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| Giuseppe Bossi Autoritratto |
Le Memorie di Giuseppe Bossi
Diario di un artista nella Milano napoleonica
1807-1815
A cura di Chiara Nenci
Jaca Book, 2004
Isbn 88-16-40689-5
[1] Edizione critica delle Memorie di Giuseppe Bossi, compilate a partire dal 1807 fino a poco prima della morte (1815). “In appendice al volume abbiamo ritenuto utile pubblicare l’inedito elenco manoscritto della raccolta di antichità... e il catalogo di vendita delle opere del pittore che si trovavano nello studio al momento della morte” (p. XX n.).
[2] Testo della quarta di copertina:
“Quando sul finire del 1807 Giuseppe Bossi inizia a tenere un diario della propria vita, che interromperà solo a pochi giorni dalla morte nel 1815, ha da poco compiuto i trent’anni, ma è già molto forte la coscienza che ha di sé e del proprio ruolo di artista, in una Milano capitale del Regno d’Italia e pervasa dall’ideologia napoleonica. Dopo i primi insegnamenti appresi nelle aule dell’Accademia di Belle Arti di Brera, una borsa di studio a Roma gli aveva permesso di avvicinare dal vero i grandi modelli della pittura rinascimentale e della statuaria classica, e di frequentare quella fucina del neoclassicismo internazionale che furono gli studi di Antonio Canova, Felice Giani, Angelica Kauffmann. Rientrato a Milano, nel ruolo di segretario dell’Accademia di Brera, aveva traghettato l’istituzione milanese dal 1801 al 1807 verso un illuminato e profondo rinnovamento, dotandola di nuovi regolamenti, di uno straordinario corredo didattico e di una Pinacoteca, strumenti indispensabili per la «pubblica istruzione e l’incremento generale del buon gusto».
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| Pinacoteca di Brera. Il cortile |
Ma è proprio dalle dimissioni da segretario, rassegnate con grande amarezza agli inizi del 1807, che scaturisce il racconto delle Memorie, strumento eccezionale per la comprensione di un artista che a partire da quel momento sente di avere riacquistata la piena libertà, avvertita come condizione vitale per l’espressione della propria arte. Stese negli anni del massimo riconoscimento pubblico di Bossi, quando nel suo studio riceveva principi, re, personaggi di spicco della cultura italiana e viaggiatori stranieri appassionati di belle arti, le Memorie ci guidano nelle pieghe di una Milano europea, impressionante cantiere di prestigiosi lavori pubblici, e scenario di mutamenti politici, sociali e culturali, registrati dalla penna straordinariamente efficace di un pittore che ne è stato uno dei suoi più sensibili interpreti.”
[3] Si riporta il testo della recensione all’opera, a firma Fernando Mazzocca, apparsa sul Domenicale del Sole 24 Ore il 6.2.2005 (l’originale dell’articolo è conservato all’interno del volume).
DOMENICA – Protagonisti dell’arte
Le brillanti «Memorie» dell’artista-funzionario che rilanciò l’Accademia milanese e creò la Pinacoteca
Bossi, rifondatore di Brera
Il diario, steso dal 1807 al 1815, testimonia il grande amore per le donne e per Leonardo da Vinci, e documenta l’impegno profuso per salvare il Cenacolo e l’utopia di trascrivere e pubblicare tutti i manoscritti del Maestro
di Fernando Mazzocca
Dobbiamo allo straordinario lavoro filologico e critico di Chiara Nenci e all’impegno di una gloriosa istituzione milanese come l’Accademia di Brera, se oggi disponiamo di un’edizione finalmente corretta delle Memorie di Giuseppe Bossi, strumento insostituibile per approfondire la conoscenza della Milano neoclassica e testimonianza fondamentale per l’età napoleonica in Italia. Queste Memorie (pubblicate solo parzialmente in una trascrizione non corretta) vennero scritte tra il 1807 e il 1815 da un uomo di genio, protagonista assoluto dei fermenti intellettuali che infiammarono l’Italia tra la Rivoluzione e l’Impero. Pittore di grande talento, fine letterato, erudito e collezionista, ma anche formidabile organizzatore culturale (a lui spetta la rifondazione dell’Accademia di Brera e l’allestimento della magnifica Pinacoteca), Giuseppe Bossi (1777-1815) si ritrovava nel 1807 a una svolta decisiva della propria vita. Scrivere su se stesso era come fare il bilancio del passato e riflettere sulle nuove scelte. Ritirarsi dall’impegno pubblico, dando le dimissioni dai suoi incarichi e in particolare da quello prestigioso di segretario dell’Accademia, aveva significato per questo intellettuale indipendente e orgoglioso recuperare la propria libertà, che lui dichiarava «preferibile a qualunque altro bene», convinto «che in nessuna corte grande o piccola vi fosse libertà».
La caduta di Napoleone e la sua abdicazione nel 1814 lo confermavano in questo suo volontario distacco dall’impegno pubblico. Il giudizio che ne dava, in quella tragica circostanza, appare ancora molto attuale e sembra anticipare la tesi manzoniana nel 5 Maggio: «Quest’uomo grande ha fondato quasi all’improvviso un impero sopra basi violente: e niuna violenza è durevole. I francesi che nol voleano italiano, quando faceva cose grandi, il niegano francese, ora che è abbandonato dalla fortuna. Qualunque nazione può farsi onore d’averlo avuto; nessuna dee desiderare che rinasca un uomo simile.»
Diventato «più amante della vita, e de’ semplici piaceri della solitudine», e allo stesso tempo confermatosi nel «disprezzo delle ricchezze e degli onori», Bossi poteva ora dedicarsi da un lato a grandiosi progetti culturali e dall’altro ai piaceri personali tra cui spiccavano quelle che lui (sempre più convinto nella «risoluzione in me antica del celibato») definiva senza metafore le «gloriose imprese del cazzo» (uomo molto bello, tutelava la propria indipendenza grazie al «mio sistema di attaccarmi brevemente a donne libertine e libere»).
Nei suoi grandiosi progetti culturali rientravano molte ambizioni. Ad esempio, quella letteraria, con l’«impetuoso, iracondo, ardente ma tenero» Alfieri come modello. E poi c’era l’ambizione per l’arte, che costituì per lui (disegnatore meraviglioso, studioso dei grandi del passato e collezionista di fiuto) una vera, totalizzante e magnifica ossessione.
In cima ai suoi pensieri ci stava Leonardo da Vinci, di cui Bossi sembrava aver ereditato la stessa eccentricità e insoddisfazione (non riusciva a portare a termine i progetti, amava il non finito, aveva una mentalità enciclopedica). Il suo impegno maggiore fu la realizzazione di una copia del Cenacolo di Santa Maria delle Grazie che potesse riprodurre con la massima fedeltà possibile l’aspetto originario del capolavoro semiperduto.
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| Leonardo. L'Ultima Cena. S.Maria delle Grazie (Milano) |
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| Giuseppe Bossi. Disegno dell'Ultima Cena |
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| Giacomo Raffaelli. Copia dell'Ultima Cena (mosaico) Chiesa dei Minoriti, Vienna |
La tela bossiana, distrutta dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale, servì per la versione in mosaico commissionata da Eugenio di Beauharnais e poi portata dagli austriaci a Vienna nella Minoritenkirche, la chiesa della comunità italiana. Per Bossi fu una grande sfida poter far rivivere l’antica bellezza di quell’opera leggendaria, sconciata dai «ritocchi barbarici» dei vari restauratori e dai rifacimenti sventati come quello del Mazza, «un pittore dozzinale» che «lordò le poche reliquie» superstiti «di un empiastro più micidiale del primo, e ne coperse dieci figure da sinistra a destra di chi guarda. Dopo il Mazza – continua un Bossi indignato – non v’era più ventura da temere, pure l’umido della parete, l’inondazione che allagò i contorni delle Grazie nel 1801, i varii passaggi dei soldati, o Galli, o Alemanni, sempre infesti ad ogni bell’arte, ridussero ad uno stato vero di carogna questa infelice pittura ed adesso è tale che fa spavento e dispiacere. Le croste moderne cadono da ogni parte. Le poche antiche crosticine impiastrate dal doppio ritocco, dal nitro e dalla polvere, non si trovano che dall’occhio esperto, e diligente che le vada investigando fra il fango del Mazza col mezzo del ponte, che adesso si è fatto fare nel bel progetto di restaurarle, e tornar la vita in questo cadavere di tre secoli».
Come sappiamo, il faticoso impegno sul Cenacolo vinciano, ricopiato in disegno su grandi cartoni (egli confessò che fu un «noiosissimo lavoro») prima di trasferirlo a olio sulla tela, avrà un esito ben più durevole nell’esemplare monografia che Bossi dedicò all’Ultima Cena, suscitando l’entusiasmo di Goethe e degli studiosi di tutta Europa. Occuparsi di Leonardo fu anche un’impresa patriottica. Bossi riferisce che nel 1808 concepì il «progetto di fare una corsa a Parigi in buona stagione, copiarvi tutti i Mss. di Leonardo, e tornare a stamparli a Milano. Io farei andata, scritti, e ritorno in sei settimane. Vi vorrebbero buone raccomandazioni, e non mancherebbero. L’occasione de’ miei lavori sul Cenacolo giustificherebbe le mie ricerche, e allontanerebbe ogni sospetto, che io pensassi ad altro. Fingendo far delle note, copierei ogni cosa approfittando dell’esercizio da me fatto di prontamente leggere senza specchio la mano di Leonardo (cioè la celebre scrittura invertita da sinistra a destra). Il Vicerè avrebbe gusto di veder pubblicar colla data di Milano quei codici che furono rubati per seppellirli a Parigi».
Non sappiamo per quali ragioni questa audace impresa di spionaggio erudito non andò in porto. Ma i meriti di Bossi nei confronti del genio da Vinci rimangono immensi, tanto da poterlo considerare senza dubbio il più grande studioso, interprete e forse anche collezionista (pensiamo ai magnifici disegni da lui raccolti, finiti dopo la sua morte all’Accademia di Venezia), di Leonardo di tutti i tempi.
Le Memorie, interrotte dalla morte avvenuta nel 1815 (il manoscritto conservato alla Biblioteca nazionale Braidense di Milano finisce con quattro pagine bianche), si chiudono con l’impressionante descrizione di Milano smarrita e in preda ai rivoltosi dopo la caduta del Regno italico. La drammatica immagine del ministro delle Finanze Prina «ammazzato e trascinato ignudo nel fango in più luoghi... esempio terribile per coloro che si compiacciono di spogliare il popolo» domina una città «piena di malviventi venuti da ogni parte de’ dintorni, chiamati dalla speranza del bottino», mentre il «popolo minacciava il palazzo Marino». Ora Bossi, di fronte agli stessi eventi che colpirono profondamente anche il giovane Manzoni, sospendeva ogni giudizio, concludendo come «il tempo dimostrerà molte cose, e soprattutto il danno delle rivoluzioni dove non sono costumi buoni e forti».
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| Linciaggio di Giuseppe Prina (Incisione dell'epoca) |
[4] Sul tentativo di Giuseppe Bossi di ricostruire “criticamente” il Cenacolo di Leonardo si veda anche il giudizio espresso da Luigi Grassi in Teorici e storia della critica d’arte. Volume terzo: Il Settecento in Italia (pp. 204-206).
[5] Di Giuseppe Bossi si vedano anche gli Scritti sulle arti, pubblicati a cura di Roberto Paolo Ciardi.






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