Francesco di Giorgio e Vitruvio.
Le traduzioni del «De architectura» nei codici Zichy, Spencer 129 e Magliabechiano II.I.141
Leo S. Olschki, 2003
Isbn 88-222-5242-X
[Su Francesco di Giorgio Martini si veda in questo blog anche: Francesco di Giorgio Martini, Francesco di Giorgio Martini. Il "Vitruvio Magliabechiano", Gonnelli editore, 1985; Francesco di Giorgio Martini. Trattati di architettura ingegneria e arte militare. Il Polifilo, 1967]
[1] Il volume esce pochi mesi dopo la pubblicazione di Francesco di Giorgio Martini, La traduzione del De architectura di Vitruvio, a cura di Marco Biffi; la distanza è così ravvicinata che Mussini tiene a precisare di non averne potuto tenere alcun conto nella presente opera. In realtà le due opere si possono considerare fra loro complementari: l’edizione critica (la seconda – lo si ricorda -, dopo quella di Gustina Scaglia) del codice Magliabechiano II.I.141 da un lato; la trascrizione comparata di tre versioni della fatica vitruviana condotta da Francesco di Giorgio così come compare nei codici Zichy (finora mai pubblicato), Spencer 129 e (di nuovo) Magliabechiano II.I.141. Rispetto a quanto sostenuto da Biffi, è diversa invece la scansione dei manoscritti martiniani. Quella proposta da Mussini è la seguente:
- Codice Zichy di Budapest;
- Trattato I;
- Codice Spencer 129;
- Traduzione magliabechiana del De architectura;
- Trattato II.
Da ricordare che secondo Biffi il Codice Spencer si colloca dopo la traduzione magliabechiana; sempre da ricordare che la successione comunque fondamentale (ovvero quella Trattato I, traduzione di Vitruvio e Trattato II) era già stata stabilita nel 1967 da Corrado Maltese in Francesco di Giorgio Martini, Trattati di architettura ingegneria e arte militare.
[2] Per la precisione, l’opera di Mussini contiene in sequenza (nel secondo volume) i testi della traduzione del De Architectura come risultante rispettivamente nel Codice Zichy, in quello Spencer e nella seconda parte del codice Magliabechiano II.I.141. Non sono trascritti i codici nella loro globalità, ma solo quelle parti che abbiano direttamente a che fare con la traduzione di Vitruvio. Sempre in sequenza, è da ultimo trascritto il Cod. Urb. Lat. 293 della Biblioteca Apostolica Vaticana, uno dei testimoni della fatica vitruviana, che l’autore ritiene di aver individuato come il manoscritto sopra il quale Francesco di Giorgio condusse i suoi tentativi di traduzione in volgare.
[3] Non è un caso che Mussini individui in un manoscritto urbinate l’esemplare su cui Martini si trovò ad operare. La tesi fondamentale del suo volume è che l’intera fatica di Francesco di Giorgio sia cronologicamente da iscriversi negli anni del suo soggiorno urbinate, fra la seconda metà del 1475 e il 1487. È solo con il trasferimento da Siena, città permeata di cultura tardogotica, nell’Urbino di Federico da Montefeltro, assai più evoluta e più attenta alle nuove idee umanistiche, che Francesco di Giorgio si trasforma da “artista artigiano” ad “artista umanista”. Le tesi di Mussini collidono, sotto questo punto di vista, con quelle di Gustina Scaglia, che invece aveva individuato nel mondo universitario senese l’elemento che aveva portato Martini ad interessarsi del testo vitruviano (secondo la Scaglia il Trattato I è composto a Siena). Ci pare, in tutta sincerità, che le argomentazioni di Mussini (sviluppate nel primo volume in forma di saggio critico e nel secondo con la presentazione dei testi sopra citati) siano complete e convincenti. Gli lasciamo la parola: “[n.d.r. Dopo l’arrivo ad Urbino,] privo della necessaria cultura umanistica per comprendere un testo latino difficile come Vitruvio, Francesco di Giorgio lo ha baldanzosamente affrontato con la sua approssimativa conoscenza del latino medievale e ha ricostruito il senso dei passi più ostici affidandosi soprattutto alla comprensione di alcune parole chiave, aggirando i problemi di traduzione attraverso la diretta assunzione della terminologia latina... Il lavoro, avviato probabilmente già nel 1476, gli ha consentito di tradurre stralci più o meno ampi dal libro primo al settimo del De architectura, e, dalla continua revisione del testo per tentare di penetrarne il senso, è scaturita l’idea di affiancare alla descrizione dell’architettura antica, ricavata dal trattato latino, una serie di note sull’architettura moderna” (p. IX). A queste note Mussini dà il nome di Prototrattato; il Prototrattato e la prima traduzione parziale di Vitruvio sono contenute nel codice Zichy. Dal 1476 si passa agli anni compresi fra il 1480 ed il 1482, durante i quali Martini stende il Trattato I (si vedano le note all’edizione a cura di Corrado Maltese). Il 1483 è un anno cruciale: arriva ad Urbino una copia manoscritta del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, commissionata tre anni prima da Federico di Montefeltro, nel frattempo deceduto. “L’opera albertiana ha contribuito a mettere in crisi il modello trattatistico martiniano, di cui ha reso manifesta l’arcaicità d’impostazione. Non appare erroneo, dunque, pensare che da quella data Francesco di Giorgio debba avere iniziato a rivedere il proprio lavoro, affrontando lo studio del latino e delle rovine antiche per migliorare le proprie possibilità di comprensione del difficile testo vitruviano. Un nuovo modello di trattato, maggiormente esemplato sull’albertiano, appare infatti già parzialmente delineato nell’Opera di Architettura [n.d.r. Codice Spencer], in cui Francesco di Giorgio ha utilizzato una traduzione da Vitruvio ormai in gran parte rivista e quasi coincidente con la magliabechiana” (pp. 229-230). Va detto che l’Opera di Architettura è il testo più difficilmente inquadrabile nell’evoluzione delle traduzioni martiniane, per il suo carattere sostanzialmente frammentario. Mussini la data all’anno 1486 (p. 230). Sicuramente di poco successiva, e – come già si diceva all’inizio – avvenuta secondo Mussini entro il 1487, è la traduzione magliabechiana del De architectura, estesa per la prima volta a tutti dieci i libri dell’opera (ma comunque incompleta: si vedano le note all’edizione critica di Biffi).
[4] Il Codice Zichy è conservato presso la Biblioteca comunale di Budapest con segnatura Ms. 09.2690. La famiglia Zichy, appartenente alla nobiltà ungherese, era proprietaria di un palazzo a Venezia; proprio a Venezia il conte Ieno Zichy acquistò nel XIX secolo il manoscritto sul mercato antiquario; il codice rimase dapprima a Venezia, poi fu portato a Budapest, dove all’inizio del XX secolo gli eredi Zichy lo fecero pervenire alla locale Biblioteca comunale. Il manoscritto “è un insieme di testi e disegni raccolti in tempi diversi dal veneziano Angelo Cortivo [n.d.r. o Angelo dal Cortivo], cartografo e agrimensore della Serenissima” (p. 115). Da evidenze interne risulta che i contenuti del manoscritto vi furono copiati prima del 1535. Come si vede, l’esistenza del codice era in realtà nota da tempo, ma l’attenzione degli studiosi si era concentrata soprattutto sulla prima parte dei fogli, che raccolgono una serie di liriche italiane del XV-XVI secolo; molto meno studiata era stata la seconda parte, dove si trova appunto “la trascrizione di ampi stralci di un trattato architettonico [n.d.r. che Mussini chiama Prototrattato] e di una traduzione di Vitruvio entrambi desunti da un originale di Francesco di Giorgio, o più probabilmente da una sua copia” (p. 116). Quella presentata da Mussini rappresenta la prima trascrizione di questi testi (in fondo al primo volume è rintracciabile la riproduzione fotografica dei fogli trascritti e dei relativi disegni).
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| Francesco di Giorgio - Codice Zichy |
[5] Il Codice Spencer 129 si trova invece presso la New York Public Library, Spencer Collection. Non sappiamo chi lo estese, se non che la grafia appare essere cinquecentesca. La presenza all’interno del codice dell’Opera di Architectura era nota a Gustina Scaglia che ne fornì la prima trascrizione nel 1976 (Gustina Scaglia, The Opera de Architectura of Francesco di Giorgio Martini for Alfonso Duke of Calabria in Napoli nobilissima, XV, V-VI (1976).


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