Filippo Baldinucci
Cominciamento e progresso dell’arte dell’intagliare in rame
Colle vite di molti de’ più eccellenti maestri della stessa professione
A cura di Evelina Borea
Torino, Einaudi, 2013
Recensione di Giovanni Mazzaferro
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| Albrecht Dürer, Malinconia I, 1515, incisione su legno Fonte: Wikimedia Commons |
Il Cominciamento e progresso dell’arte dell’intagliare in rame non è
certo l’opera più fortunata di Filippo Baldinucci (1625-1696), celebre erudito,
storiografo e collezionista al servizio dei Medici nella seconda metà del
Seicento. Filippo è ricordato innanzi tutto per le sue monumentali Notizie de’ Professori del disegno da Cimabue in qua, edite in parte dallo stesso (1681 volume primo, 1686 volume
secondo, 1688 volume quarto) e in parte postume (l’opera, in cinque volumi, si
completò solo nel 1728). Sempre maggior
importanza, si attribuisce poi, specie dai lessicografi e dagli storici delle
tecniche artistiche al suo Vocabolario
toscano dell’arte del disegno (1681), che gli valse la nomina ad Accademico
della Crusca. Sul Cominciamento,
invece, nonostante due riedizioni successive (1767 e 1808) è calato ben presto
il silenzio, Il motivo ha anche una spiegazione di natura tecnica: delle 18
biografie presentate nell’opera – spiega la curatrice - ben 15 furono
riproposte all’interno delle Notizie,
tant’è che chi si interessa di incisione ha finito per attingere a quest’ultima
opera, senza chiedersi se si trattava della versione originale
del testo o se vi fossero stati interventi dei redattori successivi alla morte
dello studioso toscano (cosa che, almeno in un caso, è qui dimostrata). La
diluizione delle biografie riportate nel Cominciamento
fra centinaia di altre note biografiche accumulate e presentate da Baldinucci
in un attacco di bulimia erudita, priva inoltre l’opera del suo significato più
profondo, che è quello di ragionare sull’evoluzione di un’arte relativamente
moderna rispetto a pittura, scultura e architettura, ma di tale successo
all’epoca da costituire un vero e proprio fatto di costume. Baldinucci prova ad
indagare le specificità dell’arte incisoria, proponendo al lettore una linea
evolutiva che s’apre col primo Cinquecento con Dürer e si conclude solo attorno
al 1680 (l’ultima biografia, apice ideale del perfezionamento dell’incisione è
quella di François Spierre, incisore francese che grande successo raccolse in
Italia e in particolare a Roma e a Firenze).
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| Luca di Leida, Conversione di San Paolo Fonte: Sailko tramite Wikimedia Commons |
Baldinucci e Bellori
Ben venga quindi l’edizione
critica proposta da Evelina Borea, a quasi quarant’anni di distanza da un’altra
grande impresa come quella del commento alle
Vite del Bellori. Esistono affinità fra i due commenti? Da un punto di
vista metodologico direi senz’altro di sì: identico è l’approccio analitico al
testo, la volontà di annotare e identificare le opere citate, la ricerca delle
fonti di entrambi gli autori, il desiderio di contestualizzare i due scritti. Da
un punto di vista contenutistico il discorso si fa più complicato. In entrambi
i casi si ravvisa la decisione di Bellori e di Baldinucci di abbandonare una
trattazione “vasariana” di tutti gli artefici, maggiori o minori che fossero
(Baldinucci peraltro si attenne a questa tipologia di opera nelle Notizie), per individuare figure chiave
che fungono da snodi di un divenire artistico. Il problema semmai è capire
quali siano i criteri che portarono alla scelta di questo o quell’artefice, e
anche in questo caso Borea interviene con ipotesi tutt’altro che banali. La
curatrice ravvisa inoltre una medesima attitudine degli autori nei confronti di
quegli artisti che più vengono penalizzati (in termini di giudizio) nelle due
opere: Caravaggio per Bellori e Rembrandt nel caso di Baldinucci. Esattamente
come Bellori, quest'ultimo sembra rinnegare Caravaggio capendone però l’arte: “queste paginette [n.d.r. relative a
Rembrandt] sono famose anche perché in
poche righe il suo autore, oltre che riferire di cose veritiere, perché da
fonte attendibile, esprime, con una sorta di emozione incontrollabile dal
profondo, la percezione della straordinarietà dello stile rembrandtiano,
pittura o intaglio che fosse, che, suo malgrado, nella storia dell’arte gli
appare un raggiungimento insuperabile” (p. 190). Non a caso Baldinucci
scrive: “Quello in che veramente valse
quest’artefice fu una bizzarrissima maniera ch’egli s’inventò d’intagliare in
rame all’acqua forte, ancor questa tutta sua propria, né più usata da altri, né
più veduta, cioè, con certi freghi e freghetti e tratti irregolari e senza
dintorno, facendo però risultare dal tutto un chiaro scuro profondo e di gran
forza ed un gusto pittoresco [n.d.r. nel senso di “pittorico”] fino all’ultimo segno”. Comune ai due
autori è innegabilmente lo stesso gusto classicista, colorito semmai da
sfumature campanilistiche diverse, e un analogo guardare, per gli anni a loro
contemporanei, a quanto avviene in Francia, dove la politica culturale di Luigi
XIV ha stabilito nuovi parametri di riferimento, a partire dall’istituzione
dell’Accademia Reale di Pittura (1648).
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| Rembrandt, Autoritratto con berretto e bocca aperta, 1630, Stoccolma, National Museum Fonte: Wikimedia Commons |
Le biografie
Il Cominciamento contiene 18 biografie, fra loro molto diverse per
livello di approfondimento e affidabilità dei contenuti. È preceduto da un
breve Proemio, scritto da un lato per
dimostrare che l’autore è perfettamente al corrente del novero ben più ampio di
artefici che si dedica all’arte dell’intaglio, ma anche per inserire meglio le
biografie nell’ambito di un andamento storico che è appunto quello dell’inizio
della pratica incisoria e dei progressi che si sono succeduti per più di due
secoli fino a giungere alla perfezione dei tempi di Baldinucci, perfezione che
permette all’autore di dire che incisione e pittura sono ormai sullo stesso
livello e fanno a gara l’una rispetto all’altra. Il respiro dell’opera spazia
dalla dimensione internazionale a quella prettamente campanilistica. Fra i
diciotto artefici citati solo quattro sono italiani (Marcantonio Raimondi,
Antonio Tempesta, Stefano Della Bella e Pietro Testa), mentre gli altri sono
stranieri (nell’ordine Dürer, Luca di Leida, Hendrick Aldegraever, Hubert
Goltzius, Jan Sadeler, Raphael Sadeler, Hendrick Goltzius, Jan Saenredam,
Gillis Sadeler, Jacques Callot, Cornelis Bloemaert, Rembrandt, Robert Nanteuil
e François Spierre). Da un lato Baldinucci si vanta di aver dovuto imparare il
fiammingo per leggere, ad esempio, le Vite di van Mander; dall’altro non riesce ad affrancarsi dal luogo comune della
Toscana patria di tutte le arti. È sì vero, così, che la prima biografia è
destinata a Dürer, ma è altrettanto innegabile che, nel proemio, l’erudito
sostiene che “quest’arte […] ebbe suo
principio nel secolo del 1400 […] nella città di Firenze, mediante la persona
di Masi Finiguerri orefice e argentiere, scultore e intagliatore, che riuscì
valoroso non meno nel modellare di tondo e mezzo rilievo che in lavorare di
niello…” (p. 4). Il “cominciamento” è sempre fiorentino; dei quattro
incisori italiani citati, tre operano a Firenze. Fa eccezione il solo
Marcantonio Raimondi, che peraltro non ne esce bene, accusato com’è di
falsificare scientemente opere di Dürer.
Di fatto fiorentino d’adozione è considerato anche Jacques Callot, che operò a
lungo in città.
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| Jacques Callot, La grande caccia, 1619, Houston, Museo di Belle Arti |
L’ “invenzione” nell’arte incisoria
Si è detto che lo scopo di
Baldinucci è quello di arrivare a definire specificità dell’arte incisoria, che
ne mettano in evidenza il perfezionamento in due secoli di storia.
Oggettivamente appare difficile seguirlo, con occhi contemporanei, posto che
comincia con Dürer e finisce con Spierre, ai suoi tempi molto noto per le stampe da Pietro da Cortona e Bernini, ma certo non paragonabile come levatura
a Dürer. Dobbiamo quindi capirci: pur non ponendo particolare attenzione sugli
aspetti tecnici per Baldinucci il progresso consiste “in una sempre maggior capacità dell’artefice di «esprimere» il
naturale, come l’occhio vede le cose, dalle più massive alle più evanescenti,
immerse nell’aria” (p. XXIX). Se mai vi è un punto debole è che
difficilmente l’autore riesce a collegare i mutamenti stilistici all’avanzare
della pratica tecnica, limitandosi a giudicare sulla base del risultato
mimetico finale. Da non dimenticare poi che, nella sua selezione di autori,
Baldinucci pratica chiaramente (ma non in maniera esplicita) una selezione
preventiva fra tipologie di intagliatori. Nella massa degli operatori che si
cimentano nella disciplina si distinguevano almeno tre tipologie di artisti:
coloro che incidevano da opere d’arte altrui, quanti incidevano da disegni
d’invenzione di terzi e infine coloro (pochi) che disegnavano e incidevano
opere di propria invenzione. Pur avendo ben chiaro l’importanza delle stampe
per la diffusione della conoscenza delle opere d’arte, Baldinucci privilegia
senza dubbio alcuno l’ultima categoria. In una lettera del 1681 paragona
infatti i cosiddetti “incisori d’après”, ovvero coloro che operavano nel
settore delle stampe di traduzione, a chi produceva gessi per copiare le
statue. Ne negava, insomma, una capacità interpretativa, in nome della
predominanza dell’invenzione, che, in ultima analisi, era garanzia della
“nobiltà” della disciplina.
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| Stefano Della Bella, Il Tempio della Concordia, 1656 Fonte: Sailko tramite Wikimedia Commons |
I perché di un libro
Non sono noti i motivi che
portarono Baldinucci a deviare (e a sospendere) il progetto iniziale delle Notizie per dedicarsi al Cominciamento. Fatto sta che, in ordine
cronologico, nel 1681 uscì il primo volume delle Notizie e poi, mentre il secondo era in avanzato stato di
lavorazione, l’erudito toscano avvertì la necessità di prendersi una pausa e
scrivere il libro dedicato agli incisori. Evelina Borea avanza in merito alcune
ipotesi. Innanzi tutto fa notare che tutta l’opera letteraria di Baldinucci è
caratterizzata da una serie di movimenti improvvisi, che segnalano il nascere
di grandi entusiasmi e lo smorzarsi di quelli precedenti. Potrebbero aver
giocato un ruolo, in questo senso, le critiche che l’erudito ricevette subito
dopo la pubblicazione del primo volume delle sue Notizie. Accusato di essere eccessivamente filo-vasariano (anzi, di
aver superato Vasari nella partigianeria filo-toscana), Baldinucci potrebbe
aver deciso di lasciar decantare le acque e di respirare aria nuova dedicandosi
alla storia dell’incisione. Ma potrebbe benissimo averlo fatto nella piena
consapevolezza che non esisteva un’opera simile in commercio (Giovanni Baglione
aveva dedicato la sezione finale delle sue Vite
agli incisori, ma compilando più che altro un elenco). La verità è che non
conosciamo le cause. Quando si parla di Baldinucci, a dire il vero, c’è ormai
la tendenza a chiamare in causa gli psicologi dopo la scoperta dei suoi diari
quotidiani, che sono stati riscoperti solo nel 1979 e che dimostrano come
l’uomo fosse sostanzialmente ipocondriaco e depresso. Senza indulgere in
polemiche (ricordo bene il giudizio sprezzante di mio padre quando nel 1995
uscì un’edizione dei diari promossa dal Centro Interdipartimentale per la
storia delle malattie mentali dell’Università di Firenze) vorrei solo chiarire
che spiegare una scelta di cui non si conoscono i motivi con l’insorgere di una
malattia mentale (cosa che, intendiamoci bene, Evelina Borea non fa) equivale
all’introduzione del deus ex-machina
nella tragedia greca; ovvero corrisponde a risolvere un problema con una
soluzione precostituita dall’alto, rinunciando ad indagare.
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| Robert Nanteuil, Ritratto di Luigi XIV, 1664, Bibliothèque National de France Fonte: Wikimedia Commons |
Le fonti
Quali furono le fonti di
Baldinucci? Borea, giustamente, ritiene di dover distinguere le biografie in
almeno tre gruppi: il primo (e più facile da individuare) è quello degli
incisori cronologicamente più lontani, per i quali appare evidente (talmente
evidente che spesso si rischia il calco) il peso delle Vite vasariane e dello Schilder-Boeck
di Karel van Mander, presumibilmente nella seconda edizione del 1618; in
particolare di quella sezione dello Schilder-Boeck
che era dedicata alle vite dei pittori del Nord Europa. Avvicinandosi
cronologicamente entrano in gioco altri testi come le Vite del Baglione, quelle di Bellori e la Felsina Pittrice di Malvasia. Ma in generale appare evidente come
Baldinucci conosca bene la letteratura artistica, anche quella circolante
manoscritta, ed abbia consultato ad esempio le Considerazioni sulla pittura di Giulio Mancini e le Vite del Passeri. Per il mondo fiammingo,
posto che le vite di van Mander si fermano al 1604, sembra assumere un peso
particolare l’Het Gulden Cabinet di
Cornelis de Bie, pubblicato ad Anversa nel 1661. Vi era poi l’Academia todesca di van Sandrart. Le
ultime biografie, tuttavia, appaiono fortemente debitrici a contributi orali o
scritti di contemporanei dell’autore, o, naturalmente, sono frutto della
conoscenza personale degli artisti oggetto di studio. Lo scrive lo stesso
Baldinucci: nel caso di Nanteuil, ad esempio, è essenziale il resoconto di
Domenico Tempesti, fiorentino e suo discepolo in Francia negli ultimi due anni
di vita dell’artefice (e non a caso si tratta probabilmente della biografia in
cui il peso degli aneddoti è maggiore). C’è da chiedersi peraltro quanto, fra i
criteri di scelta degli artisti selezionati abbia pesato l’avere o meno a
disposizione materiale sufficiente. Non appare, a dire il vero, come l’unica
spiegazione possibile a nostra disposizione. Se così fosse stato non ci
spiegheremmo, ad esempio, l’inclusione nell’opera della vita di Hendrick
Aldegraever, che si estende (nell’edizione moderna) esattamente per misere
venti righe. Anche qui, i meccanismi di
scelta non sono chiarissimi. Uno di questi potrebbe essere la preferenza per
artisti la cui fede religiosa e la cui moralità fosse specchiata. Baldinucci è
un ferventissimo cattolico e non a caso non manca di sottolineare situazioni
particolarmente significative, dal suo punto di vista: Dürer, ad esempio, in
piena corrispondenza con tutta la letteratura artistica del periodo, diventa un
esempio di moralità e religiosità; il padre di Cornelis Bloemaert è ricordato
per essere stato perseguitato dai calvinisti nella città di Utrecht. Non a caso
l’unico protestante di cui si fa cenno è il mennonita Rembrandt, al cui protestantesimo
si abbinano qualità morali e comportamenti oggetto di critica aspra.
Il Cominciamento, insomma, non è un capolavoro, così come
probabilmente capolavori non sono (se non di erudizione) le opere di
Baldinucci. Ha però un valore storico, perché si propone come prima riflessione
complessiva sulla storia dell’incisione. Merito di Evelina Borea l’averlo
dissepolto dall’oblio in cui era caduto.






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