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Storia delle antologie di letteratura artistica
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[Lettere di Artisti del XIX Secolo]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Terza
Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html
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| Fig. 55) Adolf von Menzel, Cena all’Opera, 1878 |
Vi è sempre una simbiosi tra il
modo con cui l’arte si sviluppa, le attese della società, le convinzioni
estetiche e il successo di uno stile. E vi è sempre anche una componente
ciclica nel susseguirsi del gusto e dello stile, la cui fortuna è legata a
quella dei popoli e dei paesi. Lo afferma il giovane pittore Adolf von Menzel,
in una lettera ad Heinrich Arnold, un imprenditore suo amico, nel 1836.
Nonostante abbia solo ventun anni, la sua è una riflessione matura. Nella
lettera opera una riflessione sull’arte tedesca da Dürer ai suoi giorni, rilevando la sua
inclinazione a riflettere la cultura del paese. “Le arti hanno da sempre solamente messo in pratica quel che si
desiderava all’epoca. Quando il credo religioso era il principio vitale dello
spirito umano, lo era anche nell’arte, sia nell’antichità sia nel Medioevo.
Quando l’orientamento spirituale di un qualsiasi paese o popolo raggiunge il
suo culmine per poi decadere, allora l’arte declina attraverso tutti i possibili
labirinti ed abissi, fin quando non arriva una nuova consapevolezza. Così la
riforma luterana è stata il culmine del credo religioso, che ha subito la
deriva di cui ho parlato, fino ad oggi. Oggi si inizia a divenire consapevoli
della traslazione del credo religioso a principio di conoscenza. L’arte è
sempre stata parte integrante di questo progresso dello spirito, in tutte le
sue diramazioni, e sempre sarà parte del suo sviluppo. Infatti, così come
l’umanità, anche l’arte e le richieste che ad essa sono poste sono parte
integrante di tale sviluppo spirituale. Ed è per questo motivo che io non
ritengo che la tendenza della nostra arte in questa direzione [nota del
traduttore: idealista] sia una strada sbagliata, ma il risultato logico di un nuovo spirito del tempo
[n.d.r. Zeitgeist] ” [71].
È come dire che l’arte tedesca
non può essere apprezzata in modo intuitivo. È sempre un’arte concettuale.
Dietro ad essa vi è sempre un’elaborazione culturale, una matrice religiosa, un
riferimento profondo.
Goethe
Non si può infatti parlare
dell’arte dell’Ottocento tedesco senza trattare degli intellettuali di
riferimento di quell’epoca. E qui va subito notato che, mentre vi sono numerose
lettere di molti artisti che raccontano dei rapporti con gli intellettuali del
classicismo e del primo romanticismo, come Johann Wolfgang von Goethe (1749–1832), Friedrich Schlegel (1772 –1829), Johann Ludwig Tieck (1773–1853) e
Friedrich Schelling (1775-1854), non vi è traccia di contatti degli artisti
con i mostri sacri della cultura di lingua tedesca nella seconda metà
dell’Ottocento: Richard Wagner (1813– 1883), Friedrich Nietzsche (1844–1900)
e Sigmund Freud (1856–1939). Mi sono persino chiesto se questo non sia il
riflesso di una precisa scelta di Else Cassirer, che ha forse voluto premiare
la cultura tedesca del primo Ottocento rispetto a quella della seconda metà. In
alternativa, è possibile che le arti figurative in Germania siano state molto
più in contatto con il mondo delle idee durante la prima metà dell’Ottocento,
per poi acquisire più autonomia nella seconda metà.
In una lettera del dicembre 1786
[72], il pittore Tischbein racconta al filosofo svizzero Johann Caspar Lavater
(1741 –1801) il suo primo incontro con Goethe in Italia, elogiandone l’estrema
semplicità e e la concentrazione sul lavoro. Tischbein e Goethe divengono
grandi amici in Italia e, nei decenni seguenti, possiamo leggere missive piene
di nostalgia per le avventure giovanili di venticinque anni prima (la visita in
certe osterie, la conoscenza di certe ragazze, ecc..) [73].
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| Fig. 57) Johann Wilhelm Tischbein, Goethe alla finestra della casa romana in via del Corso, 1787 |
Nei primissimi anni del secolo
Goethe è l’intellettuale di riferimento per tutti i giovani pittori, non
importa se essi appartengano al suo orientamento classicista oppure siano
inclini alle sperimentazioni proto-romantiche che combatte con vigore.
Peter von Cornelius scrive con entusiasmo di Goethe nel 1802; ancora non si è
ancora legato al gruppo dei nazareni a Roma, nei cui confronti Goethe avrà in
seguito un atteggiamento di chiusura. Il pittore diciannovenne esalta l’intenzione
di Goethe “di porre l’arte ad un livello
ancora più elevato: non dovrebbe parlare solamente al cuore ma anche
all’intelletto, non deve solamente piacere o scuotere, ma deve anche insegnare.
(…) Per questo motivo egli vuole che un quadro parli sempre per sé, in modo
tale che anche ogni principiante, anche quando non conosce il tema, possa
immediatamente riconoscere il senso della pittura e possa trarre le proprie
conclusioni” [74]. Anche quando diviene chiaro che Goethe è ormai contrario
ad ogni forma di romanticismo, il ventinovenne Philipp Otto Runge – uno dei
padri teorici della prima arte romantica tedesca – gli scrive nel 1806: “Capisco bene come lei apprezzi anche i
tentativi che vanno al di là della direzione che lei si augura dall’arte; e
sarebbe troppo banale spiegarle le ragioni per le quali io lavoro in tal modo,
come se io volessi convincerla che sono quelle giuste.” [75]
Qualche anno dopo, in una lettera
senza intestazione e senza data, lo scultore neoclassico Gottfried Schadow si
compiace delle attività dell’Associazione degli amici dell’arte (Verein der Kunstfreude) a Weimar, sotto
la guida di Goethe dal 1799. Schadow racconta come l’associazione di Weimar non
solo sia in grado di battere in termini finanziari quella fondata a Düsseldorf
nel 1829 con un indirizzo romantico, ma abbia maggiormente contribuito alla
cultura artistica, perché le somme raccolte dalla vendita dei quadri hanno
finanziato riviste e pubblicazioni come i “Propilei” (Propyläen, 1798-1800) e i quaderni di “Arte e antichità” (Über Kunst und Altertum, 1816-1832).
Sono riviste che Goethe dirige con l’obiettivo preciso, non solamente di
promuovere l’arte antica, ma soprattutto di sostenere il neoclassicismo contro
il primo romanticismo e dunque sia contro i nazareni sia contro Friedrich. Ecco
quel che Schadow scrive al proposito, utilizzando un tono chiaramente
spregiativo nei confronti dei nuovi movimenti artistici che stanno propagandosi
in Germania: “Goethe combatté contro i
Nazareni, i quali producevano angioletti ed immagini della Madonna par
force á la Cimabue [n.d.r. in francese],
cui seguivano immagini di banditi che si riposano, a volta addormentati, solo
in rari casi nell’atto di aggredire, e a volte nell’atto di portare con sé la
refurtiva. Prima ancora, nel campo della paesaggistica già Friedrich aveva
adottato un tono da guardiano notturno, rappresentando chiostri di chiese
innevate, dove si muovono furtive bambole mascherate. Goethe disse al
proposito: ‘Un bel lavoro, ma io ho sempre concepito l’arte come un sollievo
per la vita: qui vedo freddezza, ansia, morte e disperazione’” [76].
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| Fig. 58) Caspar David Friedrich, Paesaggio invernale con chiesa, 1811 |
Gli intellettuali romantici ed idealisti
Nonostante l’opposizione di
Goethe, il romanticismo diviene presto il nuovo punto di riferimento per
l’arte. Così nel maggio 1818 l’allievo di Schadow, lo scultore Christian Rauch,
si rivolge all’amico carissimo Johann Ludwig Tieck, l’intellettuale del proto-romanticismo
che è il primo teorico della religiosità dell’arte (deriva da lui la corrente
di pensiero del sacerdozio dell’arte, che influisce ancora sul simbolismo di
fine Ottocento). Sono entrambi in Italia: Rauch è a Roma e Tieck a Firenze.
Siamo in un quadro di transizione: la lettera di Rauch rivela infatti che le
sue preferenze sono ancora neoclassiche. Egli racconta di Canova e Thorvaldsen
[77], dunque dei maggiori scultori neoclassici attivi a Roma: il giudizio sul
danese è più lusinghiero, mentre Canova lo imbarazza: “Quest’anno Thorvaldsen ha prodotto belle opere. Un Mercurio nell’atto
di uccidere Argo è il migliore ed il più bello dei suoi lavori, la creazione
più sublime del suo genio… Canova ha tradotto in marmo la sua ninfa dormiente
in modo attento e bello, davvero bello, ma il suo atelier mi sembra morto e
desolato: ecco di nuovo una Venere con una grossa testa come modello! Oddio!”
[78].
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| Fig. 59) Bertel Thorvaldsen, Mercurio nell’atto di uccidere Argo, 1818 |
La seconda parte della lettera
contiene alcune sorprese. Infatti, se Tieck è un teorico dell’estetica, non è
uno sprovveduto sul mercato dell’arte. Rauch si rivolge a lui anche per motivi
commerciali, ovvero per conoscere i prezzi di alcuni blocchi di marmo a Carrara
per Thorvaldsen a Roma e per il suo maestro Schadow a Berlino. Dal momento che
Tieck sta rientrando da Firenze in Germania, gli chiede anche di ultimare per
lui diverse commissioni commerciali, che riguardano la vendita ed il trasporto
di sue opere a clienti di Francoforte, Berlino e Vienna [79]. I rapporti
commerciali continuano: nel 1832 a Rauch viene richiesto dall’amministrazione
prussiana di occuparsi di alcuni difficili restauri: assume allora lo scultore
italiano Giovanni Calandrelli (1784–1852), lo fa venire da Roma a Berlino, gli
affida i restauri e delega a Tieck tutti gli aspetti logistici ed
amministrativi [80].
Nell’aprile 1808 è Gottlieb
Schick, pittore classicista, a scrivere una lettera piena d’entusiasmo ed
emozione al filosofo idealista Friedrich Schelling. Schick si trova a Roma,
dove ha letto, grazie ad amici, il discorso sul “Rapporto delle belle arti con
la natura” (Über das Verhältnis der
bildenden Künste zu der Natur), tenuto dal filosofo per inaugurare
l’Accademia delle scienze di Monaco nell’ottobre dell’anno prima. È un indizio
che il mondo degli artisti tedeschi a Roma, oltre ad essere animato da tante
bevute in osteria, è molto colto e si tiene aggiornato su quel che accade in patria.
La lettera inizia con una confessione: “Prima
di arrivare a Roma, non avevo letto nulla di Lei, nonostante il suo nome fosse
già noto a ogni persona di cultura. (…) Ma adesso passo a ciò di cui io volevo
parlarle, e di cui posso anche parlare, ovvero al suo discorso
all’inaugurazione dell’Accademia delle Scienze a Monaco. Lei è uomo di capacità
supreme! Su di Lei è sceso lo spirito divino. Lei ha parlato d’arte come
(almeno a mio parere) nessun altro aveva fatto prima” [81]. È l’avvio di
un fitto carteggio. L’antologia contiene una seconda lettera del dicembre
1808, in cui Schick non esita a manifestare idee diametralmente opposte a
quelle del filosofo: è in corso in Germania una polemica a favore o contro
l’accademia e molti degli artisti tedeschi che si sono trasferiti a Roma
(Carstens, Koch) approfittano della distanza per pronunciarsi contro di esse.
Andare a Roma è per molti di loro un atto di insubordinazione contro le
accademie. Schelling le difende (e scrive che un vero genio non può aver paura
di soccombere di fronte ad un ordinamento scolastico); infatti assumerà la
posizione di presidente dell’accademia di Monaco nel 1827. Schick ha l’opinione
opposta ed espone le sue tesi in modo molto dettagliato. Lo vedremo nella
sezione sul rapporto tra artisti ed accademie [82].
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| Fig. 61) Gottlieb Schick, Wilhelmine von Cotta, 1802 |
Nazareni e protoromantici
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| Fig. 62) Johann Friedrich Overbeck, Giuseppe venduto dai suoi fratelli, 1816 |
Le tecniche e gli stili adottati
dagli artisti tedeschi hanno dunque sempre una forte connotazione ideologica.
Non possono essere letti esclusivamente in termini intuitivi, come espressione
immediata di fantasia, ma si riferiscono sempre ad un quadro intellettuale più
ampio.
Nel recupero dell’arte del
medioevo e del primo rinascimento, la scelta dei nazareni è precisa:
riaffermare il dominio del disegno, della linea e dalla forma sul colore,
rivendicando un controllo quasi mistico-religioso di ogni eccesso nella
pittura. Overbeck scrive a Steinle nel febbraio 1835: “Questo spirito si manifesta al tempo stesso nell’espressione degna del
corpo, in una bellezza delle forme, che non deve originare dalla carne e dal
sangue, ma invece deriva da una soppressione dei sensi carnali in un
rinnovamento in Dio” [83]. Lo notano anche i critici dei nazareni: “è davvero un peccato, che Cornelius, il più
grande artista del nostro tempo non sappia dipingere: la composizione e la
pittura debbono andare l’una d’accordo con l’altra” [84]. Sono parole di
Ludovico di Baviera, che manifesta quest’opinione dopo aver rotto i rapporti
con Cornelius, precedentemente un suo protetto: gli aveva commissionato un
affresco nella nuova chiesa di San Ludovico, appena eretta nel centro di
Monaco, dandogli l’opportunità di dipingere un giudizio universale di grandi
dimensioni, ma – ad opera conclusa – lo critica in modo assai brusco.
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| Fig. 63) Peter von Cornelius, Il giudizio universale, 1836-1840, Monaco, Chiesa di San Ludovico |
I pittori protoromantici hanno
preferenze completamente opposte, come mostrano le lettere di Caspar David
Friedrich (1774-1840) e soprattutto di Philipp Otto Runge (1777-1810). I due
sono contemporanei dei nazareni, ma interpretano una sensibilità diversa, dove
il colore recupera una funzione essenziale. Anche qui non manca una
concettualizzazione.
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| Fig. 64) Philipp Otto Runge, La sfera dei colori, 1810 |
Runge è conosciuto per la teoria del colore. Nel 1806 sente la necessità di scrivere a Goethe, il grande
avversario delle sue tesi, nel tentativo di spiegarsi, e gli scrive un
manifesto della visione proto-romantica del colore. Afferma che bisogna
lasciarsi andare, sottrarsi ai vincoli dell’individualità, perdersi
nell’infinità della vita, lasciarsi conquistare appieno dalle impressioni
totalizzanti: solo in tal modo si può aver accesso all’essenza della natura.
L’artista deve in particolare superare il limite della forma, perché essa
riduce naturalezza ed immediatezza dell’espressione. “Da quando sono rimasto affascinato dagli effetti speciali del mischiare
i tre colori fondamentali, non ho potuto più aver pace fin quando non sono
riuscito a farmi una certa immagine dell’intero mondo dei colori che fosse
sufficientemente ampio per comprenderne tutte le trasformazioni e
manifestazioni” [85].
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| Fig. 65) Philipp Otto Runge, Il giorno, 1803 |
Occorre però ricordare che il
pittore ha un’impostazione teorica che va a ben al di là del semplice studio
dell’interazione tra le diverse gradazioni di tinta. La sua analisi, in una
lunga lettera al fratello Daniel del 9 marzo 1802, è ispirata da alcune
affermazioni di Ludwig Tieck sulla storia della cultura. Tieck sostiene la tesi
che è sempre la morte di una cultura e la sua sostituzione con una nuova
civiltà a generare i capolavori dell’arte, in una sorta di eterno ritorno [86].
Runge si chiede allora: stiamo forse assistendo alla morte del vecchio mondo
spirituale ed alla nascita di uno nuovo, dominato dalla prevalenza dello
spirito, che è assunto a strumento profondo di conoscenza della realtà? [87] Solamente
lo spirito dell’uomo è infatti in grado di comprendere che il mondo è dominato
dallo scontro tra ciò che è forte e ciò che è eterno: sono i due elementi
insopprimibili dell’universo, presenti ovunque nella natura (la roccia e
l’acqua) ed opposti tra loro. Essi si mischiano, si combinano e si separano,
per poi ricomporsi ovunque, anche nell’animo umano, in un ciclo di corsi e
ricorsi che sempre alterna ciò che è forte e ciò che è dolce, fin dall’origine
della vita: la durezza del parto e la dolcezza dell’amore materno. E dunque il
mondo intero è circolare e la morte e la rinascita dell’arte sono parte
integrante di tale cerchio vitale. Il compito dello spirito è comprendere che
tutti gli aspetti (la natura, l’animo, la religione, l’arte) appartengono ad un
unico sistema basato sulla combinazione di elementi fra loro differenti.
L’opera d’arte rappresenta
l’unità spirituale tra l’individuo ed il tutto, tra arte e religione, tra
oggetto e composizione, tra disegno e colore. Anche i colori devono essere
assegnati ad ogni quadro partendo dall’osservazione degli elementi diversi: il
cielo e la terra, ma anche i diversi affetti e le diverse sensazioni provocati
negli uomini dai fenomeni naturali. Anche se l’attribuzione di certi colori a
determinati temi è divenuta quasi automatica, essi debbono essere comunque
assegnati in modo da comporre un’armonia tra oggetti e sensazioni [88].
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| Fig. 66) Philipp Otto Runge, Il grande mattino, 1808 |
L’arte può sorgere solo dallo
spirito, se esso ha percorso il necessario cammino per comprendere l’unità
dell’universo. Senza di esso, l’arte è solo esercizio di mestiere e non ha
valore: “A mio parere non vi può essere
opera d’arte alcuna, se l’artista non ha compiuto questi passi iniziali.
Altrimenti non si tratta di arte eterna: dal momento che l’eternità di un’opera
d’arte è appunto solamente la sua connessione con l’anima dell’artista. Egli
realizza grazie ad essa un’immagine dell’origine eterna del suo spirito. Ha più
valore un’opera d’arte che raggiunge anche solo la fase della composizione, ma origina
dal completamento di questi momenti originari, di qualsiasi affettazione che inizi
solamente dalla composizione, escludendo gli elementi ad essa precedenti, anche
quando essa sia condotta fino alla tappa finale delle tonalità di colore. (…) È
da qui che hanno avuto origine le opere di Raffaello, Michelangelo Buonarroti,
Guido Reni e molti altri. Dopo di loro, si dice, l’arte è decaduta: che cos’è
se non il fatto che lo spirito è venuto a mancare? Annibale Carracci e gli
altri hanno iniziato sempre solo dalla composizione e Mengs dal disegno: e gli
artisti che oggi fanno così tanto rumore hanno iniziato solamente dalla
tonalità” [89].
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| Fig. 67) Caspar David Friedrich, Paesaggio boemo, 1810-1811 |
Se i nazareni prediligono i
soggetti di natura storica e religiosa (e sono dunque illustratori di azioni),
i protoromantici sono invece caratterizzati da una passione sfrenata per la
natura. Leggiamo alcune parole di Friedrich, in un frammento senza data: “Sono appena uscito da una foresta fitta ed
oscura e mi sono trovato ad una certa altezza. Davanti a me, a valle,
circondata da fertili colline, si trovava ridente la graziosa cittadina, e la
luce radente della sera illuminava la torre pendente, cui di recente è stato
posto il tetto. Nel prato ricchissimo di fiori si rincorrevano le gazze ladre,
una scena deliziosa da vedere. E dietro le colline vi erano monti e dietro ai
monti spiccavano i campi. E così un campo seguiva l’altro, in una fila che si
perdeva nell’orizzonte. Colmo di gioia sono rimasto là a lungo, ed ho osservato
quei luoghi così belli; ho visto i laboriosi contadini, con le loro falci luccicanti,
che si affrettavano a raggiungere Elsterwerda” [90]. Ed in un altro passo
non datato aggiunge: “Il sentimento
dell’artista è la sua legge. La pura percezione non può mai essere contraria
alla natura, deve essere sempre conforme ad essa. Mai però può accadere che il
sentimento di un altro ci sia imposto come legge. Affinità spirituali possono
generare lavori simili, ma tale affinità è assai lontana dall’imitazione”
[91].
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| Fig. 68) Caspar David Friedrich, Le tappe della vita, 1834 |
Pittura di genere e cultura dell'idea
La pittura di genere (paesaggio e
storia) caratterizza l’Ottocento, in Germania come nel resto d’Europa. Le
lettere mostrano come, in entrambi i generi, vi sia una fortissima tendenza
nell’arte tedesca a rappresentare i soggetti come espressione di temi ideali.
Siamo nel pieno della cultura idealista, che domina la filosofia tedesca del
secolo. Nel 1836 il pittore Louis Theodor Gurlitt (1812-1897) scrive al collega
Johann Ludwig Lund (1777 -1867). “Ed è
del tutto certo che sia nella pittura di storia sia nella pittura di paesaggio,
condotti da finalità superiori, si debba sacrificare qualcosa della naturalezza
vera e propria, per essere veri in un senso superiore” [92].
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| Fig. 69) Louis Theodor Gurlitt, La guglia del Sommerspiret, senza indicazione di data |
Il rapporto tra pittura di storia
ed idea è per molti versi ovvio. Ne è testimone Alfred Rethel (1816-1859). Egli
scrive intorno al 1836, dunque ancora ventenne, al fratello minore, e gli
descrive i rischi cui è esposto un pittore: errori nel disegno, errori nella
pittura e soprattutto nell’espressione dell’idea: “E qui si verifica il terzo caso, spesso il peggiore cui si possa
pensare, ma in ogni caso il più importante. Il lavoro è riuscito in termini di
perfezione della forma e del colore, ma ci si chiede pieni di paura: conduce
alla tua idea iniziale? (…) I giudizi degli inesperti fanno spesso riferimento
ad aspetti marginali (…), ma non riescono affatto a comprendere l’opera nel suo
complesso, non hanno un’impressione totale, ed il lavoro li lascia del tutto
freddi” [93].
Il rapporto tra rappresentazione della natura ed idea è al centro delle considerazioni di Philipp Otto Runge in questa lettera al fratello, nel febbraio 1802. Sta descrivendo la storia dell’arte come passaggio dalla composizione di figure a paesaggi: “Michelangelo è stato il punto più alto della composizione: il Giudizio universale è la pietra miliare della composizione storica. Già Raffaello ha prodotto molta arte che non era semplicemente una composizione storica: la Madonna di Dresda è evidentemente solamente un’emozione che egli vuole esprimere attraverso le figure così famose. Dopo di lui non vi è mai più stata arte storica, tutte le composizioni più belle tendono al paesaggio. Si pensi per esempio all’Aurora di Guido Reni, anche se non vi erano ancora i paesaggisti, che potessero svelare il significato vero di un paesaggio, introducendo in esso allegorie e pensieri profondi” [94].
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| Fig. 70) Alfred Rethel, La battaglia di Cordova, 1849 |
Il rapporto tra rappresentazione della natura ed idea è al centro delle considerazioni di Philipp Otto Runge in questa lettera al fratello, nel febbraio 1802. Sta descrivendo la storia dell’arte come passaggio dalla composizione di figure a paesaggi: “Michelangelo è stato il punto più alto della composizione: il Giudizio universale è la pietra miliare della composizione storica. Già Raffaello ha prodotto molta arte che non era semplicemente una composizione storica: la Madonna di Dresda è evidentemente solamente un’emozione che egli vuole esprimere attraverso le figure così famose. Dopo di lui non vi è mai più stata arte storica, tutte le composizioni più belle tendono al paesaggio. Si pensi per esempio all’Aurora di Guido Reni, anche se non vi erano ancora i paesaggisti, che potessero svelare il significato vero di un paesaggio, introducendo in esso allegorie e pensieri profondi” [94].
Dunque la rappresentazione della
natura ha anche aspetti concettuali. È ancora Runge ad affermarlo, nel 1802: “Chi non vede gli spiriti sulle nuvole nel
momento in cui cala il sole? Non posso fissare la luna fuggente come una figura
fugace che suscita in me un’emozione? E non è ciò di per sé un’opera d’arte?“
[95].
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| Fig. 72) Anton Ludwig Richter, Processione nuziale in un paesaggio primaverile, 1847 |
Il romantico Adrian Ludwig Richter – alla riscoperta dei paesaggisti fiamminghi – afferma nel 1849, in un appunto sul suo viaggio ad Ostenda: “Qual era lo spirito di questa pittura? La penetrazione più profonda nell’idea e nell’apparizione della natura. Ogni aspetto esterno della natura diviene una rappresentazione ideale, se ci si confronta con essa e la si studia. In parte grazie a questo esame esatto, riusciamo infatti a cogliere l’essenza, l’idea dell’apparizione stessa. Il nostro amore, la nostra visione entusiasta dell’oggetto si traduce nella sua imitazione e si rispecchia nel tentativo accuratissimo di riprodurre la realtà dell’apparizione. Ma tale realtà viene animata dal nostro amore e dal nostro entusiasmo – viene dunque idealizzata, fin tanto che tale amore è indirizzato realmente a ciò che dell’oggetto è veramente bello e veritiero e dunque il tema principale non si lascia distrarre dai dettagli” [96].
Naturalismo e realismo
Sono queste le premesse per la
divaricazione, nella pittura tedesca della seconda metà dell’Ottocento tra
naturalismo e realismo. È una divaricazione assente altrove, e che anche
in Italia è sconosciuta. In Germania la
differenziazione tra i due indirizzi porterà, nel primo Novecento, alla
scissione all’interno della Secessione di Berlino. L’indirizzo naturalista ha
infatti il suo esito finale nell’impressionismo, quello realista
nell’espressionismo.
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| Fig. 73) Rudolf Koller, Cena sul campo, 1867 |
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| Fig. 74) Hans von Marées, San Martino ed il mendicante, 1869 |
Il naturalismo, di influenza
francese, è caratterizzato dall’immediata rappresentazione della natura; il
realismo si pone invece l’obiettivo di rappresentare il mondo esterno, ma in
senso ideale, non come è, ma come dovrebbe essere, ovvero in senso concettuale
ed idealista. È un naturalista lo svizzero Rudolf Koller (1828-1905), formatosi
alla scuola di Barbizon. Nel 1867 scrive al suo conterraneo pittore Robert Zünd
(1827-1909): “Devi essere solamente un
figlio della natura e rappresentarla com’è” [97]. È invece un realista Hans
van Marées, quando scrive ad Adolf von Hildebrandt, scultore e teorico della
forma, nel 1869: “Questo è il primo
requisito di un’opera d’arte, se vuol essere più di una semplice decorazione.
La natura stimola sempre partecipazione; ma non è la perfezione dell’immagine
naturale, ma la perfezione della sua comprensione a fare di un oggetto un’opera
d’arte” [98]. E poi spiega a Fiedler nel 1882: “Definisco artista di natura colui cui la natura ha immesso nell’anima
un ideale fin dall’inizio; e tale ideale è ciò al quale crede ciecamente e che
rappresenta per lui la posizione della verità” [99].
Il massimo difensore del
naturalismo è Max Liebermann (1847-1935), uno dei pittori più vicini al circolo
dei Cassirer. Liebermann scrive nel 1894 una lettera al critico d’arte Woldemar
von Seidlitz, per ringraziarlo di avergli mandato in omaggio il nuovo libro
sulle incisioni di Rubens, uscito lo stesso anno. “E vi è un secondo aspetto che mi sembra eminentemente moderno [nota
del traduttore: in Rubens]: è la sua
pietas nei confronti della natura. Anche se i neo-idealisti ci vogliono
insegnare che la vera arte va al di là della semplice riproduzione della
natura, io credo invece che dopo il fallimento dei neo-idealisti, dei
simbolisti, ecc.., l’arte debba essere riconosciuta come la nature vue à
travers un tempérament [la natura vista attraverso un temperamento]. La prova sono i quattrocentisti e Rubens.
Essi hanno sentito la natura poeticamente, ma sapevano che la natura è l'artista più grande. E soprattutto gli italiani e Rembrandt erano ingenui; mentre
oggigiorno mi sembra che, dopo aver recuperato così a fatica la via della
natura, ci buttiamo a precipizio di nuovo lungo la strada errata nel labirinto
della cosiddetta poesia” [100]. Si apre allora una vera e propria guerra di
religione tra i sostenitori della natura e quelli di un’arte di impronta più
mistica, che culmina nel 1905 nel pubblico scontro tra Liebermann ed i suoi
sostenitori (come Wilhelm Bode) da un lato e lo storico dell’arte Henry Thode
dall’altro: quest’ultimo scrive non solamente contro Liebermann, ma contro
tutta una linea che parte da Rembrandt e Velázquez, e ad essa oppone Grünewald
ed i nazareni.
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| Fig. 76) Giovanni Segantini, Pascoli a primavera, 1896 |
Quanto all’indirizzo opposto, quello realista, una testimonianza della corrispondenza tra idea e natura viene da Segantini, pittore di lingua italiana che vive in forte simbiosi tra mondo italiano e mondo tedesco (ed è per questo incluso nella sezione tedesca dell’antologia, come suddito austro-ungarico). Segantini è prima un divisionista e poi un simbolista. In una lettera senza data ed indirizzata ad una controparte indicata con uno pseudonimo (il Signor Candidus, giornalista) spiega il procedimento della sua pittura: “Io dipingo in modo semplice e naturale; non è possibile dipingere in modo più naturale e semplice di quanto io faccia. (…) La mia tavolozza è la più semplice che si possa immaginare: biacca (non mischio mai questa biacca con cinabro né con cadmio; invece posso mischiare il bianco di Cina con qualsiasi colore) – terra rossa – giallo di marte – giallo di cadmio – cinabro francese – blu cobalto – ultra marino – verde cobalto – verde smeraldo – rosso laccato. (…) Dopo aver concluso la preparazione della tela mi avvio a fissare su di essa le linee guida dell’idea che voglio rappresentare e di cui mi sto occupando, precisandola sempre più nel minimo dettaglio.
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| Fig. 77) Giovanni Segantini, La natura, 1898-1899 |
Se l’immagine che voglio creare mi è stata suggerita dalla natura, allora produco prima di tutto un disegno che corrisponde a quell’impressione emotiva che mi ha colpito in un determinato momento e sulla tela preparata lo riproduco in linee. Se l’idea invece è generata in me, allora cerco nella natura le linee che ad essa corrispondono. Una volta fissate sulla tela le linee che esprimono quel che io voglio spiritualmente, passo allora per così dire alla colorazione generale, attenendomi nella preparazione il più possibile vicino alla realtà. A tal fine utilizzo pennelli fini e quanto più possibile lunghi; con essi inizio a lavorare alla tela, applicando pennellate delicate, fini e pastose, e lasciando sempre uno spazio tra ogni pennellata, che io riempio con il colore complementare e se possibile quando il colore locale è ancora fresco, in modo tale che ne risulti quanto più possibile una fusione. Mischiando i colori sulla tavolozza produco lo scuro; quanto più puro è il colore che applico alla tela tanto più si introducono nel nostro quadro luce, aria e realtà” [101].
Il tema del rapporto tra natura,
idea ed arte viene approfondito in una lettera di Hans Thoma del giugno 1880,
in cui critica il naturalismo. Arte e natura non sono la stessa cosa: “Come si può voler paragonare l’arte, questo
prodotto dell’uomo, con la natura infinita? L’arte è qualcosa d’altro ed in
realtà null’altro se non l’espressione della vita e del sentimento dell’uomo,
nei confronti dell’enorme caos della natura. Insomma, per parlare in modo più
grezzo, si potrebbe forse concepire l’arte come una specie di ordine, di fronte
alla confusione delle impressioni che la nostra anima riceve dal mondo”
[102]. Il compito dell’artista è dunque quello di “svelare la natura all’anima. L’arte è un attestato della capacità
percettiva dell’anima, dello spirito che forma secondo le proprie leggi. Con le
belle arti è lo stesso che con la musica e la poesia” [103].
Arte e musica
Nonostante le parole di Thoma sul
rapporto tra pittura e musica, colpisce che, in un secolo che è stato percorso
da una formidabile ricchezza nella produzione della musica sinfonica e lirica i
riferimenti nelle Lettere di Artisti del
Diciannovesimo Secolo ai grandi compositori del loro tempo siano così
limitati tra gli artisti tedeschi (al rapporto tra pittura e musica dedica
invece molto spazio Ingres, nelle lettere riprodotte da Else Cassirer,
tracciando un parallelo tra Raffaello e Mozart, ma anche omaggiando tutta la
musica classica tedesca del primo Ottocento). È ovviamente difficile dire se la
rarità di citazioni musicali sia del tutto casuale oppure la conseguenza delle
scelte di Else Cassirer o infine il sintomo di una incomunicabilità tra gli
artisti. Un’eccezione è il pittore romantico viennese Moritz von Schwind
(1804-1871), che rivela nelle sue lettere la grande passione per Schubert [104]
(1823), Händel [105] (1833) e Beethoven [106] (1852). Scrive invece di avere
opinioni diverse da quelle di Wagner [107] (1855).
Friedrich Peller il vecchio (1804-1878) scrive nel 1853 di avere gusti distanti da quelli di Liszt. Così alcuni dei miti musicali del romanticismo musicale – ed in particolare la tendenza wagneriana-lisztiana che culmina in Brückner - sembrano non essere condivisi dagli autori selezionati da Else Cassirer. È come se l’autrice avesse preso posizione in favore del romanticismo musicale più classico, quello della scuola viennese di Brahms. Sono le spaccature profonde che differenziano gruppi diversi della società di lingua tedesca durante tutto l’Ottocento.
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| Fig. 79) Moritz von Schwind, Il re degli Elfi, 1830 circa |
Friedrich Peller il vecchio (1804-1878) scrive nel 1853 di avere gusti distanti da quelli di Liszt. Così alcuni dei miti musicali del romanticismo musicale – ed in particolare la tendenza wagneriana-lisztiana che culmina in Brückner - sembrano non essere condivisi dagli autori selezionati da Else Cassirer. È come se l’autrice avesse preso posizione in favore del romanticismo musicale più classico, quello della scuola viennese di Brahms. Sono le spaccature profonde che differenziano gruppi diversi della società di lingua tedesca durante tutto l’Ottocento.
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| Fig. 80) Friedrich Peller il vecchio, Tempesta, 1856 |
NOTE
[71] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, Berlin, Bruno Cassirer, 1919, 712 pagine. Citazione alle pagine
358-359.
[72] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 31.
[73] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 31-35.
[74] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 138-139.
[75] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 179.
[76] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 61.
[77] L’antologia contiene
(pagine 99-101) anche due lettere di Rauch a Thorwaldsen, in cui lo aggiorna
sui suoi progetti più recenti, sull’attività dell’Accademia di San Luca a
Berlino e sul lavoro dei nazareni.
[78] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 95.
[79] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 95.
[80] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 104-105.
[81] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 121.
[82] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert,
(citato), 1919, pp. 122-125.
[83] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 128.
[84] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 164.
[85] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 180.
[86] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 171.
[87] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 172.
[88] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 174-175.
[89] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 176.
[90] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 167.
[91] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 165
[92] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 258.
[93] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 243.
[94] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 178.
[95] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert,
(citato), 1919, p. 178.
[96] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 235.
[97] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 303.
[98] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 328.
[99] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 334.
[100] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 430.
[101] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 352.
[102] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 396.
[103] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 397.
[104] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 182.
[105] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 183.
[106] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 193.
[107] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 196.


























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