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mercoledì 11 maggio 2016

Storia delle antologie di letteratura artistica. Due antologie americane: Goldwater-Treves (1945) ed Elizabeth Gilmore Holt (1947). Parte II


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Storia delle antologie di letteratura artistica
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Francesco Mazzaferro
Dal Vecchio al Nuovo Continente:
le antologie di Robert Goldwater e Marco Treves (1945) e di Elizabeth Gilmore Holt (1947)

Parte Seconda


Fig. 15) Il frontespizio dell’antologia della Gilmore Holt del 1947


Le due antologie del 1945 e del 1947: parallelismi e differenze

Alla loro apparizione le due antologie di Robert Goldwater e Marco Treves da un lato e di Elizabeth Gilmore Holt dall’altro vivono vita parallela, ma separata, pur essendo nella sostanza contemporanee e originando da una comune tradizione di studi al New York Institute of Fine Arts, e dall’interazione tra Friedländer ed il suo discepolo Panofsky: l’antologia Goldwater/Treves è preparata sotto l’egida di Friedländer, ma si avvale anche della collaborazione di Panofsky, che vi traduce le lettere di Dürer; la Holt concepisce il disegno dell’antologia con Panofsky, ma avverte anche l’esigenza di ricordare Friedländer tra gli studiosi che le hanno fornito preziosi consigli.

Gli autori delle due antologie probabilmente non ebbero rapporti di lavoro regolari (Gilmore Holt, fra l’alto, visse all'estero per decenni). In realtà, le due raccolte propongono due interpretazioni diverse del mondo della letteratura artistica, e ciò può aiutare a spiegare (oltre a fenomeni oggettivi, come l’aumento del numero degli studenti nelle Università americane nel dopoguerra) come mai, di fatto, il successo dell’una non abbia comportato il fallimento dell’altra. Si tratta, per molti versi, di testi complementari.

Ne esamineremo in questo capitolo le caratteristiche principali, e considereremo poi separatamente alcuni temi principali: l’impostazione storicista di Goldwater e lo studio dell’arte come parte dell’attività sociale da parte della Gilmore Holt. Ci interrogheremo infine brevemente sui concetti di Literary sources, Documentary History e Primary sources. Concluderemo con alcune considerazioni sulle fonti per la traduzione dei testi italiani.


Artists on Art (1945)

La prima antologia è firmata da Robert Goldwater e Marco Treves, ma si deve al solo Robert Goldwater l’impostazione generale dell’opera. È lui, peraltro, a firmare l’introduzione.

Fig. 16) Robert Goldwater direttore del Museo d'Arte Primitiva dal 1956 al 1973, New York. Fonte: http://www.metmuseum.org/-/media/Images/Exhibitions/2013/Nelson%20Rockefeller/biographies3.jpg?la=en
Fig. 17) Marco Treves
Fonte: https://www.geni.com/people/Marco-Treves/6000000001482592394

Con il suo maestro Walter Friedländer ha in comune il gusto per l’esplorazione di nuovi campi d’indagine nella storia dell’arte: decenni prima, in un famoso articolo del 1925, lo studioso tedesco aveva fatto scalpore riscoprendo il manierismo (fino ad allora considerato come una forma di ‘arte degenerata’, con un termine che era presago di sventura e sarebbe stato poi usato dai nazisti contro l’arte contemporanea) e lo aveva esaltato come forma d’arte anticlassica e prima anticipazione dell’espressionismo [37]. Anche a Goldwater piace entrare in nuovi territori. Non è solamente un affermato critico d’arte moderna, ma soprattutto il primo studioso del primitivismo e dell’arte africana nel mondo. Ne studia l’impatto sull’arte moderna con il famoso saggio “Primitivism in Modern Painting” del 1938 [38]. È sposato dal 1937 con una delle più importanti e più corrosive artiste contemporanee, la parigina Louise Bourgeois, da cui solo la morte lo separerà nel 1973.

Fig.18) Walter Friedländer
 Fonte: http://www.librarything.com/author/friedlaenderwalter

Esperto di primitivismo sì, ma certo non personaggio marginale: quando nel 1935 il critico d’arte Meyer Schapiro crea a New York un gruppo di studiosi attorno alla galleria d’arte di Jerome Klein, Goldwater ne fa parte insieme a Lewis Mumford, Alfred Barr, Erwin Panofsky e James Johnson Sweeny. Fu un gruppo eccezionale di studiosi di indirizzo innovatore, cui si devono gli orientamenti principali della critica d’arte statunitense del dopoguerra, in particolare in materia di arte astratta.

Non sorprende che Goldwater (studioso del primitivismo nell’arte contemporanea) abbia una concezione della letteratura artistica come espressione della creazione spontanea, immediata e naturale, dell’artista al di fuori di ogni teoria. Nell’introduzione egli spiega di aver per questo motivo escluso dall’antologia i testi che avessero valore teorico (i trattati rinascimentali e barocchi, per esempio) o prevalentemente biografico (Vasari) ed aver sempre preferito quelli che offrissero un’espressione viva e reale in prima persona dell’attività artistica. “Il soggetto di questo libro è l’artista sull’arte. Non ci interessa l’artista come scrittore; ci interessano invece il pittore e lo scultore quando si occupano della loro professione, e ne discutono problemi ed aspirazioni in modo creativo” [39].

Quanto alla struttura dell’antologia, le citazioni degli autori sono spesso brevi (due-tre pagine), e sono scandite da sottotitoli introdotti da Goldwater e Treves nel testo per rendere più facile la lettura. Le traduzioni in inglese si distinguono per lo sforzo di modernizzare lo stile, in modo tale che il testo sia percepito il più possibile come contemporaneo dal lettore degli anni Quaranta. Dal punto di vista temporale, come si è già detto, l’antologia ripercorre tutte le fasi dell’arte da Cennino ai moderni, con l’unica precisazione che sono esclusi gli artisti nati dopo il 1890, di fatto per non far torto a nessuno. L’antologia non tralascia di proporre anche letteratura artistica americana, scegliendo i maggiori autori statunitensi a partire dal Settecento.


Literary Sources of Art History (1947)

Con Elizabeth Gilmore Holt ci imbattiamo in una studiosa statunitense di grandissima esperienza internazionale e dotata in particolare di una profonda conoscenza del mondo italiano e tedesco. Come ci spiega la storica Alicia Faxon [40], la Holt ha dedicato gran parte della propria vita allo studio delle fonti e dei documenti anche per motivi personali: è sposata con un diplomatico di alto rango, e lo segue per tutta la vita tra una capitale e l’altra. È a Londra durante la seconda guerra mondiale, a Berlino non appena dopo la sua conclusione, ma anche in Grecia, Libano, Israele, Laos ed India. I continui trasferimenti di Stato in Stato (si definiva ‘moglie e madre del Dipartimento di Stato’) le hanno impedito la carriera universitaria, ma le hanno consentito di consultare le biblioteche di mezzo mondo, facendo della ricerca documentaria il succedaneo della normale carriera accademica. “Ho fatto i miei libri ovunque io fossi. Mi ricordo di aver letto le bozze per il Volume I di A Documentary History of art ad Atene, di aver scelto la copertina del Volume II a Beirut e di aver beneficiato della biblioteca di storia dell’arte dell’Università di Gerusalemme.” [41]

Fig. 19) Elizabeth Gilmore Holt.
Fonte: http://www.nationalwca.org/LTA/LTA1982.pdf

Negli anni della formazione la Gilmore Holt studia per qualche anno in Europa, a Firenze (al Kunsthistorische Institut) nei primi anni Trenta e a Monaco di Baviera, dove consegue il suo PhD nel 1934, proprio nei mesi della presa del potere di Hitler. Rientra allora negli Stati Uniti su pressione della famiglia, allarmata da quel che succede in Europa, si sposa, ed inizia una lunga storia di spostamenti da un’università all'altra. Alicia Faxon spiega che la Gilmore Holt ottiene nel 1937 una borsa di studio da Katherine Everett Gilbert (1856-1952) per lo studio delle Literary Sources of Art History a Cambridge. È dunque al rientro negli Stati Uniti che la storica dell’arte americana si confronta per la prima volta con l’incrocio tra arte e letteratura, in un ambiente culturalmente molto aperto.

La Gilbert [42], affermata filosofa d’estetica e studiosa di pedagogia, firma dieci anni dopo la breve introduzione all’antologia della Gilmore Holt. Siamo, come detto, nel 1947. Spiega che l’antologia è stata preparata soprattutto per ragioni pedagogiche: “Il presente volume è stato compilato in risposta alla domanda sempre crescente di documenti generali sulle arti. Il suo fine è di aggiungere freschezza e solidità allo studio della storia dell’arte, rendendo disponibile le parole degli artisti stessi e delle altre persone coinvolte. [43] Sono esigenze comuni al mondo accademico statunitense di quegli anni. Il marito della Gilbert, Allan H. Gilbert, è l’autore di una delle più fortunate antologie di storia della critica letteraria negli Stati Uniti, pubblicata nel 1940 [44].

La breve introduzione della professoressa Gilbert è tutta centrata sullo studio delle personalità degli artisti e sul loro ruolo nella società. Scrisse: “Molti dei documenti ci spalancano una finestra sulle qualità personali e sulle condizioni degli artisti stessi, e su come la società li trattò. Non è inutile sentire Dürer parlarci dei suoi sogni estatici o Michelangelo lamentarsi della sua schiena, di sentire notizie di prima mano sulla malinconia di Grünewald , sul modo in cui Rembrandt produceva ritratti poco lusinghieri, sulle idee di Poussin sulle cornici e sugli scherzi sagaci di Bernini dal volto aquilino. I fatti riportati nella loro semplicità possono a volta essere triviali, ma quando sono inquadrati nell’umore o nella verosimiglianza vissuta dei rapporti di prima mano possono aiutare a riconciliare genio ed umanità.

Non è esclusivamente la personalità degli artisti ad essere portata a piena vita in queste lettere e memorie. Le condizioni sociali all’interno delle quali essi si mossero sono qui loro restituite. La forma dell’opera d’arte deve riconoscere la propria dipendenza parziale dalla situazione e dal carattere dei committenti e del pubblico, dall’idea dominante del bello, dalla valutazione corrente della matematica o della mitologia. Apprendiamo qui come Bernini sia stato lusingato e controllato da Papi e cardinali sin dalla sua affascinante e prodigiosa gioventù e come, qualunque cosa gli sia capitata, abbia sempre trovato un asilo certo e sicuro presso la Santa Sede. Il diario e la biografia [n.d.r. del Baldinucci] ci danno il senso dell’intimità con i potenti – laici e religiosi –, dei pericoli che circondavano le corti come pure della loro magnificenza, dell’enorme fiducia che era riposta negli artisti insieme al pericolo che essi correvano, e come addirittura ad un uomo anziano fosse data l’indicazione di dover tenersi pronto all’onore di rischiare la vita per un monarca. Questi resoconti ci aiutano a comprendere che, in fin dei conti, l’arte è parte della vita” [45]. Queste parole sull’unità tra arte e vita identificano il quadro culturale intorno al quale la Gilmore Holt prepara e completa la propria antologia durante dieci anni di cooperazione con la professoressa Gilbert. La sua prefazione è considerata dalla Gilmore Holt ancora attuale nel 1957-1958, e viene ancora posta in testa all’edizione ampliata in due volumi della Storia documentaria dell’arte.

Per la Gilmore Holt un ulteriore stimolo culturale si ha nel 1939 quando, grazie a Erwin Panofsky, ottiene una seconda borsa di studio per continuare a lavorare sullo stesso tema a Princeton. Proprio in quell’anno Panofsky pubblica i suoi famosissimi “Studies in Iconology. Humanistic Themes in the Art of Renaissance”, in cui assegna alle literary sources un ruolo importante (anche se non fondamentale, come vedremo) come fonte d’interpretazione dell’opera d’arte.

Fig. 22) Gli Studi d’iconologia di Panofsky.
Fonte: http://tems.umn.edu/pdf/Panofsky_iconology2.pdf

Nella nota metodologica all’inizio della sua antologia la Gilmore Holt spiega di aver progettato il piano dell’antologia proprio con Panofsky (ma tra le personalità che ringrazia per i consigli ricevuti vi sono anche Friedländer e ovviamente la Gilbert). Panofsky modificò l’impostazione originaria della Gilbert, tutta orientata alla narrazione di eventi personali e alla descrizione di situazioni sociali? Credo che vi siano indizi in questo senso, che dovrebbero comunque essere confermati. Penso infatti sia interessante far notare subito che, nell’edizione del 1945, gli ultimi autori presi in esame sono Diderot, Lessing, Winckelmann, e Goethe: nessuno di essi è artista. L’autrice, insomma, intende documentare non solamente il processo di creazione artistica, ma la maturazione del gusto e l’interazione tra arte e cultura. Grande spazio viene dato per esempio agli autori di trattati (come Alberti, con 33 pagine). I brani scelti sono di norma assai ampi (come minimo 5-10 pagine), e vengono selezionati per la loro capacità di documentare le tendenze e le ragioni estetiche di un’epoca. La traduzione, nelle parole dell’autrice, cerca una soluzione mediana tra la resa letterale, che riuscirebbe spesso incomprensibile, ed una più libera: l’inglese deve essere fruibile, ma comunque essere sempre caratterizzato dal ritmo e dall’intonazione dell’epoca, senza la modernizzazione di Goldwater/Treves. Fu Panofsky ad incoraggiarla o è un retaggio della Professoressa Gilbert? È una delle domande irrisolte.


Il riflesso dello storicismo: l’analisi di Robert Goldwater

Si è detto che Goldwater studia l’influenza dell’arte primitiva nelle forme più innovative dell’arte contemporanea. Lo fa, tuttavia, avendo sempre come punto di riferimento un’idea molto classica della dimensione storica del rapporto tra arte e letteratura. Ad ogni epoca – egli sostiene – corrisponde infatti una specifica forma di letteratura artistica. È questo il messaggio centrale dell’introduzione di Goldwater, che offre un’interessante chiave di lettura storicista del fenomeno della letteratura artistica, “che è più di una nota a piè di pagina nella storia fattuale dell’arte: è un documento primario ed importante della storia del gusto, e della formazione delle nostre preferenze e dei nostri giudizi” [46]. E tuttavia - si legge nell’introduzione - il giudizio sulla stessa letteratura artistica non è solamente in funzione dei tempi, ma anche dell’interpretazione del fatto artistico creativo da parte degli individui: alcuni romantici, ad esempio, sono sospettosi dell’artista che scrive perché credono che la creazione artistica debba essere esclusivamente spirituale e dunque irrazionale (si pensi a Goethe ed al suo monito: “Artista, crea, non parlare” [47]), mentre altri credono che il vero artista debba essere un genio universale, e come tale non possa che esprimersi in tutti i modi, incluso quello letterario. Sono interpretazioni a volta contraddittorie: si pensi come il mito del genio universale sia stato alimentato per esempio dall’autobiografia di Benvenuto Cellini, tradotta in tedesco dallo stesso Goethe.

Vi sono, ad ogni modo, elementi di continuità innegabili nella letteratura artistica nel corso dei secoli (lo scontro tra le personalità degli artisti, il loro rapporto con il pubblico e con i committenti, la polarizzazione tra bello e brutto, il contrasto tra pittura di paesaggio e pittura di storia, la questione se l’arte possa o no essere oggetto di insegnamento); lo studioso americano ce ne offre una periodizzazione che individua per ogni epoca strumenti tipici nella strategia di comunicazione degli artisti.

Il medioevo (con Cennino Cennini) si concentra su aspetti tecnici non perché non vi sia una capacità di valutazione estetica, ma al contrario perché essa è accettata da tutti coloro cui gli artisti si rivolgono (ovvero la comunità stessa degli artisti). In questo senso, il medioevo ha le stesse caratteristiche di ogni altra arte primitiva. “Ciò non vuol dire – aggiunge Goldwater – che Cennino non abbia un gusto estetico. È forse vero l’esatto contrario: proprio poiché non vi è nessuna discussione sullo scopo dell’arte, la sua finalità universalmente accettata deve essere vista come parte implicita in ognuna delle sue regole tecniche e dei suoi precetti morali, che sono semplicemente il modo migliore di conseguire i risultati desiderati, testati ed approvati da tre generazioni di artisti.” [48]

Nel Rinascimento la letteratura artistica continua ad essere concepita come strumento di educazione professionale (lo sono ancora i codici leonardeschi, legati alla dimensione artigianale dell’arte), ma gli accenti sono ormai nuovi: ci si concentra sugli strumenti tecnici per assicurare l’imitazione della natura (prospettiva, proporzioni); non ci si limita più, inoltre, ad identificare metodi pratici, ma si cercano regole di valore universale; ed infine si scopre il problema del bello nell’arte come tema universale sul quale è necessario scrivere e si possono (ed anzi si debbono) formulare tesi personali e differenti [49].

Con Michelangelo ed il neoplatonismo solo l’ultima dimensione viene ormai avvertita come degna di discussione: la letteratura artistica abbandona gli aspetti pratici e si affida alla teoria. Il compito della scrittura dell’artista non è più quello di insegnare le vie più ingegnose per imitare la natura, ma di descrivere l’arte come costruzione ideale e perciò governata da un proprio sistema autonomo di regole, normalizzato dai maestri del passato. Non si scrive più per la comunità degli artisti, ma per diffondere tali ideali codificati fra il pubblico [50]. È uno schema che nasce dal Vasari e si perpetua fino a buona parte del diciannovesimo secolo, soprattutto con la diffusione del trattato (con il contributo fondamentale del Lomazzo) [51]. Nel Seicento si diffonde, a partire dalla Francia, anche la nuova forma del discorso accademico, come atto retorico con una tendenza all’astrazione filosofica (Chantelou, De Piles); anche nel primo Settecento continua la tradizione della discussione formale.

Si è già detto che l’antologia di Goldwater e Treves si distingue per una scelta di brani diretti e spontanei. Si spiega perciò perché le forme espressive della letteratura artistica appena descritte nell’introduzione siano (per scelta consapevole) incluse con molta parsimonia nel testo del 1945 (avranno invece una posizione centrale nella raccolta della Gilmore Holt nel 1947). È con la scoperta della lettera individuale (Gainsborough, Ingres) e del diario (Delacroix, Chassériau, Thomas Cole) che la letteratura artistica diviene invece appassionante, veicolando tutte le differenti espressioni artistiche del romanticismo, mentre scompaiono i trattati e gli scritti didattici. In alcuni casi (Delacroix) l’artista ha uguali capacità nel dipingere e nello scrivere [52]. E proprio Delacroix è l’eroe di Goldwater nella letteratura artistica.

Con il progredire dell’Ottocento l’arte diviene oggetto di dibattito intenso e l’artista assurge sempre più a polemista (David, Blake, Barry, Courbet, Whistler). Gli artisti intervengono sulla stampa, e, a partire dai post-impressionisti (Seurat, Signac), si distinguono per la redazione di manifesti e di prese di posizione. Si assiste, d’altro canto, ad una moltiplicazione esponenziale delle interazioni tra artisti, a volte di difficile reperimento e comunque di dimensioni potenzialmente enormi (per definire i loro gusti estetici, gli artisti comunicano tra loro in forma di corrispondenza privata, o si rivolgono a collezionisti e sponsor). Con il simbolismo nascono anche figure intermedie: l’artista scrittore, l’artista critico (Maurice Denis, Emile Bernard, Walter Sickert). È anche l’epoca in cui grandi artisti decidono di manifestare i loro sentimenti al grande pubblico (Van Gogh, Gauguin, Redon, Ensor), creando ondate d’emozione di massa.

Ed è questo aspetto di manifestazione di sentimenti, di esplicazione di tesi estetiche, che potrà forse essere la caratteristica della letteratura artistica contemporanea, conclude Goldwater. Sarà l’epoca della moltiplicazione delle dichiarazioni pubbliche, individuali o di gruppo, nella forma dell’intervista e dell’articolo, nel tentativo degli artisti di contaminare fra loro arte e letteratura (come fanno i dadaisti) o comunque di uscire dall’isolamento in cui l’arte astratta (sempre più estranea ai gusti del grande pubblico) li ha condannati. Anche se non mancheranno coloro (come i surrealisti) che, per la radicalità delle loro scelte, si troveranno nella stessa situazione di un Bernini o di un Caravaggio o dei primi impressionisti: tutti rivoluzionari che non scrissero mai nulla a commento della loro arte perché fissare per iscritto un’arte così destabilizzante ed irruente sarebbe stato una contraddizione in termini.

È per questo che, all’avvio dell’introduzione, Goldwater scrive: “L’artista contemporaneo, quando è richiesto di scrivere sulla propria arte, esita. La tradizione di timidezza verbale che a lui si è tramandata dalla sua attività artigiana è stata rafforzata dalla sua esperienza, ed egli vi dirà che le spiegazioni raramente spiegano. Il suo lavoro, la parte migliore di lui, deve parlare da solo: quelli che non capiscono il suo linguaggio capiranno assai poco della traduzione approssimativa nella lingua straniera delle parole, se mai questa fosse possibile.” [53]  Bisogna aggiungere che questa previsione non si avvererà: gli artisti contemporanei – compresa sua moglie Louise Bourgeois - saranno tra i creatori più loquaci dell’intera storia dell’arte.

Goldwater avvisa comunque il lettore che ogni ricostruzione storica deve tener conto del fatto che ciò che è stato preservato della letteratura artistica spesso dipende dal gusto dell’epoca: moltissime delle lettere di Gainsborough andarono distrutte nei secoli seguenti perché il suo stile di scrittura ampolloso, tipico del Settecento, risultava insopportabile cent'anni dopo. I quaderni di Corot furono stralciati da Moreau-Nélaton, il suo biografo, nella sua opera principale Histoire de Corot et de ses œuvres del 1905, sulla base degli interessi estetici del biografo. È impossibile formulare un giudizio, anche molto sommario, egli scrive, su quanta parte della letteratura artistica sia giunta ai nostri giorni rispetto alla produzione originale. Degli olandesi del Seicento non abbiamo quasi nulla, ma non vi è indizio alcuno per stabilire se essi – collettivamente – abbiano evitato di far ricorso alla scrittura o se i loro discendenti non siano stati in grado di preservarla [54].


La letteratura artistica e lo sviluppo dello spirito democratico

Se la Gilmore Holt ha creato una delle antologie di riferimento del secolo scorso, è stata davvero molto parca nelle considerazioni di ordine generale, che nel volume del 1947 come pure nei primi due volumi della Storia Documentaria del 1957 e del 1958 (con la medesima introduzione, come già detto), sono tutte della professoressa Katherine Everett Gilbert. Ma è chiaro che l’autrice condivide quelle parole, che fondono arte e vita, e combinano studio delle personalità e analisi degli sviluppi sociali, essendo spinta da un animo ribelle e soprattutto da un sincero spirito democratico. Lo spiega Alicia Faxon, citando la Gilmore Holt ed i ricordi dei suoi studi a Monaco, nel pieno della presa del potere nazista: “Quando ero studente, sia ai primi anni dell’università sia durante i corsi di specializzazione, mi resi conto che i libri di testo non offrivano materiale sufficiente sulle fonti che consentisse agli studenti di formarsi un giudizio autonomo. I documenti originari dovrebbero essere disponibili a tutti, se si vuole evitare che si sviluppi un’esclusione a danno di molti fra coloro che potrebbero aver godimento dell’arte. Gli studenti alle prime armi non sono incoraggiati a formarsi opinioni proprie, a meno che un testo non contenga materiale sulle fonti. Nel corso di specializzazione a Monaco mi chiedevano: “Come fai a giungere a conclusioni in modo così rapido?” Io rispondevo che non avevo molto rispetto per le autorità, ed ancora non ne ho. Io voglio potermi fare un’idea mia. Un’autorità deve essere confrontata con un’altra, ma per farlo bisogna avere le fonti.” [55]

Procurare un facile accesso alle fonti è dunque un passaggio fondamentale per consentire ad una società democratica di fruire dell’arte. Lo sviluppo del rapporto tra arte ed opinione pubblica, o se si vuole la pubblicizzazione dell’arte, è al centro dell’introduzione al terzo volume della Storia documentaria dell'arte, un testo firmato dalla Gilmore Holt, e dedicato alla letteratura artistica dell’Ottocento. Quel secolo è un periodo di rottura. “Durante il diciannovesimo secolo istituzioni ed attitudini diedero luogo a nuove forme e relazioni. Le tradizioni in istituzioni di governo e nella società, le tradizioni nei processi sociali e nei processi di produzione, le tradizioni nei metodi e materiali di costruzione in architettura e nei modi di rappresentazioni nelle belle arti furono abbandonate. Gli artisti del diciannovesimo secolo furono dunque chiamati a creare forme che fossero espressive della vita europea, che stava trasformandosi nell’età industriale e tecnologica del ventesimo secolo. Lungo l’intero secolo si cercarono nuove espressioni per concetti della cultura, prodotti di una libertà non più intaccata dalla conformità delle convenzioni. L’architettura acquisì nuove funzioni pubbliche nella società che era cambiata, e all’architetto si chiese di soddisfare alle necessità di vari gruppi di cittadini. Dietro lo schermo dell’arte tradizionale pittori e scultori riuscirono a far avanzare nuovi simboli ed emblemi per soddisfare la loro ‘necessità interna’ e quella della loro cultura. Questa ricerca (…) ha prodotto una costante tensione tra i rappresentanti accademici, pubblici e convenzionali della società da un lato e gli artisti creativi di quella società dall’altro, che dal loro genio erano perciò costretti all’impegno. Il primo gruppo era deciso a mantenere lo status quo. Il secondo era determinato a scoprire mezzi e metodi per rappresentare i concetti che emergevano dal patrimonio culturale. Questi periodi di trasformazione chiamarono i critici sia a difendere ciò che era accettato e conosciuto sia a spiegare la gestazione del nuovo a chi era abituato a vedere le immagini tradizionali. Il committente, cui entrambe le parti indirizzavano il loro caso con l’aiuto della critica, era ormai il pubblico, e non più il conoscitore.” [56]

L’idea della fruizione dell’arte come servizio pubblico giustifica anche l’altra opera maggiore della Gilmore Holt, la trilogia sul ruolo di mostre e critica nell’affermazione dell’arte nell’Ottocento. Nel 1979 esce The Triumph of Art for the Public, 1785-1848: The Emerging Role of Exhibitions and Critics [57]; nel 1981 lo segue The Art of All Nations, 1850-1873: The Emerging Role of Exhibitions and Critics [58]; nel 1988 la trilogia si conclude con The expanding world of art, 1874-1902 [59].


Dalle ‘fonti letterarie’ alla ‘storia documentaria’: un tentativo d’interpretazione

Abbiamo già sottolineato che tra il 1947 ad il 1957, Gilmore Holt decide di modificare il titolo della sua antologia. Scompare il riferimento alle Literary Sources, che viene sostituito da quello di Documentary History. Purtroppo l’autrice non spiega le ragioni del cambiamento del titolo.

L’espressione Literary Sources non è di uso frequente nella critica d’arte o letteraria di lingua inglese. Ad esempio, non è impiegata da Katherine Everett Gilbert nella sua History of Aesthetics del 1939. E tuttavia, il termine è diffuso in altre lingue: per esempio, la prima antologia di fonti di storia dell’arte in Spagna si intitola Fuentes literarias para la historia del arte español, e viene pubblicata tra il 1923 ed il 1939. Secondo Alicia Faxon, è proprio la Gilbert ad indirizzare Gilmore Holt allo studio delle fonti letterarie, prima ancora che incontri Panofsky. Se quest’informazione fosse esatta, sembrerebbe suggerire che l’espressione Literary sources non fosse stata frutto di un consiglio di Panofsky, ma fosse piuttosto un tentativo di creare un equivalente americano del termine spagnolo o del tedesco Literarische Zeugnisse, utilizzato da Schlosser nell’introduzione del suo manuale del 1924 e tradotto dal Rossi in italiano come “Testimonianze letterarie” nel 1935. Lo Schlosser le definisce in tal modo: “le fonti scritte, secondarie, indirette; soprattutto quindi nel senso storico, le testimonianze letterarie, che si riferiscono in senso teoretico all’arte, secondo il lato storico, estetico o tecnico, mentre le testimonianze per così dire impersonali, iscrizioni, documenti e inventarii, riguardano altre discipline e possono qui essere materia soltanto di un’appendice.” [60]

Evidentemente, dieci anni dopo, quel termine non appaga più l’autrice. Non è escluso che ella non sia del tutto soddisfatta dell’ambiguità con cui lo usa il Panofsky a partire dai suoi Studies in iconology del 1939 [61]. Lo studioso tedesco distingue infatti tra iconografia ed iconologia: la prima è una lettura dell’immagine pittorica che cerca di studiarne il significato sulla base di un’interpretazione dell’intenzione fattuale dell’artista, mentre la seconda ambisce a collocare l’opera d’arte all’interno del suo modo di pensare e delle concezioni estetiche del suo tempo. Con l’iconografia si riesce a comprendere quale sia il significato narrativo dei motivi artistici (ad esempio, si può spiegare la rappresentazione di una determinata scena religiosa), nel senso delle immagini, delle storie e delle allegorie; e tuttavia essa non ci chiarisce quali siano le ragioni emotive e spirituali che spingono l’artista a descrivere la storia nel modo specificato nell’immagine. In altre parole, l’iconografia ci consente una forma di conoscenza dell’opera d’arte meno avanzata di quella iconologica: non ci rivela la personalità dell’artista e la civiltà del suo tempo. Mentre l’iconografia è analitica, l’iconologia è sintetica. Se una corretta interpretazione iconografica è necessaria, non è comunque sufficiente ad una completa comprensione dell’opera: è solo l’iconologia a definirne infatti il significato intrinseco. Ebbene, per Panofsky le literary sources sono strumenti ausiliari dell’iconografia, ma non dell’iconologia. Ci consentono di comprendere le storie, ma non di spiegarne a pieno il contesto, di interpretarle secondo il gusto dell’epoca.

Fig. 23) La Storia documentaria dello Stato di New York del 1850

Perché dunque continuare ad utilizzare un termine che non era di uso comune negli Stati Uniti e per lo più era associato all’idea di una comprensione incompleta del significato dell’arte? Con la transizione alla Documentary history la Gilmore Holt impiega un concetto ben conosciuto alla storiografia americana. La prima Documentary history dello Stato di New York viene pubblicata da E.B. O'Callaghan nel 1850 in quattro volumi, ed include documentazione su coloni ed indiani a partire da testi di duecento anni prima. Da allora quella formula viene utilizzata costantemente nella storiografia americana, divenendo lo strumento principale di documentazione e divulgazione. La studiosa americana adotta dunque un modello culturale di chiara presa tra gli storici americani. La ‘storia documentata’ è del resto uno dei principi fondamentali del positivismo in storiografia, che aveva caratterizzato la nascita della letteratura artistica con Rudolf Eitelberger von Edelberg, fondatore della Scuola di Vienna di Storia dell’arte. A quei principi si era orientato lo stesso Schlosser in gioventù, come egli stesso ricorda: “Fin da quando ero discepolo del grande Sickel potei concepire la storia dell’arte soltanto come una disciplina storica, sostanzialmente congiunta, pur se diversa nei compiti e in parte nei metodi, alla sua sorella, la cosiddetta archeologia classica, che deve soprattutto all’esercizio filologico la sua natura molto più rigorosamente scientifica.” [62]

Secondo questa interpretazione, la Gilmore Holt sarebbe dunque rimasta nel quadro culturale che ha contraddistinto quella parte della letteratura artistica positivista a Vienna o fortemente influenzata da Ranke a Berlino, facendo un passo indietro rispetto alle posizioni più idealiste di Panofsky e al suo tentativo di disegnare con l’iconologia una filosofia della storia dell’arte.

E tuttavia, se questa lettura così ‘eurocentrica’ non è impossibile (dato che l’autrice conosceva assai bene le culture tedesca ed italiana), è assai improbabile che rappresenti l’unica spiegazione. Vi è infatti un altro elemento da tener presente. Proprio negli anni Cinquanta si sta rafforzando negli Stati Uniti il metodo sociologico. Ne è un esempio il manuale sul metodo sociologico di Pauline V. Young (1896-1977), pubblicato per la prima volta nel 1939 ed oggetto di periodica riedizione fino alla metà degli anni Sessanta [63]. Vi si spiega il ruolo, per la comprensione delle scienze sociali, delle “primary sources” (e dunque le fonti che sono originate dagli autori), identificate in opposizione alle “secondary sources” (ovvero le opinioni sugli autori), così come quello delle “documentary sources” (ovvero delle fonti che possono essere tratte da documenti), cui si oppongono le field sources (ovvero le informazioni che si raccolgono empiricamente sul campo). Sono tutti strumenti empirici di conoscenza cui l’analisi sociale farà ampio riferimento. Concentrarsi sulla storia documentaria dell’arte significa dunque, come abbiamo già visto, leggerla come una delle componenti reali della vita sociale, pur rimanendo sempre nel quadro delle fonti scritte di carattere letterario: comprendere che non si tratta esclusivamente di testi teorici che testimoniano la storia del gusto e delle conoscenze tecniche, ma di strumenti empirici per collocare gli artisti all’interno del loro mondo. Significa inoltre compiere un’operazione educativa, mettendo gli studenti direttamente a confronto con i materiali prima ancora che con le opinioni, aprendo dunque ampi spazi interpretativi.

Purtroppo, la Gilmore Holt è stata molto parca di parole per spiegarci l’evoluzione delle sue ricerche di letteratura artistica, ed ha sempre sottolineato la natura pratica delle sue compilazioni, al servizio degli studenti. Se è evidente il suo interesse per l’interpretazione dell’arte come attività empiricamente collegata alla realtà dei fatti e delle biografie, ma anche al quadro sociale, non ha mai voluto offrire una storia unitaria della letteratura artistica (come Robert Goldwater aveva fatto nella sua prefazione), quasi che una tale interpretazione, al di là del vissuto degli individui, non fosse possibile. Qualunque sia l’interpretazione esatta, ci sembra chiaro che, con l’edizione del 1957-1958, la letteratura artistica americana si emancipi dall’influenza di Panofsky (nonostante egli continui ad essere il primo degli studiosi a cui vanno i ringraziamenti dell’autrice). Inevitabilmente altri studiosi (come il Gombrich) si affiancano a lui. Gombrich, allievo di Schlosser, continua ad occuparsi di letteratura artistica e di iconologia con Otto Kurz al Warburg Institute di Londra negli anni Cinquanta. Dà lezioni di letteratura artistica per qualche anno, ma non elabora una teoria della letteratura artistica. Infatti Gombrich presenta una lettura popperiana della storia, basata sulla libertà degli individui e non su categorizzazioni collettive o filosofiche. Forse la Gilmore Holt evita di formulare una teoria complessiva della letteratura artistica proprio perché in fondo condivide l’impostazione di Gombrich: pur consentendo l’inquadramento nella vita sociale e nella cultura del tempo, nella letteratura artistica contano soprattutto gli individui. Stiamo ragionando in base ad intuizioni e siamo pronti a ricrederci. Chiunque voglia contribuire a questo dibattito è ben accolto.


Per concludere: la traduzione dei classici italiani nelle antologie statunitensi del dopoguerra

Da un punto di vista italiano è infine interessante analizzare come e da quali edizioni siano stati tradotti i testi di artisti italiani del Rinascimento e del Barocco e quali problemi siano stati incontrati. Ovviamente il medesimo problema si pone per le fonti di storia dell’arte francesi, tedesche, spagnole e neerlandesi, ma affronteremo specificamente il tema della letteratura artistica italiana per chiederci a qual punto era giunta, in un tornante fondamentale della storia, la sua internazionalizzazione. Non si tratta di una semplice curiosità: proprio dal primo dopoguerra il mondo diviene progressivamente sempre più anglofono, anche in seguito all’affermazione, politica, militare ed economica degli Stati Uniti. La capacità di diffondere a livello globale idee ed informazioni che hanno origine in Europa ed in Italia viene sempre più a dipendere dalla disponibilità di traduzioni inglesi; altrimenti, testi storici in italiano finiscono per divenire conoscenza di nicchie limitate. Le due antologie inglesi del 1945 e del 1947 permettono di incrementare (sia pur solamente nella forma di citazioni) i testi disponibili nella lingua veicolare nel mondo. È questo il debito di riconoscenza che dobbiamo a Goldwater, Treves e Gilmore Holt: sono loro che hanno reso disponibile nelle biblioteche delle sedi universitarie anglofone di tutto il mondo due antologie su cui generazioni di studenti hanno trovato una selezione dei testi dei nostri artisti italiani.

Esistevano traduzioni inglesi dei classici della letteratura artistica italiana cui gli autori delle antologie potessero fare riferimento? Solo in un numero molto limitato di casi. In tre circostanze vengono utilizzate addirittura traduzioni inglesi d’epoca: per Lomazzo (Haydock, 1598), Palladio (Leoni, 1742) e Serlio (Peake, 1610). In altri sei casi vengono utilizzate traduzioni inglesi moderne già esistenti: è il caso del Libro dell’Arte di Cennini (Thompson, 1933), dell’autobiografia di Cellini (Cust 1910; Macdonnell, 1910), degli scritti di Leonardo (Richter, 1939), di Michelangelo (Carden, 1913), e delle Vite del Vasari (Hinds, 1927). Sono ovviamente gli autori più noti della letteratura artistica italiana; e, biunivocamente, rimarranno i più noti nel mondo anche grazie alle traduzioni inglesi (ed in molte altre lingue) di primo Novecento.

Almeno a metà degli anni quaranta, il numero di classici italiani di letteratura artistica già disponibili in inglese è dunque ancora molto limitato, rendendo necessario provvedere alla traduzione in lingua. Quali sono le difficoltà che gli autori della traduzione incontrarono? Nel caso di Artists on art, l’italiano Marco Treves è ovviamente in condizione di leggere gli originali, ed il suo problema è quello della resa del testo in un inglese sufficientemente buono da poter essere corretto da Goldwater [64]. Quanto a Literary Sources on Art, la Gilmore Holt confessa che “i testi italiani del quindicesimo secolo hanno presentato le maggiori difficoltà di traduzione. Bisogna tener presente che pochi di questi testi sono stati rivisti o corretti dopo la loro pubblicazione nel diciannovesimo secolo; vi è dunque bisogno di uno studio filologico delle differenti copie dei testi.” [65]. Dal tono si capisce che proprio questo è stato il momento più difficile di tutta l’impresa. L'autrice ripeterà questo commento nel 1966, nell’introduzione al terzo volume della Documentary History, aggiungendo che alcuni testi dell’Ottocento sono altrettanto difficili di quelli del Rinascimento italiani (probabilmente uno dei traumi della sua vita di studiosa).

La traduzione dall’italiano avviene sia dagli originali (molti dei quali stampati nell’Ottocento) sia da raccolte ed antologie ottocentesche, e spesso dalle edizioni viennesi della collezione “Quellenschriften zur Kunstgeschichte”, che offrivano sia il testo originario in italiano sia la traduzione tedesca. Nel caso della Gilmore Holt non è possibile sapere, se non consultando i documenti d’archivio [66], se abbia effettuato la traduzione dal testo italiano o da quello tedesco (lingua che probabilmente conosceva meglio). Insomma, si conferma il ruolo che la cultura tedesca gioca in quegli anni, come tramite tra la cultura artistica europea e quella americana.


NOTE

[37] Friedländer Walter, Die Entstehung des antiklassischen Stiles in der italienischen Malerei um 1520, in Repertorium für Kunstwissenschaft, 1925, pagine 49-86.

[38] Goldwater, Robert - Primitivism in modern painting, New York, Harper, 1938, 210 pagine.

[39] Goldwater, Robert e Treves, Marco - Artists on art: from the XIV to the XX century, New York, Pantheon Books, 1945, 497 pagine. L’originale è disponibile su internet all’indirizzo https://archive.org/details/artistsonartfrom00gold. Citazione a pagina 10.

[40] Faxon, Alicia - Elizabeth Gilmore Holt: Art Historian and Maverick, in: Woman's Art Journal, Vol. 2, No. 1 (Spring - Summer, 1981), pp. 45-48 L’articolo é disponibile su internet: http://www.jstor.org/stable/1357901?loggedin=true&seq=1#page_scan_tab_contents

[41] Faxon, Alicia, Elizabeth Gilmore Holt: Art Historian (citato), p. 47

[42] La Gilbert è co-autrice di un fortunato manuale di Storia dell’Estetica pubblicato nel 1939 (Gilbert, Katharine Everett; Kuhn, Helmut - A history of aesthetics, New York : Macmillan, 1939, 582 pagine), pubblicato anche in russo ed in cinese. Il testo è disponibile all’indirizzo https://archive.org/details/historyofestheti00gilb

[43] Gilmore Holt, Elizabeth - Literary sources of art history: an anthology of texts from Theophilus to Goethe, Princeton, Princeton University Press, 1947, 555 pagine. Citazione a pagina VII

[44] Gilbert, Allan H - Literary criticism: Plato to Dryden, New York : American Book Company, 1940, 704 pagine.

[45] Gilmore Holt, Elizabeth - Literary sources of art history (citato), pagine VII-VIII.

[46] Goldwater, Robert e Treves, Marco - Artists on art: from the XIV to the XX century, New York, Pantheon Books, 1945, 497 pagine. L’originale è disponibile su internet all’indirizzo https://archive.org/details/artistsonartfrom00gold. Citazione a p. 8.

[47] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.16

[48] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.12

[49] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.13

[50] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.13

[51] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.14

[52] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), pp. 15-16

[53] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), p.7

[54] Goldwater, Robert e Treves, Marco, (…) 1945 (citato), pp. 8-9

[55] Faxon, Alicia, Elizabeth Gilmore Holt: Art Historian (citato), p. 45

[56] Gilmore Holt, Elizabeth - Literary sources of art history: … (citato), p.  V.

[57] Gilmore Holt, Elizabeth - The Triumph of art for the public, 1785-1848: the emerging role of exhibitions and critics, Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1979.

[58] Gilmore Holt, Elizabeth - The Art of all nations, 1850-73: the emerging role of exhibitions and critics, Princeton, Princeton University Press, 1981.

[59] Gilmore Holt, Elizabeth - The Expanding world of art, 1874-1902, New Haven : Yale University Press, 1988.

[60] Schlosser, Julius von e Rossi, Filippo - La letteratura artistica; manuale delle fonti della storia dell'arte moderna. Edizione emendata ed accresciuta dall'autore, Firenze, "La Nuova Italia" editrice, 1931, 647 pagine. Citazione a pag. 1

[61] Panofsky, Erwin - Studies in iconology; humanistic themes in the art of the renaissance, New York, Oxford University Press, 1939, 262 pagine. Si veda: http://tems.umn.edu/pdf/Panofsky_iconology2.pdf

[62] Schlosser, Julius von e Rossi, Filippo … (citato), pag. 1

[63] Young, Pauline Vislick - Scientific social surveys and research; an introduction to the background, content, methods and analysis of social studies; with chapters on statistics, scaling techniques, graphic presentation and human ecology by Calvin F. Schmid and a foreword by Stuart A. Rice, New York, Prentice-Hall, 1939, 619 pagine.

[64] Si assume che tutte le traduzioni dall’italiano nell’antologia siano di Marco Treves. Per controllare bisognerebbe verificare le carte di Goldwater custodite dagli Archives of American Art (http://www.aaa.si.edu/collections/robert-john-goldwater-papers-8229/more#section_4).

[65] Gilmore Holt, Elizabeth - Literary sources of art history: … (citato), p. X p. V.


1 commento:

  1. mi congratulo per l'amorevole dedizione ed il conseguente magnifico risultato di ricerca e approfondimento; grazie e ancora grazie per i preziosi insegnamenti

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