). Il suo è un testo, in forma di lettera, che pubblica in “Eunomia. Rivista del diciannovesimo secolo” [138] (una rivista che è quasi anticipatrice della moderna economia) con il titolo “L’officina dello scultore”. Schadow descrive ai lettori la complessa organizzazione, quasi proto-industriale, dell’atelier. Sono tecniche d’importazione: “Quando si presentano scultori tedeschi nella mia officina, li devo rifiutare oppure bisogna insegnare loro tutto di nuovo, a partire da zero, perché non conoscono questi metodi [139]. Schadow, che è fra l’altro amico personale di Canova, è il primo scultore tedesco ad importare le sue tecniche a Berlino. La sua prima preoccupazione è però quella di spiegare al lettore che, se egli adotta procedure moderne, “né lui, né gli assistenti né i suoi apprendisti lavorano a cottimo o ad ore: sono solamente il piacere e la passione a spingerci. No, da noi lavorano con procedure artigianali solamente lo scalpellino, il tagliapietre, lo smerigliatore ed il formatore” [140].

Fig. 94) Felix Schadow, Johann Gottfried Schadow nel suo studio, senza data

A sé Schadow assegna un doppio compito: è sua la responsabilità della riuscita o meno dell’opera in termini artistici; ed inoltre a lui compete di organizzare il processo produttivo, in qualche modo operando come un moderno manager. La funzione organizzativa presuppone però una conoscenza completa di tutti gli aspetti della scultura: “Ci si può attendere che tutto ciò sia compiuto da un’officina completa; è facile rendersi conto che una singola persona non può essere sufficiente. E tuttavia vi deve essere una persona che sappia e capisca come guidare ed organizzare ogni cosa. Costui lo può fare solamente se ha avuto la fortuna di essere stato impiegato in tutti i campi della scultura e se ha dovuto realizzare sufficientemente presto nella sua carriera lavori che fossero davvero grandi e complicati” [141].

Fig. 95) Johann Gottfried Schadow, Schizzo per la statua di Martin Lutero, 1823

L’officina lavora con un “gioco di squadra” che permette di organizzare tutte le fasi della produzione. Si parte con il disegno, basato sulla posa di modelli. In Germania lo scultore è posto di fronte a particolari difficoltà, ogni qualvolta si debbano realizzare nudi di donna: mentre “a Roma vi sono ragazze la cui professione è servire da modelle agli artisti” [142], in Germania è molto difficile trovarne “per ragioni di abitudini, clima e moralità” [143]. È comunque impossibile passare direttamente dal disegno alla statua in marmo (tenendo conto soprattutto delle difficoltà nella realizzazione dei tessuti e delle loro pieghe); solo un pittore della bravura di Raffaello – scrive Schadow – era del resto capace di dipingere dal vero i tessuti, chiedendo ai modelli di indossarli: tutti gli altri ricorrevano, anche per la pittura, a modellini cui applicavano i vestiti [144].

Fig. 96) Johann Gottfried Schadow, Le principesse Luisa e Federica, Statua in marmo, 1795-1797

Il passaggio dal disegno alla statua ha molte fasi intermedie. Prima si producono figurine in legno (è un uso tedesco; in Italia si usa la cera) e poi modelli in argilla (è un’arte in sé e per sé, che richiede anni di apprendimento). Poiché l’argilla è fragile e deperibile, bisogna trasformarla in gesso attraverso calchi. Solo quando il modello in gesso è completato si può iniziare il lavoro in marmo, cui lavorano sempre un formatore ed una coppia d’artisti, per consentire di avere maggior controllo su possibili errori. Al formatore vengono affidati compiti fondamentali come la riproduzione matematica del modello preliminare in gesso nel blocco di marmo, ancora posto a terra, e come la segnatura in matita sul blocco degli angoli lungo i quali deve procedere il lavoro. Inizia poi l’opera degli scultori veri e propri. Il primo artista toglie i bordi, isola le membra, effettua i lavori di trapanatura e produce una prima forma, descritta in modo simile a quella di un pupazzo di neve. Il secondo artista, il più raffinato, lavora alla pelle, ai capelli ed al volto.

Fig. 97) Johann Gottfried Schadow, Le principesse Luisa e Federica, Modello in gesso senza il cesto di fiori, 1795-1797

Ma è il maestro l’unico che può realizzare effetti artistici che rendano la statua unica: “La necessità e le condizioni stimolano le nostre riflessioni e ci conducono ad elaborare metodi che voglio qui descrivere grazie ad alcuni esempi: avevo preparato un [primo] modello in gesso in grandezza naturale per il gruppo in marmo sulle due principesse sorelle. La più alta, che rappresentava la regina, teneva un cesto nella mano destra, che si appoggiava sull’anca. Questo cesto dovette scomparire per ordini superiori (che erano fra l’altro giusti). Ma il problema era conservare il braccio nella medesima posizione. Ho preso un pezzo di tessuto stretto e lungo, l’ho inzuppato nel gesso mischiato con una birra leggera, l’ho gettato sulle pieghe che erano già presenti e poi ho lasciato che cadesse di nuovo libero; l’intero gioco delle pieghe già presenti nel modello compariva sotto questo nuovo rivestimento, e si ottenne un effetto simile a quello di alcune statue antiche, dove sotto le pieghe superiori si lasciano intravedere quelle inferiori” [145].

Fig. 98) Johann Gottfried Schadow,
Disegno originario per il gruppo delle principesse Luisa e Federica con cesto di fiori, 1795.

Questa descrizione proto-industriale dello studio di Schadow duecento anni fa potrebbe oggi essere applicata alla produzione artistica dei nostri giorni, basata sulla sperimentazione dei materiali. Molti artisti contemporanei – si pensi a Jeff Koons – lavorano oggi in studi con un team molto ampio di assistenti che svolge quasi tutti i processi manuali e l’artista che organizza il processo ed interviene solamente nel momento della progettazione e quando devono essere prese decisioni precise.

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NOTE

[108] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, Berlino, Bruno Cassirer, 1919, 712 pagine. Citazione alle pagina 23 (Graff) e 214-215 (Steffeck)

[109] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 13 

[110] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 56

[111] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 18

[112] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 107

[113] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 114

[114] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 144 e 146

[115] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 147

[116] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 150

[117] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 211

[118] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 228

[119] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 230

[120] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 249

[121] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 251

[122] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 71-72

[123] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 77

[124] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 78

[125] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 83

[126] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 80-81

[127] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 85-87

[128] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 8-9

[129] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 61

[130] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 211

[131] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 143 e 147

[132] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 150-151

[133] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 141

[134] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 122

[135] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 285

[136] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 286

[137] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 287

[138] Schadow, Johann Gottfried – Die Werkstätte des Bildhauers (L’officina dello scultore), in: Eunomia. Zeitschrift des neunzehnten Jahrhundert, Annata II. Volume 2, Berlino, 1802, pagine 346 – 363. Si veda: 
http://www.ub.uni-bielefeld.de/cgi-bin/neubutton.cgi?pfad=/diglib/aufkl/eunomia/177022&seite=00000378.TIF

[139] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 46

[140] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 46

[141] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 50

[142] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 48

[143] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 48

[144] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 51

[145] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 50-51


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