Recensione di Giovanni Mazzaferro
ENGLISH VERSION
Da van Eyck a Brueghel
Scritti sulle arti di Domenico Lampsonio
Introduzioni e note di Gianni Carlo Sciolla e Caterina Volpi
Traduzioni di Maria Teresa Sciolla
Torino, UTET, 2001
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| Jan van Eyck, Madonna del cancelliere Rolin, 1435 circa, Parigi, Museo del Louvre Fonte: Wikimedia Commons |
Lampsonio erudito fiammingo
Il nome di Domenico Lampsonio
(1532-1599) in Italia rimanda direttamente a Vasari. Lampsonio, per stessa
ammissione dello scrittore aretino, sarebbe stata una delle fonti a cui si
affidò Vasari per la redazione del capitolo sui “diversi artefici fiamminghi”
che fu introdotto nella seconda edizione delle Vite (la Giuntina, 1568)
rispetto alla prima (la Torrentiniana, 1550).
Una cosa è certa: Vasari e
Lampsonio si scrissero, ma non s’incontrarono mai. Al contrario di molti suoi
connazionali fiamminghi, fossero essi artisti o individui appartenenti ai
circoli dell’erudizione antiquaria o della filosofia, Lampsonio non venne mai
in Italia. A trattenerlo (con suo grande dispiacere, a giudicare da quanto
scritto nelle sue opere) fu l’attività di segretario privato e consigliere
svolta continuativamente per tre principi-vescovi di Liegi. Lampsonio, insomma,
fu, sotto un certo punto di vista, un alto burocrate, a cui venivano affidate
delicate funzioni diplomatiche e amministrative. Dubito fortemente che si
considerasse un “cortigiano”, almeno a giudicare da quanto scrive nella Vita di Lambert Lombard, suo maestro in
campo artistico (vedi oltre) a proposito dei medesimi: “[Lombard] questi ultimi [i
cortigiani] li definiva «imporporati»,
sottintendendo con questo epiteto che possedevano soltanto la porpora dei
propri abiti; si permettevano talvolta scherzi e burle rivolti a persone che
non sembravano possedere né merito di nascita né di ricchezza…” (p. 56).
Molto più probabilmente Lampsonio si considerava un umanista, ovvero parte
integrante di un circolo di personaggi saggi ed eruditi che coltivavano
interessi colti, legati alla scienza, alla filosofia e all’arte: cartografi,
numismatici, artisti, questi uomini erano influenzati dal pensiero di Erasmo,
mostravano di essere relativamente aperti rispetto alla questione religiosa che
in quegli anni insanguinava mezza Europa e, accomunati da una grande passione
per l’antichità e il collezionismo, usavano il latino come idioma comune e come
lingua che permetteva la comunicazione indipendentemente dalla conoscenza delle
singole lingue. Uno di questi, ad esempio, è
quel Samuel Quiccheberg che nel 1565 redige il primo trattato di museologia
della storia. Tutti, indistintamente, guardavano all’Italia e a Roma in
particolare come patria della cultura antica; e a Roma trovarono appoggi e
sostegno alla corte dei Farnese, particolarmente aperta, a fine
Cinquecento, alle contaminazioni provenienti dal Nord Europa.
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| Jan e Hubert van Eyck, Polittico dell'agnello mistico, 1430-32 circa, Cattedrale di San Bavone, Gand Fonte: Wikimedia Commons |
Lampsonio e l’attrazione per l'Italia
Gianni Carlo Sciolla e Caterina
Volpi presentano i testi di Lampsonio in ordine cronologico. Tendenzialmente
credo che si possano dividere in due parti: da un lato i testi a stampa, ovvero
la Vita di Lambert Lombard (1565) e i
Ritratti di pittori celebri fiamminghi
(1572), dall’altro la corrispondenza privata e in particolare due lettere a
Giorgio Vasari (1564 e 1565), una a Tiziano (1567) ed una quarta a Giulio
Clovio (1570). Per molti versi, non si tratta che di frammenti della produzione
letteraria di Lampsonio, che, oltre a segretario dei vescovi di Liegi, fu
soprattutto poeta e artista. In particolare la passione per l’arte è qualcosa
che – stando alle sue stesse parole nella prima lettera inviata a Vasari – lo
divora sin dalla tenerissima età. Lampsonio fu pittore (anche se di lui ci
resta un solo quadro) ampiamente inserito nella “moda” degli artisti fiamminghi
cosiddetti “romanisti”, ovvero di quegli artisti che, dopo un’esperienza
romana, riportano in patria gli stilemi artistici della maniera italiana.
Cominciata nel primo Cinquecento, l’ondata di questi artisti diventa impetuosa
nella seconda parte del secolo. Il viaggio a Roma diventa un imperativo (per
questo Lampsonio si duole di non averlo potuto fare) e il gusto che s’importa
nelle Fiandre è quello “eroico” di Michelangelo e del suo Giudizio universale della Cappella Sistina. Per questo, come si
diceva, uno dei luoghi di riferimento a Roma è proprio la corte farnesiana,
attorno alla quale si radunano i paladini del michelangiolismo quando l’aria
comincia a cambiare e l’opera del Buonarroti ad essere apertamente contestata.
Il “padre spirituale” di questi artisti fiamminghi è appunto Lambert Lombard
(1505-1566) che, tornato a Liegi dopo un anno di soggiorno romano (1537), decide
di fondarvi un’Accademia sul modello di quella di Baccio Bandinelli, conosciuta
per l’appunto a Roma. A frequentare l’Accademia di Liegi, di fatto una scuola
di disegno, sono Lampsonio e altri artisti che segneranno i decenni successivi
della produzione artistica fiamminga: Willem Key, Lambert Suavius, Hubert Goltzius,
Lucas de Heere e Frans Floris.
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| Domenico Lampsonio, Crocifissione, Chiesa di Saint-Quentin, Hasselt Fonte: Wikimedia Commons |
Vissuto quindi nel mito della
“maniera moderna” non pare strano che Lampsonio decida di procurarsi una copia
delle Vite vasariane una volta uscita
l’edizione torrentina. Nella lettera a Vasari citata in precedenza (risalente
al 1564) l’umanista racconta di essere riuscito a entrarne in possesso quattro
anni prima e (forse anche esagerando) di aver imparato l’italiano (conosceva
già latino e greco) proprio studiando le Vite.
Una qualche parte di verità (e quindi non solo volontà di adulazione nei
confronti del Vasari) ci dev’essere, posto che l’esemplare appartenuto al
letterato esiste ancora e riporta, all’inizio dell’opera, un poemetto in lode
dello stesso Vasari scritto appunto da Lampsonio [1].
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| Lambert Lombard, Autoritratto, San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage Fonte: Wikimedia Commons |
La Vita di Lambert Lombard
Tuttavia, quando si tratta di
scegliere una via letteraria che si abbini all’attività artistica, Lampsonio
sembra proporre soluzioni diverse rispetto a quelle vasariane. La stessa Vita di Lambert Lombard, redatta nel
1565 e stampata in un numero talmente limitato di copie da far pensare a una
distribuzione tra i soli discepoli dell’artista (che morirà un anno dopo) non è
un medaglione biografico in senso stretto. L’attenzione alle vicende della vita
dell’artista e al catalogo delle opere è praticamente nulla. Semmai prevale
l’intenzione, del tutto umanistica, di proporre Lombard come esempio e modello
da imitare. È nell’ambito della vita di Lombard, ad esempio, che Lampsonio
enuncia quelli che sono i limiti al cui interno deve operare il pittore. Si può
senz’altro affermare che nulla vi sia di nuovo rispetto alla precedente
letteratura artistica italiana, ma è anche la prima volta che sentiamo
sviluppare un discorso così organico (e filo-italiano) da un pittore fiammingo:
“I primi maestri di Lombard mancavano di quelle qualità che fanno sì che
un disegno seduca gli occhi e lo spirito delle persone colte: la dottrina e
l’ingegno che rivela l’artista erudito e prudente nell’invenzione, ma anche
ricco di immaginazione; la capacità di disporre armoniosamente le figure, che
devono presentare, nelle singole parti, non solamente la bellezza
proporzionata, ma un fare maestoso e ampio ottenuto con le attitudini, i
movimenti e i gesti ben calibrati, secondo quanto il soggetto stesso richiede.
Sono queste le qualità che piacciono di più in un dipinto nel quale si deve
anche riscontrare il senso della misura, la bellezza pacata, il vigore e la
veemenza del fare o almeno una certa foga; o, al contrario, languore, abbandono,
morbidezza; in breve, l’espressione sensibile di qualche passione che produce
lo stesso effetto del linguaggio…” (p. 50)
La scelta di campo di Lombard (e
di conseguenza di Lampsonio) è netta:
“[Lombard] riconosceva a Tiziano lo splendore e la vivacità dei colori che evocano
la natura con tanta potenza da imporsi ai sensi di primo acchito. Ma erano
soprattutto Andrea Mantegna, Michelangelo e Baccio gli artisti che aveva eletto
a modelli e che venerava come eroi, poiché riteneva di trovare in loro una intelligenza,
una ispirazione superiori a quelle degli altri pittori, sebbene si rendesse
conto che le opere di questi ultimi potevano essere criticate da coloro che
ricercavano nelle opere il decoro e la perfezione formale…”.
Tiziano e
Michelangelo sono i due mostri sacri del Cinquecento italiano; la presenza di
Bandinelli si può spiegare con la frequentazione dell’Accademia di quest’ultimo
a Roma. Stupisce in qualche modo l’altissima considerazione in cui è tenuto il
Mantegna, da altri considerato un artista “secco”. Ma è proprio in queste
caratteristiche che Lombard rinviene quell’ “intelligenza” di cui leggevamo
poco fa:
“Queste opere, costituite da
immagini di colore assai povero, s’imparentavano, diceva, con le opere antiche
e, proprio per questi aspetti, si assimilavano alle regole grammaticali di
quelle e quindi vi riconosceva il fondamento della sua arte” (p. 52).
Ritratti di pittori celebri fiamminghi
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| Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta fra Carnevale e Quaresima, 1559, Vienna, Kunsthistorisches Museum Fonte: Wikimedia Commons |
Pubblicati ad Anversa nel 1572 in
latino (il titolo originale è Pictorum
aliquot celebrium Germaniae inferioris effigies) i Ritratti dei pittori fiamminghi rappresentano un ulteriore presa di
distanza dal metodo delle Vite
vasariane. Il libretto di Lampsonio ricorda le raccolte di emblemi o, più che
Vasari, gli Elogi degli Uomini Illustri di Paolo
Giovio editi dal Torrentino nel 1551, fermo restando che sia questi ultimi
sia le Vite vasariane erano privi
(pur prevedendoli nel progetto iniziale e inserendoli nelle edizioni successive)
dei ritratti degli artefici. I Ritratti
presentano appunto 23 incisioni dedicate ad altrettanti artisti sotto le quali
sono presentati brevissimi componimenti poetici di Lampsonio che mirano a
caratterizzare le principali qualità degli artisti medesimi. La scelta dei
soggetti appare ispirata, per quanto riguarda il Quattrocento alla
storicizzazione ormai avvenuta degli artefici (si comincia così da Hubert e Jan
van Eyck, “inventori” della pittura ad olio) e prosegue, passando al
Cinquecento, con particolare attenzione ai fiamminghi “romanisti”. I Ritratti sono tuttavia un’ottima
occasione per chiarire come, pur essendo molto legato al mondo italiano,
Lampsonio individui delle specificità fiamminghe di cui parla in tutti i suoi
scritti editi ed anche nelle lettere a Vasari, Clovio e Tiziano. Credo che
sotto questo punto di vista sia utile citare ad esempio i versi composti per
Jan van Amstel (p. 86):
“È vanto dei fiamminghi dipingere bene i paesaggi,
degli italiani raffigurare bene uomini e dei.
Non c’è da meravigliarsi: si dice infatti
che gli italiani il cervello l’hanno in testa,
mentre i fiamminghi nelle abili mani.
Hai quindi scelto che la tua mano
dipingesse bene i paesaggi
piuttosto che la tua testa
malamente uomini e dei.”
degli italiani raffigurare bene uomini e dei.
Non c’è da meravigliarsi: si dice infatti
che gli italiani il cervello l’hanno in testa,
mentre i fiamminghi nelle abili mani.
Hai quindi scelto che la tua mano
dipingesse bene i paesaggi
piuttosto che la tua testa
malamente uomini e dei.”
Posto di fronte alla specificità
fiamminga Lampsonio riconosce la superiorità italiana nella “pittura di
storia”, considerata in Italia come il genere dominante, ma segnala come
l’abilità di mano dei suoi connazionali abbia ampiamente innalzato la pittura
di paesaggio e (ne parlerà in altre occasioni) la ritrattistica. Che la
gerarchia dei generi dell’umanista fiammingo sia in qualche modo diversa da
quella italiana traspare anche da un brano della prima lettera a Vasari, in cui
Lampsonio, parlando della sua attività di pittore dice di aver disegnato “le cose naturali, et massimamente ignudi, et
abiti d’ogni sorte”, ma che non gli è bastato l’animo per andar oltre, “come dire a dipigner cose più incerte, che
ricercano la mano più esercitata e sicura, quali sono paesaggi, alberi, acque,
nuvole, splendori, fuochi ecc.” (p. 35).
Mi permetto solo di segnalare che
questo vedere “il cervello nelle mani” potrebbe essere non solo un artificio
retorico, ma qualcosa di più, un carattere distintivo di una letteratura che
abbina teoria e pratica. Non credo che sia un caso, del resto, che tale tipo di
tesi sia sostenuta anche da Charlene Villaseñor Black con riferimento al più tardo trattato sulla pittura di Francisco Pacheco. Sarebbe da valutare con maggior attenzione,
insomma, l’influenza della teoria artistica fiamminga su quella spagnola per evidenziarne
i tratti comuni.
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| Antonis Mor, Ritratto della Regina Maria, 1554, Museo del Prado, Madrid Fonte: Wikimedia Commons |
L’incisione
Una cosa è certa. Nella
rivalutazione della specificità fiamminga Lampsonio attribuisce grande
importanza a un’arte come l’incisione. Ne coglie pienamente le potenzialità
divulgative, specialmente quando “in
infinito moltiplicandosi per quella veramente divina invenzione et via della
stampa” (p. 128). Non è assolutamente fuori luogo dire che proprio grazie
all’incisione lo stesso Lampsonio (che – lo ricordiamo – mai venne in Italia)
abbia potuto costruirsi una cultura artistica. Probabile che lo scrittore colga
anche l’insufficienza della sola descrizione ecfrastica di un’opera d’arte se
non abbinata a un’illustrazione della medesima. Fatto sta che uno degli
argomenti che più spesso tocca nelle sue lettere a Vasari, Tiziano e Clovio è
proprio la presenza di giovani e ottimi incisori fiamminghi (primo fra tutti
Cornelis Cort) la cui attività Lampsonio cerca di promuovere presso i
principali artisti operanti in Italia. Non sappiamo se anche grazie al suo
operato, ma sta di fatto che il successo conosciuto da Cort nella nostra
penisola (dapprima a Venezia con Tiziano, poi a Roma con Clovio, Girolamo
Muziano e Federico Zuccari) fu notevolissimo. Lampsonio si spinge sino a
proporre progetti ambiziosissimi sia a Vasari (la produzione di un’opera con
disegni dell’aretino relativi a scene del Vecchio e Nuovo Testamento, tradotti
a stampa da Cort e accompagnati da composizioni poetiche dello stesso
Lampsonio) sia a Clovio (la traduzione a stampa dell’intero Giudizio Universale
di Michelangelo). Fatto sta che in quegli anni gli artefici fiamminghi si vanno
realmente affermando in Italia per le proprie capacità nell’intaglio, tanto che
Vasari deciderà di inserire una breve storia dell’incisione nella seconda
edizione delle Vite.
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| Cornelis Cort, San Girolamo in meditazione, incisione da Tiziano, Amsterdam, Rijksmuseum Fonte: http://alchetron.com/Cornelis-Cort-752256-W |
L’influenza sulle Vite
vasariane
In realtà non sappiamo quali
informazioni passò Lampsonio a Vasari in merito agli artefici fiamminghi. La
brevità del capitolo omonimo fa presumere che si sia trattato di notizie molto
sommarie (del resto, come detto, Lampsonio non frequentava espressamente il
genere biografico). Vasari cita il fiammingo in tre occasioni: la prima volta a
proposito di Frans Floris, Willem Key e Mattijs Cock: “onde messer Domenico Lampsonio fiamingo (…) gli agguaglia a una bella
musica di tre, nella quale faccia ciascun la sua parte con eccellenza” [2];
poi in merito all’operato di Antonis Mor e infine parlando di Lambert Lombard.
In quest’ultima circostanza Vasari riporta anche il testo della prima lettera
di Lampsonio, quella dell’ottobre del 1564, con cui quest’ultimo si presenta
all’aretino. Tale lettera si interrompe bruscamente con l’indicazione di
Vasari: “Questa lettera contiene, oltre
ciò, molti altri particolari, che non fanno a proposito”. Non essendoci
pervenuto l’originale, null’altro sappiamo in merito. Nella seconda missiva a
noi pervenuta (aprile 1565) Lampsonio scrive: “Quanto a quello che V.S. desidera, ch’io le mandi qualche trattatello
degli artefici nostrali che pare sariano degni di memoria, io non ne conosco
altri che quei pochi, quali ho specificato nella mia precedente” (p. 40).
Secondo Hessel Miedema, autore di una monumentale quanto fondamentale edizione
delle Vite di van Mander (van Mander
stesso presentò la traduzione in fiammingo dei testi dei Ritratti nella seconda edizione del
suo Schilderboeck (1618)), le
informazioni sarebbero state contenute nella parte della lettera che Vasari
taglia nella sua opera [3]. Mi permetto di dissentire. La lettera dell’ottobre
1564 è chiaramente un testo di autopresentazione a Vasari. Non sembra logico
che Lampsonio fornisca informazioni non richieste. Va notato peraltro che alla
seconda lettera a noi nota, dell’anno successivo, viene aggiunta copia della Vita di Lambert Lombard. Tutto lascia
presagire, insomma, che vi si stato uno scambio epistolare più fitto (e
purtroppo smarrito) in cui il progetto dell’invio delle notizie sia maturato
gradualmente.
NOTE
[1] Si veda in questo blog
Giovanni Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane: un censimento.
[2] Le Opere di Giorgio Vasari con nuove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi. Ristampa anastatica edizione 1906, Firenze, Sansoni, 1973, vol.
VII, p. 585.
[3] Karel van Mander, The Lives of the Illustrious Netherlandish and German Painters, Vol II, p. 173,
Davaco, Doornspijk, 1995.







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