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lunedì 18 aprile 2016

Francesco Cavazzoni. Scritti d'arte. Parte Seconda: Pitture et sculture... in Bologna (1603)


Recensione di Giovanni Mazzaferro

Francesco Cavazzoni
Scritti d’arte
Parte Seconda. Pitture et sculture… in Bologna

A cura di Marinella Pigozzi



Bologna, CLUEB, 1999



Bologna, Facciata della basilica di San Petronio
Fonte: Wikimedia Commons

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Pitture et sculture: cosa manca

Pitture et sculture et altre cose notabile [sic] che sono in Bologna e dove si trovano è, in termini cronologici il primo manoscritto scritto da Cavazzoni e giunto sino a noi. Come nel caso dell’Essemplario, di cui abbiamo discusso in precedenza, lo si conserva presso la bolognese Biblioteca dell’Archiginnasio con segnatura MS B. 1343. È datato 1603 e dedicato a Romeo Pepoli, fratello maggiore di quel Roderico che era invece il destinatario dell’Essemplario. Nella dedica, Romeo è definito come “ardente amatore” e “osservatore [d]al vivo” delle opere d’arte. Per compiacere il dedicatario, Cavazzoni si propone di segnalare nel suo manoscritto (21 fogli in tutto) le “opere eroiche” degli “eccellenti operatori” che hanno lavorato in città. L’autore si scusa immediatamente se non sarà esaustivo, ma chiarisce sin dal titolo che il suo testo si riferisce alle cose che a lui sembrano “notabili”. Introduce cioè un elemento soggettivo, che è probabilmente l’unico di tutta l’opera, ma anche il più difficile da interpretare. Non sappiamo, ad esempio, se l’opera sia completa o se le lacune che vi si notano immediatamente (ad esempio l’assenza di ogni riferimento alla Basilica di Santo Stefano) siano indice di uno stato intermedio nella lavorazione del manoscritto o di una scelta ben precisa. Certo è che, di per sé, il fatto che Santo Stefano non sia citata né nella Graticola di Bologna del Lamo (che Cavazzoni sembra non conoscere) né nelle presenti Pitture et sculture induce a sospettare che si tratti di scelta dettata dal gusto. Non vi sono dubbi peraltro quando ci si trova di fronte a casi come quello dell’Ospedale della Vita, dove sono citati un’ancona di Lorenzo Costa, due dipinti di Bartolomeo Bagnocavallo, il Transito della Vergine di Alfonso Lombardi, ma non il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, che evidentemente è considerato “non notabile”.

Alfonso Lombardi, Transito della Madonna, 1519-1522, Oratorio dei Battuti, Santa Maria della Vita, Bologna
Fonte: http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/107/opere/30/transito-della-vergine
Niccolò dell'Arca, Compianto sul Cristo Morto (particolare), Chiesa di Santa Maria della Vita, Bologna
Fonte: Wikimedia Commons

Pitture e sculture non è una guida di Bologna. Non segue un tragitto di visita come, ad esempio, nel caso della Graticola del Lamo, ma sembra invece attenersi a un ordine gerarchico “devozionale” che si apre con la sede dell’arcivescovado bolognese (ovvero la Cattedrale di San Pietro), prosegue con la principale chiesa bolognese (la Basilica di San Petronio) e percorre poi le altre realtà presenti sul territorio. Non mancano riferimenti (specie nella parte finale) relativi al Pubblico Palazzo e ad edifici privati (viene citato ad esempio Palazzo Torfanini in Via Galleria, la cui facciata era stata affrescata parte da Girolamo da Treviso e parte da Prospero Fontana, e che conteneva il ciclo degli affreschi dipinto fra 1548 e 1552 da Nicolò dell’Abate). Il manoscritto si avvia a conclusione con un’elencazione delle Madonne da attribuirsi a “Lippo dal Massi”, ovvero a Lippo Dalmasio (1355-1410). Se ne è discusso a lungo e si è detto che si tratta di una precoce attenzione rivolta ai primitivi. Più probabile, in realtà, che sia la dimostrazione di quanto gli aspetti spirituali e religiosi contassero nell’esperienza personale di Cavazzoni. Abbiamo già visto nella prima parte che Francesco redasse opere come Corona di Grazie (1608), raccolta delle immagini delle Madonne visibili nelle chiese e sui muri di Bologna, e che il suo ultimo lavoro (a noi noto) fu il Trattato del santo viaggio di Gerusalemme (1616). Chiude il manoscritto l’elenco dei “nomi e cognomi di tutti i pittori, scultori, architetti, intagliatori bolognesi” che, sia pure con criteri che ai tempi nostri risulterebbero assolutamente discutibili, consegna alla memoria nomi di artefici di cui oggi non avremmo altrimenti alcuna memoria e di cui non abbiamo nemmeno un’opera riconosciuta.

Il manoscritto non contiene giudizi sul merito delle opere. Si limita, nella maggior parte dei casi, all’elencazione di lavori in cui a volte può mancare la descrizione del soggetto delle opere, ma dove è sempre presente un’attribuzione a questo o a quell’artefice. Scrive in merito Marinella Pigozzi: “Non storico né critico è il suo «schizzo»; ciò che manca è proprio l’esplicitarsi di un giudizio, di un gusto personali, non perché egli manchi di interessi artistici, ma perché, in linea con i tempi, è l’esperienza religiosa a sorreggere le sue pagine assieme al fine didattico, a spingerle oltre il fatto privato e personale” (p. 86).


Ercole de' Roberti, Maddalena piangente, Pinacoteca Nazionale di Bologna
Unico frammento sopravvissuto della Crocifissione affrescata per la Cappella Garganelli di San Pietro (1487-1490 circa)
Fonte: http://www.arte.it/opera/santa-maria-maddalena-piangente-2531

Pitture et sculture: cosa c’è

In realtà tutto quello che ho scritto sino ad ora sarebbe da censurare. Un manoscritto come Pitture e Sculture non si valuta per ciò che non ha, per le pecche, le manchevolezze, i difetti, ma deve essere preso in considerazione per quello che ci offre e ci permette di sapere. Si pensi ad esempio alla cattedrale di San Pietro, con la cappella del Cardinal Paleotti (p. 14) consacrata appena dieci anni prima e distrutta esattamente dieci anni dopo; e, sempre in San Pietro, alla cappella Garganelli (p. 15), le cui decorazioni murali furono affidate ad Ercole de’ Roberti e di cui oggi sopravvive solo un magnifico frammento conservato presso la Pinacoteca Nazionale. Si pensi, ancora, alla celebre Cappella di Santa Maria della Pace in San Petronio, citata anche dal Vasari, i cui affreschi si persero con una sciagurata risistemazione generale del 1727. Cavazzoni è l’unico che (sia pur con il beneficio d’inventario del caso) ci permette di conoscere soggetti che vi comparivano ed autori degli affreschi (pp. 20-21). Fondamentale è poi il discorso relativo alle attribuzioni. Nel libro di approfondimenti che ha accompagnato l’uscita degli Scritti d’arte di Cavazzoni (si vedano le indicazioni fornite all’inizio della Parte Prima) Giovanni Sassu scrive un saggio Sull’affidabilità dell’«osservatore al vivo» in cui cerca di analizzare appunto quanta fiducia si debba riporre nei nomi indicati dall’autore. Del tutto comprensibilmente, invece di lasciarsi andare a considerazioni di carattere statistico, preferisce analizzare l’opera scandendone l’esame in successivi periodi storici: dal Trecento alla fine del Quattrocento, il primo quarto del Cinquecento, il secondo quarto, il terzo quarto e gli ultimi anni del secolo coi primissimi del Seicento. Può sembrare scontato dirlo, ma il risultato è che l’affidabilità di Cavazzoni aumenta man mano che ci si avvicina cronologicamente agli anni in cui visse. Non ci si deve stupire, dunque, se per Francesco gli affreschi della Cappella Bolognini in San Petronio sono di Buffalmacco e non di Giovanni da Modena. Lo aveva scritto, peraltro, anche Vasari. Ed è comprensibile, vista la distanza che lo separava dall’esecuzione delle opere, che tutto quello che riguardava i dipinti ferraresi del secondo Quattrocento fosse genericamente attribuito a Lorenzo Costa. Ma, venendo ai primi del Cinquecento, Cavazzoni si dimostra molto bene informato su Francesco e Giacomo Francia (distinguendo correttamente le opere dell’uno e quell’altro) come pure sul genio bizzarro di Amico Aspertini. Stupisce semmai che alcuni errori fossero ampiamente evitabili perché verificabili leggendo le firme degli artefici sulle opere, quasi che, in alcune circostanze, Cavazzoni non fosse poi stato un “osservatore dal vero” così meticoloso.


Orazio Samacchini, Madonna in Gloria incoronata dalla Trinità e Santi, 1570 circa, Pinacoteca Nazionale di Bologna
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:OrazioSamacchini-1.jpg 

Il mondo di Cavazzoni

Incamminarsi verso la fine del Cinquecento vuol dire cogliere la formazione artistica di Cavazzoni. Scrive Sassu: “il meglio di sé, se così si può dire, il manoscritto lo fornisce in merito a quel settore di pittura antecedente o coeva alla riforma carraccesca, che è poi culturalmente più vicino al pittore-scrittore” [8]. E qui si pone appunto il nocciolo della questione. Le informazioni di Cavazzoni si rivelano preziosissime per artisti come Bartolomeo Pessarotti od Orazio Sammacchini, che furono suoi maestri, o, ancora, per Prospero Fontana ed Ercole e Camillo Procaccini. Di contro, non appare elevato l’interesse nei confronti delle opere dei Carracci (il che contribuisce, ancora una volta, a sfatare l’idea della vicinanza con l’ambiente carraccesco, sostenuta invece da Ranieri Varese nel 1969. Scrive ancora l’autrice: “Non c’è alcun interesse verso i moduli descrittivi veritieri e di genere proposti dai Carracci. Cavazzoni non coglie la capacità di sintesi e la verità di Ludovico, l’attenzione alle piccole cose, idea guida della sua poetica, non ricorda l’abilità di Agostino nello stare attaccato al vero e nello scherzare col verisimile” (p. 89).


Prospero Fontana, Deposizione, 1563, Art Gallery of New South Wales (Australia)
Fonte: http://www.artgallery.nsw.gov.au/collection/works/219.1994/

Traspare invece in tutto il testo una profonda religiosità, dimostrata anche nell’ordine con cui vengono descritte le chiese: si comincia sempre dalla cappella dell’altare maggiore, e poi si procede con le cappelle laterali. Il suo mondo – lo abbiamo detto – è quello della maniera devota, che utilizza ancora soluzioni tipiche del manierismo, ma le traduce visivamente secondo i dettami del Cardinal Paleotti. Traspare piena consapevolezza della potenza delle immagini. Le immagini devono svolgere un ruolo didattico e catechistico nei confronti del pubblico; devono aderire alla lettera dei Vangeli e spiegare in maniera semplice e diretta il mistero a cui ci si trova di fronte. È passato il messaggio dapprima genericamente accennato in sede conciliare e poi sostanziatosi nei testi precettivi di San Carlo Borromeo (Instructionum Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae, 1577) e appunto del Cardinal Paleotti (Discorso intorno alle immagini sacre e profane, 1582). Le immagini, talvolta, sono così potenti, da essere miracolose: è il caso di molte Madonne citate nel testo. Non a caso, parlando di Lippo di Dalmasio, Cavazzoni scrive: “Non pinse mai cose vane, ma sempre si compiacque in operare per sua mera divozione la Imagine de la gloriosa Vergine, il Salvatore e de Santi. Usava quel giorno che volea dar principio alla immagine della Vergine odiva la messa e di poi con tutta quella divozione maggior potesse pigliava la santissima Euccarestia e finito la sua orazione, di poi dava principio all’opera, onde si vede sino oggi de tutte le sue imagine fatte da lui molto devote e miracolose” (p. 77) L’interesse per i “primitivi” in realtà è l’esaltazione della devozione del pittore, come tale indipendente dal gusto dell’epoca e non a caso senza tempo. Quanto scritto su Cavazzoni si raccorda perfettamente con un pensiero espresso nell’Essemplario, che, se decontestualizzato, correrebbe addirittura il rischio di tramandarci l’immagine di un Cavazzoni tendenzialmente “pagano”: “O quanto deve ringraziare ogni cristiano pittore di così fatto dono, che Sua Divina Maestà le concede, che puossi rappresentare Dio e la sua Santissima Madre con tutti li santi sino il paradiso istesso, mostrando ancora le pene dell’inferno! Sì che il fedele e valente pittore si può aguagliare ad un semideo” (p. 117-118).


Prospero Fontana, Sepoltura di Cristo, Pinacoteca Nazionale di Bologna
Fonte: http://mariapaolaforlani.blogspot.it/2015/12/tra-la-vita-e-la-morte.html

È in questo sentimento religioso profondo che Pitture et sculture da un lato e l’Essemplario dall’altro, di per sé due testi molto diversi per la funzione con cui nacquero, trovano un terreno comune e ci restituiscono un’immagine di un pittore, Francesco Cavazzoni, che sicuramente non fu un caposcuola, ma visse profondamente i valori propri della sua epoca.


NOTE

[8] Bologna al tempo di Cavazzoni. Approfondimenti. A cura di Marinella Pigozzi, Bologna, CLUEB, 1999, p. 67.

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