English Version
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| Filarete. La mappa della Sforzinda |
Antonio Averlino detto il Filarete
Trattato di architettura
A cura di Anna Maria Finoli
Commento e note di Liliana Grassi
Il Polifilo, 1972
[1] Il Trattato del Filarete era stato stampato, non integralmente, nel 1896 da W. Oettingen in una forma “non del tutto scevra di difetti” (Schlosser, La letteratura artistica, p. 136). Nel 1965 apparve, a cura di J. R. Spencer, la traduzione inglese del trattato “corredata dalla riproduzione in facsimile del codice Magliabechiano” (p. XCII).
[1] Il Trattato del Filarete era stato stampato, non integralmente, nel 1896 da W. Oettingen in una forma “non del tutto scevra di difetti” (Schlosser, La letteratura artistica, p. 136). Nel 1965 apparve, a cura di J. R. Spencer, la traduzione inglese del trattato “corredata dalla riproduzione in facsimile del codice Magliabechiano” (p. XCII).
[2] Sempre dal Magliabechiano è tratta questa prima stampa integrale in volgare.
[3] Testo della bandella:
“Con questa prima [n.d.r e sinora unica] edizione integrale del Trattato di architettura del Filarete (noto finora solo attraverso traduzioni o frammenti) si completa nella stessa collana, in cui sono già stati pubblicati il De re aedificatoria dell’Alberti e i Trattati di Francesco di Giorgio, la serie dei tre capitali trattati di architettura del Quattrocento. Condotta da Anna Maria Finoli e da Liliana Grassi sui codici esistenti (le cui varianti sono riportate in apparato) l’edizione viene a colmare una lacuna particolarmente sentita.
La descrizione del progetto di una città nuova, da costruirsi ad opera degli Sforza, dà al Filarete la possibilità di proporre nuovi «modelli» edilizi e di affrontare problemi di carattere politico e sociale, offrendo una testimonianza viva e diretta della cultura del tempo, quale si afferma attraverso la personalità di un architetto di grande estro immaginativo, ma che desidera anche mostrarsi «costruttore». Molti sono i motivi d’interesse: dalla varietà delle tematiche alla forma narrativa e fantastica ai fitti riferimenti storici. È inoltre, per dichiarato proposito divulgativo dell’autore, il primo trattato di architettura scritto in lingua italiana.
Nell’ampia ed esauriente introduzione Liliana Grassi, nota fra l’altro per il restauro del filaretiano Ospedale Maggiore, ha posto in evidenza i temi più significativi del trattato e le sue tensioni interne, proponendo per la prima volta, sulla base della descrizione data nel testo, i disegni ricostruttivi del duomo della Sforzinda e di alcuni particolari dell’Ospedale Maggiore e prospettando, grazie ad essi, nuove ipotesi critiche.
La figura del Filarete, oscillante tra il cristianesimo medievale e il sogno umanistico dell’antichità paganeggiante, viene così illuminata da una nuova luce: nel suo eclettismo non vi è contrasto tra fede e coscienza dell’individualità terrena, tra i suggerimenti culturali del passato e quelli del Rinascimento, «sì da proporre – è detto nell’introduzione – una sorta di eclettismo per eresia, quasi a presagio di future “crisi” manieristiche». La sua cultura rivela un sostrato popolare che conferisce all’opera teorica slancio creativo e una rara immediatezza, talora venata di simpatia umana.
L’edizione è corredata da una nota al testo e da numerose note a piè di pagina, nonché da un esauriente apparato filologico. I fogli figurati del codice Magliabechiano sono tutti riprodotti, unitamente ad alcune fra le illustrazioni più significative degli altri codici.”
[4] Per informazioni sulla traduzione del trattato filaretiano in latino, avvenuta fra il 1488 ed il 1489 si veda Antonio Bonfini, La latinizzazione del trattato d’architettura di Filarete (1488-1489), a cura di Maria Beltramini. Sugli aspetti iconografici legati al trattato si veda, sempre di Maria Beltramini, Le illustrazioni del Trattato d’architettura di Filarete: storia, analisi e fortuna
[5] Si riporta recensione all’opera apparsa in data 20 luglio 1973 a firma Eugenio Garin sul quotidiano Paese Sera. Supplemento libri. L’originale dell’articolo è custodito all’interno di Raccolta di articoli e altri ritagli di giornale di Luciano Mazzaferro, conservata presso la Biblioteca Comunale Giulio Cesare Croce di San Giovanni in Persiceto.
PAESE SERA Supplemento libri
Un prezioso trattato del ‘400
La città ideale del Filarete
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| Filarete La torre della Sforzinda |
Questa lunga dissertazione sui modi di edificare redatta cinquecento anni fa ci illumina sulle tensioni e le speranze dell’epoca nella quale fu concepita aiutandoci a comprendere meglio il secolo XV
di Eugenio Garin
Degna di particolare rilievo è, senza dubbio, la pubblicazione del Trattato di architettura del Filarete con ampia premessa e note copiose di Liliana Grassi (nonché con la riproduzione, in calce, di tutti i fogli figurati del manoscritto Magliabechiano e di una scelta delle illustrazioni degli altri codici). Il testo del Filarete, egregiamente stabilito, oltre che dalla Grassi, da Anna Maria Finoli, si unisce a quelli usciti in precedenza, nella stessa collana, dell’Alberti e di Francesco di Giorgio Martini, concludendo, in qualche modo, una impresa eccezionale ed offrendo materiale di gran peso allo studioso, non solo di storia dell’architettura, ma in genere della vita del secolo XV. Basti pensare alle pagine così minute e folte di particolari – e così poco sfruttate – che il Filarete dedica alla scuola, e che potrebbero utilmente avviare un discorso decisivo, ma ancora ben lungi dall’essere adeguatamente impostato, sulla funzione che all’architetto viene assegnata – o che l’architetto reclama – nella città rinascimentale.
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| Filarete La Rocca della Sforzinda |
Converrà, per altro, dire innanzi tutto del testo che, per strano che possa sembrare, viene pubblicato per la prima volta solo ora nella sua integrità dai codici quattrocenteschi accessibili che, poi, si riducono a due, fiorentini, un Magliabechiano e un Palatino della Nazionale di Firenze (ma le curatrici tengono conto di ogni testimonianza del perduto Trivulziano e dell’inaccessibile Valenciano, nonché della tradizione di copie tarde e di una versione-rifacimento latina per Mattia Corvino, di Antonio Bonfini). Finora si disponeva solo di una scelta molto parziale (un terzo circa) edita a Vienna nel 1890 dall’Oettingen, e di una recente (1965) versione inglese commentata di J.R. Spencer, con la riproduzione in facsimile del Magliabechiano. Che un testo così singolare fosse tuttora inedito, che perfino in questa bella stampa – dovuta alla iniziativa intelligente e coraggiosa di un privato editore – non sia stato possibile per ovvie ragioni, riprodurre i disegni nei luoghi in cui sono inseriti nel Magliabechiano (ma si trovano tutti in 136 tavole in calce al secondo volume), è un fatto che vorrebbe una serie di considerazioni a parte. Anche se, qualche volta, bisognerà pur parlare, in mezzo a una spesso tumultuosa attività di ricerca, e a tante dispendiose e retoriche celebrazioni centenarie, della strana sorte da noi riservata ai documenti della cultura nazionale. Come lasciamo distruggere il paesaggio, massacrare le città, saccheggiare o mandare in malora il patrimonio artistico, così dimentichiamo troppo monumenti letterari e di pensiero. Scarsamente curiamo la storia delle nostre università e accademie, ignoriamo testimonianze non comuni di indagine scientifica e filosofica, e solo che si esca dalle strade battute non disponiamo neppure di edizioni adeguate di classici insigni. Inglese l’editore dell’Alberti italiano [n.d.r. si fa riferimento alle Opere volgari, pubblicate fra il 1960 e il 1973 da Cecil Grayson] (per una parte del latino dobbiamo ricorrere addirittura all’edizione quattrocentesca del Massaini); americani, non solo il compianto editore delle poetiche e retoriche del Cinquecento, ma il maggior studioso del Fabrici d’Acquapendente e del Malpighi, e lo storico degli Investiganti. Ben vengano, s’intende, d’Oltremare e d’Oltralpe, purché vengano, gli editori dei nostri maggiori scienziati del Seicento, o i dissodatori delle zone buie dei testi letterari e dottrinali latini dal Trecento in poi (si pensi all’immane lavoro del Kristeller), o i curatori dei giuristi, storici, eruditi, trattatisti in genere. Importante è che possiamo avere testi e strumenti. Solo che viene fatto di rimpiangere che quei mezzi che istituzioni straniere mettono a disposizione per preparare edizioni – e, a un tempo, studiosi (non dimentichiamolo!) – dei monumenti della nostra cultura, vengano da noi più spesso profusi dai pubblici poteri per effimeri raduni turistico-oratori. I milioni che è tanto difficile trovare per non appariscenti ma attivi istituti di ricerca, e per giovani studiosi che attendono all’ardua quanto poco vistosa fatica della pubblicazione di testi e documenti affluiscono copiosi solo che si discorra di centenari, con relativi congressi, ovviamente internazionali, e magari molteplici e in concorrenza fra loro. Eppure ragioni linguistiche e di accesso agli archivi vorrebbero un po’ più folta, e meglio organizzata e aiutata, la nostra attività di editori di fonti e di autori, di studiosi di istituzioni e di scuole: attività che sarebbe a un tempo, questa sì, formazione scientifica e partecipazione seria al dibattito e alla collaborazione internazionale: insomma, qualche celebrazione centenaria e qualche congresso in meno, e qualche edizione e qualche editore bene addestrato in più.
Comunque, finalmente, il Trattato del Filarete è stato ora pubblicato più di mezzo millennio dopo che fu scritto. Nella dotta ed esauriente introduzione Liliana Grassi fissa infatti l’inizio della stesura dopo il 1458, facendola culminare fra 1460-61 e il 1464. Il mutamento del destinatario, prima gli Sforza e poi i Medici, portò delle modifiche, e sulle varianti gli editori ragguagliano in modo persuasivo. «Con le espressioni dello stesso autore – osserva la Grassi – si può dire che questo “architettonico libro” consiste in una lunga dissertazione dialogata, caratterizzata da intenti didascalici e moralistici, sui “modi di edificare”, e su “varie ragioni di edifizi”, su “proporzioni e qualità e misure, donde derivano i loro valori fondativi». In realtà, e la Grassi lo sottolinea, vi si trova molto di più: e innanzi tutto l’intreccio continuo del tecnico col fantastico, il nesso dell’ingegnere col poeta, dell’urbanistica col politico. Non è affatto vero quello che ha scritto Bernard Gille, che «siamo sulla linea della pura tradizione pitagorica..., in cui tutto si ordina secondo una logica rigorosa». Quello che l’Alberti fece – certo con altra efficacia – in due opere diverse (il Momus da un lato e il De re aedificatoria dall’altro), l’Averlino a suo modo congiunge, inserendo il disegno del politico nel discorso dell’architetto, valendosi del mito per definire il sogno del futuro. Per questo nel dialogo in cui l’architetto delinea le tappe della costruzione di Sforzinda, la città commissionata dal signore munifico (Francesco Sforza), si innesta il messaggio del “libro dell’oro” non a caso ritrovato quando, nella posa della prima pietra della nuova città, viene sepolta, fra vasi di frumento, acqua, vino, miele, olio e latte, una cassa di marmo con un libro di bronzo che ricorda gli uomini degni dell’epoca. Il libro d’oro del re Zagalia, la città ideale, il tesoro, indicano il paradigma di cui le cose nel tempo sono l’immagine destinata alla corruzione. Al quale proposito è difficile non pensare alla città solare di Ermete dalle quattro porte, descritta nella compilazione magica Picatrix, giustamente menzionata dalla Grassi, e che sembra circolare nell’Italia settentrionale del secondo Quattrocento (ma sul tema “ermetico” è da vedere il recente Filarete nascosto di Silvana Sinisi). D’altra parte il tema del “libro d’oro” sembra collegarsi, a sua volta, nel Filarete, con quello delle città dell’Oriente favoloso che sempre dal Milione, di lì a poco, il Toscanelli riproporrà al canonico Martins, e così, poi, ai sogni di Colombo.
In questo annodarsi di temi l’opera del Filarete è quasi esemplare, con l’immagine dei secoli bui («per le ruine d’Italia... venne una grossezza»), con la rivolta contro la «praticaccia» barbara («maledetto sia chi la trovò!»), con il richiamo alle «lettere tulliane e vergiliane» e alla «pratica antica», ma anche con la nostalgia dell’età dell’oro e la sua proiezione nel futuro, come disegno della città perfetta. Il tutto in un impasto di ermetismo e astrologia, di illusioni vecchie e intuizioni nuove, dominate dall’idea di un circolo vitale, in una realtà fatta di corrispondenze occulte e palesi: vivente il macrocosmo come il microcosmo, e atto generativo il costruire, e vive creature l’edificio, la città, il mondo («antropomorfico fino all’assurdo» ha detto C.W. Westfall). Di qui la funzione suprema dell’architetto, che intuisce e attua la misura cosmica. Non a caso – e va sottolineato – due figure simboliche (di sapore albertiano) si ritrovano quasi identiche al centro di Sforzinda e sulla “covertà” del libro dell’oro: la Volontà e la Ragione che tutto vedono, e che dominano la fortuna e la passione (il cuore) secondo la regola del giusto (pp. 266-7, 411).
In battute cariche di ironia, non molto diversamente, l’Alberti aveva osservato che, per fare un mondo migliore, a Dio architetto servirebbe più un filosofo. Appunto perciò questi trattati d’architettura si presentano con caratteri enciclopedici, ricchissimi a un tempo di notizie su uomini e cose, e carichi di significato “politico”. Di qui la necessità, per comprendere il secolo XV, di affrontare la ambigua varietà che a livello teorico traduce le tensioni di un’epoca nel problema di progettare una città capace di inserire armonicamente nella trama viva del reale tutta la operosa comunità umana.



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