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martedì 5 luglio 2016

Federico Zuccari. Il passaggio per Italia. A cura di Alessandra Ruffino


Recensione di Giovanni Mazzaferro
ENGLISH VERSION

Federico Zuccari
Il passaggio per Italia

A cura di Alessandra Ruffino
con una lectio geografica di Davide Papotti
e un saggio di Franca Varallo


Lavis (Tn), La Finestra editrice, 2007


Federico Zuccari e aiuti, Ritratto di Federico Zuccari e della moglie Francesca Genga (1593-1603), Roma, Palazzo Zuccari
Fonte: http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/

Raramente mi sono trovato in maggior difficoltà nel recensire un libro. Il Passaggio per Italia di Federico Zuccari è, infatti, assolutamente disorientante. La realtà dei fatti è che manca un’ossatura centrale che ne favorisca l’interpretazione e faciliti il lettore. Scordatevi una guida per il forestiero, o una testimonianza sull’arte dei principali centri visitati da Federico. Il Passaggio in Italia è invece un resoconto su un mondo (quello a cavallo fra manierismo e barocco) che si rivela nella vita delle corti, nell’esperienza delle feste, nei luoghi di delizie (o presunti tali), un mondo descritto secondo i canoni di una letteratura che spicca per assenza di linearità, o – per meglio dire – rifugge tale aspetto per preferire invece il particolare, lo strano, il caratteristico, l’orrendo, e, naturalmente, il leggiadro e il grazioso. Una letteratura che usa il superlativo assoluto più delle virgole e che, in tutta sincerità, suscita in chi legge un senso di fastidio e rigetto.

Il titolo dell’opera dice tutto: “Il Passaggio per Italia, con la Dimora di Parma del Sig. Cavaliere Federico Zuccaro, dove si narrano fra molte altre cose le feste, e trionfi regij fatti in Mantoa da quella Altezza: per le Nozze del Serenissimo Prencipe Francesco Gonzaga suo Figliuolo con la Serenissima Infante Margherita di Savoia. Aggiuntovi una copiosa narratione di varie cose trascorse, vedute, e fatte nel suo diporto per Venetia, Mantoa, Milano, Pavia, Turino e altre parti del Piamonte”. Il fatto poi che dei pochissimi esemplari giunti sino a noi non ve ne sia uno esattamente uguale all’altro dimostra, a mio modestissimo avviso, che il vero oggetto dell’opera non sia la narrazione del mondo di cui parlavo poco fa, a cui si possono aggiungere o togliere pagine senza troppo imbarazzo, ma l’autocelebrazione dell’autore, “Principe” dei pittori secondo il titolo acquisito con la creazione dell’Accademia di San Luca a Roma (1593). Un principe fra i principi, un uomo che non è un cronista di eventi, ma che vive gli eventi (per quanto inutili, anacronistici, insignificanti, tremendamente ipocriti ci possano apparire oggi) in una posizione di privilegio che lo autorizza a rendere partecipi amici e conoscenti degli onori ricevuti. Un uomo che vorrebbe tornare a casa, ma che non può, perché, di volta in volta, trattenuto da “catene d’onori” di questo o quel governante, a cui non è in grado (ma ovviamente non ha nessuna voglia) di negarsi.

Stemma del 'Pan di Zucchero' in Palazzo Zuccari a Firenze
Fonte: Wikimedia Commons

La presente edizione

Le vicende editoriali dell’opera sono tutto fuorché chiare. Ne è noto un numero bassissimo di esemplari, tutti diversi fra loro. Solitamente si dice che è stata pubblicata a Bologna da Simone Parlasca nel luglio del 1608. E tuttavia ci si trova in aperto contrasto coi contenuti del testo, almeno di questo testo che stiamo esaminando, posto che l’ultima lettera (intitolata l’Arrivata a Ferrara) si chiude dicendo che il 22 aprile 1609 Zuccari lasciava la città alla volta di Urbino. Tre mesi dopo morirà, ad Ancona. Non me la sento affatto di escludere che quella in esame sia una sorta di edizione “postuma” pubblicata subito dopo la morte dell’artista. Mi pare chiaro, tuttavia, come del resto suggerisce anche la curatrice, che, al di là del fatto che le “lettere” fossero reali oppure semplicemente un espediente retorico per il racconto, il testo dello Zuccari (che pure fu detto “pittore dotto” o “pittore filosofo”) sia stato rivisto e risistemato da qualche letterato per l’occasione. Troppo grande lo scarto, ad esempio, con la (precaria) padronanza della lingua mostrata negli esemplari delle Vite vasariane postillati dall’artista [1].

Federico Zuccari, Inverno, con scena domestica e autoritratto del pittore. Firenze, Palazzo Zuccari
Fonte: Wikimedia Commons

Ancora: questa edizione, che un piccolo e benemerito editore della provincia di Trento (La Finestra editrice di Lavis) ha pubblicato nel 2007 è priva della Dimora di Parma, “che pertiene più strettamente ai documenti di storia dello spettacolo” (p. XXIII). Non ne risente. Non si avvertono scarti temporali o di narrazione; tutto il reportage di Zuccari è, di fatto, un correre avanti e un tornare indietro, un passare dalle corse delle slitte sulle nevi di Torino al castello in miniatura degli Este, governato da una custode sdentata che sembra una strega, e poi di nuovo a parlare di decorosissime lavandaie e di acconciature alla moda fra le dame di corte. Si tratta in realtà di una seconda edizione moderna; una prima (di cui era poi stato realizzato un estratto) era stata pubblicata all’interno della rivista Paragone n. 105 (1958) da Detlef Heikamp. Ad Heikamp si deve anche la pubblicazione (in edizione anastatica per i tipi di Leo S. Olschki nel 1961) degli Scritti d’arte di Federico Zuccari, ovvero di una raccolta di opere di natura prettamente teorica, a partire dall’Origine e Progresso dell’Accademia del Disegno di Roma (Pavia, 1604) per proseguire con la Lettera a Principi e Signori Amatori del Disegno con un Lamento della Pittura (Mantova, 1605) e concludersi con l’Idea de’ pittori, scultori et architetti (Torino, 1607). Non mi risulta invece che sia mai stato proposta in italiano, rimanendo nell’ambito dei resoconti di viaggio, una Relación de un viaje al Escorial, Aranjuez y Toledo del 1586, pubblicata in traduzione spagnola da F.J. Sánchez-Cantón all’interno dei supplementi ai cinque volumi delle sue Fuentes literaries para la historia del arteespañol (1933-1941).

Roma, Palazzo Zuccari
Fonte: Wikimedia Commons

Torino

Il Passaggio è scandito in cinque parti fra loro diverse e discontinue, corrispondenti ad altrettante lettere che Simone Parlasca, già citato, dice “scritte dal Cavalier Zuccaro a suoi amici in Roma e fuori” (p. 5). Le lettere (fra i cui destinatari spiccano i nomi del Giambologna e di Federico Barocci) coprono un periodo che va dal 1603 al 1609 e prendono in considerazione le tappe di Venezia, Mantova, Milano, Pavia e Torino. Il titolo, ovviamente, non fa alcun riferimento all’Italia come unità o aspirazione politica. Semmai, se c’è un elemento unificante nell’opera è proprio quello delle varie corti dei Signori italiani, ognuna colta nelle sue manifestazioni sociali precipue, ma ognuna in fondo eguale alle altre e considerata con un certo distacco. La biografia personale di Zuccari testimonia viaggi presso nobili e regnanti di Francia, Inghilterra, Spagna, e un po’ in tutti i centri artistici del Centro e del Nord Italia. Non vi è dubbio che Federico sia un nome di grido, un pittore che il sovrano, il conte, il duca, deve chiamare per affidargli opere e committenze. Fra le tante città citate nel Passaggio, Torino fa senza dubbio la parte del leone. Qui Zuccari arriva nel 1605 e Carlo Emanuele I, in uno sforzo di rifacimento complessivo della città e dei palazzi del potere, gli affida la decorazione della grande Galleria (oggi Armeria Reale); un’impresa che Federico lascerà incompleta, chiedendo formalmente al sovrano di congedarsi per motivi di salute nel 1608. Probabilmente alle basi della partenza ci fu il mancato gradimento dell’andamento dell’opera da parte di Carlo Emanuele. Torino è colta non certo con l’occhio di chi vuole compilare una guida per il forestiero, né in una realtà che sia quella della vita quotidiana del popolo; ma in una sorta di tempo sospeso ricco di luoghi ameni, ritrovi dei nobili, giochi e feste, curiosità e aneddoti. Forse non è un caso che proprio per questo le pagine del Passaggio dedicate a quella Torino (una Torino inesistente, da cartolina patinata) abbiano avuto tanto successo nell’editoria locale moderna; in fondo è simpatico sapere che Mirafiori, il luogo della fabbrica per antonomasia, era invece la Miralfiori di giardini e boschi “vaghissimi” ai tempi dello Zuccari. E non c’è nulla di male nell’immaginarsi gruppi di lavandaie che leggiadramente e ben felici di poterlo fare si recano al fiume a lavare e a stendere i panni in un mondo di favola.

Federico Zuccari, Giovane con cane, Lisbona,Museo Nazionale di Arte Antica
Fonte: Wikimedia Commons

Cosa salvare?

Nulla da salvare, dunque, in questo libro di Zuccari? Assolutamente no. Lo stesso Schlosser ebbe modo di capirlo e di scriverlo nella sua Letteratura artistica: "In questo prezioso documento ci si manifesta la tipica biografia del virtuoso che viaggia con tutta la sua vanità, insoddisfatto anche della scrupolosa enumerazione di tutti gli onori tributatigli; in ciò sta la sua vera importanza, accresciuta dalle descrizioni, preziosissime per la storia della cultura e del teatro di questo tempo, che lo Zuccaro fa delle magnifiche feste date alle corti di Torino e di Mantova, in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia” (pp. 364-365). Bisogna, insomma, selezionare; si avrà modo quindi di apprezzare, in senso positivo, le indicazioni fornite da Zuccari sulle opere da lui eseguite e, ad esempio, sul programma iconografico della Galleria sabauda (pp. 66-68). Fondamentale poi, per l’arte dei giardini, la minuta e analitica descrizione del Regio parco iniziato da Emanuele Filiberto nel 1567-68 e ancora in fase di completamento negli anni della visita dell’artista. Non a caso il brano in questione risulta antologizzato in L’arte dei giardini. Scritti teorici e pratici dal XIV al XIX secolo, preziosa raccolta di fonti sulla materia edita da Il Polifilo nel 1999, a cura di Margherita Azzi Visentini. Se ne parla in questi termini: “Il carattere naturalistico di questo bosco, distrutto nel 1706, durante l’assedio di Torino... è stato uno degli elementi su cui si è fondata la critica allo scadere del Settecento per sostenere la priorità italiana dell’invenzione del giardino paesaggistico...” (p. 455). Ma personalmente ritengo che valga anche la pena di ricordare l’apparire, nell’ambito del paesaggio alpino, di emergenze tipicamente controriformistiche, come quelle dei Sacri Monti, a partire da quello di Varallo, che è il primo ad essere descritto, per proseguire con quelli di Crea e di Vicoforte (in costruzione all’arrivo di Zuccari).

Federico Zuccari, Adorazione dei Magi, Duomo di Lucca
Fonte: Wikimedia Commons

Un brevissimo cenno merita poi un episodio avvenuto a Correggio, episodio che potrebbe in qualche modo interessare chi si occupa di storia del restauro. Zuccari vi si reca a rivedere un’opera che aveva eseguito a Roma su incarico del Cardinal Felice Centini (si tratta di un’Assunzione della Madonna) e che anni prima aveva appunto spedito a Correggio su indicazione del committente: “e trovatola ben condizionata [n.d.r. in buone condizioni] la feci lavare per farli un poco di carezze; così alcune figure del Correggio, che erano assai piene di polvere, che si ritornarono in vita” (p. 107). Troviamo conferma che gli interventi conservativi (purtroppo non meglio specificati) sono comunemente praticati anche ad inizio Seicento e che sono preferibilmente affidati agli autori stessi dei quadri o, comunque, ad artisti di chiara fama, senza che si sia ancora sviluppata la figura professionale del restauratore.

NOTE

[1] Mi permetto di rinviare in questo blog  a Giovanni Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane

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