Recensione di Giovanni Mazzaferro
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Federico Zuccari
Il passaggio per Italia
A cura di Alessandra Ruffino
con una lectio geografica di Davide Papotti
e un saggio di Franca Varallo
Lavis (Tn), La Finestra editrice, 2007
Federico Zuccari
Il passaggio per Italia
A cura di Alessandra Ruffino
con una lectio geografica di Davide Papotti
e un saggio di Franca Varallo
Lavis (Tn), La Finestra editrice, 2007
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| Federico Zuccari e aiuti, Ritratto di Federico Zuccari e della moglie Francesca Genga (1593-1603), Roma, Palazzo Zuccari Fonte: http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/ |
Raramente mi sono trovato in
maggior difficoltà nel recensire un libro. Il Passaggio per Italia di Federico Zuccari è, infatti, assolutamente
disorientante. La realtà dei fatti è che manca un’ossatura centrale che ne
favorisca l’interpretazione e faciliti il lettore. Scordatevi una guida per il
forestiero, o una testimonianza sull’arte dei principali centri visitati da
Federico. Il Passaggio in Italia è
invece un resoconto su un mondo (quello a cavallo fra manierismo e barocco) che
si rivela nella vita delle corti, nell’esperienza delle feste, nei luoghi di
delizie (o presunti tali), un mondo descritto secondo i canoni di una
letteratura che spicca per assenza di linearità, o – per meglio dire – rifugge
tale aspetto per preferire invece il particolare, lo strano, il caratteristico,
l’orrendo, e, naturalmente, il leggiadro e il grazioso. Una letteratura che usa
il superlativo assoluto più delle virgole e che, in tutta sincerità, suscita in
chi legge un senso di fastidio e rigetto.
Il titolo dell’opera dice tutto:
“Il Passaggio per Italia, con la Dimora
di Parma del Sig. Cavaliere Federico Zuccaro, dove si narrano fra molte altre
cose le feste, e trionfi regij fatti in Mantoa da quella Altezza: per le Nozze
del Serenissimo Prencipe Francesco Gonzaga suo Figliuolo con la Serenissima
Infante Margherita di Savoia. Aggiuntovi una copiosa narratione di varie cose
trascorse, vedute, e fatte nel suo diporto per Venetia, Mantoa, Milano, Pavia,
Turino e altre parti del Piamonte”. Il fatto poi che dei pochissimi
esemplari giunti sino a noi non ve ne sia uno esattamente uguale all’altro
dimostra, a mio modestissimo avviso, che il vero oggetto dell’opera non sia la
narrazione del mondo di cui parlavo poco fa, a cui si possono aggiungere o
togliere pagine senza troppo imbarazzo, ma l’autocelebrazione dell’autore,
“Principe” dei pittori secondo il titolo acquisito con la creazione
dell’Accademia di San Luca a Roma (1593). Un principe fra i principi, un uomo
che non è un cronista di eventi, ma che vive gli eventi (per quanto inutili,
anacronistici, insignificanti, tremendamente ipocriti ci possano apparire oggi)
in una posizione di privilegio che lo autorizza a rendere partecipi amici e
conoscenti degli onori ricevuti. Un uomo che vorrebbe tornare a casa, ma che
non può, perché, di volta in volta, trattenuto da “catene d’onori” di questo o
quel governante, a cui non è in grado (ma ovviamente non ha nessuna voglia) di
negarsi.
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| Stemma del 'Pan di Zucchero' in Palazzo Zuccari a Firenze Fonte: Wikimedia Commons |
La presente edizione
Le vicende editoriali dell’opera
sono tutto fuorché chiare. Ne è noto un numero bassissimo di esemplari, tutti
diversi fra loro. Solitamente si dice che è stata pubblicata a Bologna da
Simone Parlasca nel luglio del 1608. E tuttavia ci si trova in aperto contrasto
coi contenuti del testo, almeno di questo testo che stiamo esaminando, posto
che l’ultima lettera (intitolata l’Arrivata
a Ferrara) si chiude dicendo che il 22 aprile 1609 Zuccari lasciava la
città alla volta di Urbino. Tre mesi dopo morirà, ad Ancona. Non me la sento
affatto di escludere che quella in esame sia una sorta di edizione “postuma”
pubblicata subito dopo la morte dell’artista. Mi pare chiaro, tuttavia, come
del resto suggerisce anche la curatrice, che, al di là del fatto che le
“lettere” fossero reali oppure semplicemente un espediente retorico per il
racconto, il testo dello Zuccari (che pure fu detto “pittore dotto” o “pittore
filosofo”) sia stato rivisto e risistemato da qualche letterato per
l’occasione. Troppo grande lo scarto, ad esempio, con la (precaria) padronanza
della lingua mostrata negli esemplari delle Vite vasariane postillati dall’artista [1].
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| Federico Zuccari, Inverno, con scena domestica e autoritratto del pittore. Firenze, Palazzo Zuccari Fonte: Wikimedia Commons |
Ancora: questa edizione, che un
piccolo e benemerito editore della provincia di Trento (La Finestra editrice di
Lavis) ha pubblicato nel 2007 è priva della Dimora
di Parma, “che pertiene più strettamente ai documenti di storia dello
spettacolo” (p. XXIII). Non ne risente. Non si avvertono scarti temporali o di
narrazione; tutto il reportage di
Zuccari è, di fatto, un correre avanti e un tornare indietro, un passare dalle
corse delle slitte sulle nevi di Torino al castello in miniatura degli Este,
governato da una custode sdentata che sembra una strega, e poi di nuovo a
parlare di decorosissime lavandaie e di acconciature alla moda fra le dame di
corte. Si tratta in realtà di una seconda edizione moderna; una prima (di cui
era poi stato realizzato un estratto) era stata pubblicata all’interno della
rivista Paragone n. 105 (1958) da Detlef
Heikamp. Ad Heikamp si deve anche la pubblicazione (in edizione anastatica per
i tipi di Leo S. Olschki nel 1961) degli Scritti
d’arte di Federico Zuccari, ovvero di una raccolta di opere di natura
prettamente teorica, a partire dall’Origine
e Progresso dell’Accademia del Disegno di Roma (Pavia, 1604) per proseguire
con la Lettera a Principi e Signori
Amatori del Disegno con un Lamento della Pittura (Mantova, 1605) e
concludersi con l’Idea de’ pittori,
scultori et architetti (Torino, 1607). Non mi risulta invece che sia mai
stato proposta in italiano, rimanendo nell’ambito dei resoconti di viaggio, una
Relación de un viaje al Escorial,
Aranjuez y Toledo del 1586, pubblicata in traduzione spagnola da F.J.
Sánchez-Cantón all’interno dei supplementi ai cinque volumi delle sue Fuentes literaries para la historia del arteespañol (1933-1941).
| Roma, Palazzo Zuccari Fonte: Wikimedia Commons |
Torino
Il Passaggio è scandito in cinque parti fra loro diverse e
discontinue, corrispondenti ad altrettante lettere che Simone Parlasca, già
citato, dice “scritte dal Cavalier Zuccaro a suoi amici in Roma e fuori” (p.
5). Le lettere (fra i cui destinatari spiccano i nomi del Giambologna e di
Federico Barocci) coprono un periodo che va dal 1603 al 1609 e prendono in
considerazione le tappe di Venezia, Mantova, Milano, Pavia e Torino. Il titolo,
ovviamente, non fa alcun riferimento all’Italia come unità o aspirazione
politica. Semmai, se c’è un elemento unificante nell’opera è proprio quello
delle varie corti dei Signori italiani, ognuna colta nelle sue manifestazioni
sociali precipue, ma ognuna in fondo eguale alle altre e considerata con un certo distacco. La biografia personale di Zuccari testimonia viaggi presso
nobili e regnanti di Francia, Inghilterra, Spagna, e un po’ in tutti i centri
artistici del Centro e del Nord Italia. Non vi è dubbio che Federico sia un
nome di grido, un pittore che il sovrano, il conte, il duca, deve chiamare per
affidargli opere e committenze. Fra le tante città citate nel Passaggio, Torino
fa senza dubbio la parte del leone. Qui Zuccari arriva nel 1605 e Carlo
Emanuele I, in uno sforzo di rifacimento complessivo della città e dei palazzi
del potere, gli affida la decorazione della grande Galleria (oggi Armeria
Reale); un’impresa che Federico lascerà incompleta, chiedendo formalmente al
sovrano di congedarsi per motivi di salute nel 1608. Probabilmente alle basi
della partenza ci fu il mancato gradimento dell’andamento dell’opera da parte
di Carlo Emanuele. Torino è colta non certo con l’occhio di chi vuole compilare
una guida per il forestiero, né in una realtà che sia quella della vita
quotidiana del popolo; ma in una sorta di tempo sospeso ricco di luoghi ameni,
ritrovi dei nobili, giochi e feste, curiosità e aneddoti. Forse non è un caso
che proprio per questo le pagine del Passaggio
dedicate a quella Torino (una Torino inesistente, da cartolina patinata)
abbiano avuto tanto successo nell’editoria locale moderna; in fondo è simpatico
sapere che Mirafiori, il luogo della fabbrica per antonomasia, era invece la
Miralfiori di giardini e boschi “vaghissimi” ai tempi dello Zuccari. E non c’è
nulla di male nell’immaginarsi gruppi di lavandaie che leggiadramente e ben felici
di poterlo fare si recano al fiume a lavare e a stendere i panni in un mondo di
favola.
| Federico Zuccari, Giovane con cane, Lisbona,Museo Nazionale di Arte Antica Fonte: Wikimedia Commons |
Cosa salvare?
Nulla da salvare, dunque, in
questo libro di Zuccari? Assolutamente no. Lo stesso Schlosser ebbe modo di
capirlo e di scriverlo nella sua Letteratura artistica: "In questo prezioso
documento ci si manifesta la tipica biografia del virtuoso che viaggia con
tutta la sua vanità, insoddisfatto anche della scrupolosa enumerazione di tutti
gli onori tributatigli; in ciò sta la sua vera importanza, accresciuta dalle
descrizioni, preziosissime per la storia della cultura e del teatro di questo
tempo, che lo Zuccaro fa delle magnifiche feste date alle corti di Torino e di
Mantova, in occasione delle nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia”
(pp. 364-365). Bisogna, insomma, selezionare; si avrà modo quindi di
apprezzare, in senso positivo, le indicazioni fornite da Zuccari sulle opere da
lui eseguite e, ad esempio, sul programma iconografico della Galleria sabauda
(pp. 66-68). Fondamentale poi, per l’arte dei giardini, la minuta e analitica
descrizione del Regio parco iniziato da Emanuele Filiberto nel 1567-68 e ancora
in fase di completamento negli anni della visita dell’artista. Non a caso il
brano in questione risulta antologizzato in L’arte
dei giardini. Scritti teorici e pratici dal XIV al XIX secolo, preziosa
raccolta di fonti sulla materia edita da Il Polifilo nel 1999, a cura di
Margherita Azzi Visentini. Se ne parla in questi termini: “Il carattere naturalistico di questo bosco, distrutto nel 1706, durante
l’assedio di Torino... è stato uno degli elementi su cui si è fondata la
critica allo scadere del Settecento per sostenere la priorità italiana
dell’invenzione del giardino paesaggistico...” (p. 455). Ma personalmente
ritengo che valga anche la pena di ricordare l’apparire, nell’ambito del
paesaggio alpino, di emergenze tipicamente controriformistiche, come quelle dei
Sacri Monti, a partire da quello di Varallo, che è il primo ad essere
descritto, per proseguire con quelli di Crea e di Vicoforte (in costruzione
all’arrivo di Zuccari).
| Federico Zuccari, Adorazione dei Magi, Duomo di Lucca Fonte: Wikimedia Commons |
Un brevissimo cenno merita poi un
episodio avvenuto a Correggio, episodio che potrebbe in qualche modo
interessare chi si occupa di storia del restauro. Zuccari vi si reca a rivedere
un’opera che aveva eseguito a Roma su incarico del Cardinal Felice Centini (si
tratta di un’Assunzione della Madonna)
e che anni prima aveva appunto spedito a Correggio su indicazione del
committente: “e trovatola ben
condizionata [n.d.r. in buone condizioni] la feci lavare per farli un poco di carezze; così alcune figure del
Correggio, che erano assai piene di polvere, che si ritornarono in vita”
(p. 107). Troviamo conferma che gli interventi conservativi (purtroppo non
meglio specificati) sono comunemente praticati anche ad inizio Seicento e che
sono preferibilmente affidati agli autori stessi dei quadri o, comunque, ad
artisti di chiara fama, senza che si sia ancora sviluppata la figura
professionale del restauratore.
NOTE
[1] Mi permetto di rinviare in
questo blog a Giovanni Mazzaferro, Gli
esemplari postillati delle Vite
vasariane.



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