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mercoledì 29 gennaio 2014

Luigi Lanzi. Viaggio del 1783 per la Toscana Superiore, per l’Umbria, per la Marca, per la Romagna

Luigi Lanzi

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Luigi Lanzi
Viaggio del 1783 per la Toscana Superiore, per l’Umbria, per la Marca, per la Romagna, pittori veduti, antichità trovatevi

A cura di Costanza Costanzi

Marsilio editore, 2003
Isbn 88-317-8206-1






[1] Questo volume contiene la trascrizione ed il commento del ms. 36.V, custodito nella Biblioteca degli Uffizi di Firenze. Si tratta di uno dei dieci taccuini che Luigi Lanzi compilò subito dopo o, addirittura, nel corso dei viaggi compiuti in varie regioni del Centro e del Settentrione d’Italia per raccogliere il materiale preparatorio richiesto dalla stesura della prima edizione della Storia pittorica, e, quindi, dalla preparazione del testo notevolmente ampliato edito a Bassano nel 1795 e nell’anno successivo. Le indicazioni contenute nel ms. 36.V vennero utilizzate già per la redazione della prima edizione apparsa a Firenze nel 1792.

[2] I criteri seguiti per la trascrizione del manoscritto sono precisati nelle pp. 2 e 3. Il testo è accompagnato da un riguardevole apparato di note: sono 1458 ed occupano, suddivise in tre colonne, le pp. 119-230. Nelle note le “voci riferite agli artisti sono seguite”, salvo casi particolari precisati all’inizio di p. 119, “dalla trascrizione del testo a stampa della Storia pittorica”. A tal fine viene utilizzata l’edizione sansoniana a cura di M. Capucci (Firenze 1968-1974).

[3] Imponente, anche se riprodotta in modo non sempre pienamente soddisfacente, la documentazione fotografica.

[4] Si riporta qui di seguito la recensione all’opera, apparsa a firma Marco Carminati sul Domenicale del Sole 24 ORE in data 10.8.2003. L’originale della recensione è conservato all’interno del volume.

DOMENICA - Scaffalart
Pubblicato l’inedito «taccuino» del viaggio compiuto da Luigi Lanzi nello Stato pontificio nel 1783
Caccia al quadro con l’abate
di Marco Carminati

Nel 1773, con la soppressione dei Gesuiti, l’abate marchigiano Luigi Lanzi, insegnante di greco e latino, si trovò momentaneamente disoccupato. Inizialmente, per ammazzare il tempo, il religioso accettò di tradurre le Opere e i giorni di Esiodo, ma fu ben felice quando nel 1775 gli giunse dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo un incarico di gran lunga più gratificante. Il monarca lo fece assumere “aiuto antiquario” della Real Galleria di Firenze (gli odierni Uffizi), alle dirette dipendenze di Giuseppe Bencivenni Pelli, neodirettore generale delle raccolte e custode del gabinetto delle gemme. Sembrerebbe questo un episodio da nulla, ma non è così: se la storia dell’arte esiste come la concepiamo oggi – cioè fondata sull’identità e la riconoscibilità delle scuole, sull’evoluzione dello stile e su reciproci intrecci e influenze tra gli artisti – tutto ciò lo dobbiamo alla suddetta “insignificante” assunzione.

Lanzi era allora abbastanza digiuno di arte, ma questo non rappresentò un ostacolo. Veniva dall’ambiente vivace e cosmopolita della Roma settecentesca, era lettore vorace ed aggiornatissimo ed aveva già metabolizzato i testi di Winckelmann e Mengs. Ricevuto l’incarico di vice-curatore, l’abate si appassionò alla nuova materia con l’entusiasmo del neofita e si gettò a capofitto nelle mansioni affidategli. Dimostrò ben presto di possedere le giuste “dotazioni”: un infallibile occhio da conoscitore, una memoria visiva prodigiosa e la voglia di cambiare le cose.

Un celebre quadro di Johann Zoffany, che ritrae l’interno della Tribuna degli Uffizi più o meno al momento dell’assunzione di Lanzi, documenta molto bene il sontuoso disordine in cui versavano le gallerie granducali. I quadri erano stipati alle pareti dal pavimento al soffitto, considerati alla stregua di preziosa tappezzeria; similmente le statue venivano annoverate come oggetti d’arredo e piazzate un po’ a caso nello spazio ottagonale della sala.

Lanzi ricevette la duplice incombenza di studiare una nuova sistemazione di questo spettacolare bailamme, e di effettuare, se necessari, nuovi acquisti di opere d’arte, per colmare le eventuali lacune. Inizialmente si occupò di antiquaria, cercando di capire come fosse possibile riordinare e rendere fruibili le collezioni di antichità, alla luce anche delle novità emerse dalle scoperte di Ercolano e Pompei. Le riflessioni sul riarredo dei marmi finirono col coinvolgere anche i dipinti. Nel 1780 scrisse al Granduca per suggerirgli di smantellare i pomposi allestimenti barocchi e di puntare invece su una divisione più razionale dei materiali, «per via di scuole» - specificò – in modo da notare «gradatamente i progressi che l’arte venne facendo».

Ma quali erano le “scuole” di cui parla Lanzi, se nessuno allora aveva mai concepito la pittura divisa per scuole? Giorgio Vasari aveva insegnato che bisognava raccontare le “vite” dei pittori attraverso grandi medaglioni biografici. In alternativa, c’erano le descrizioni delle città, le guide di viaggio, gli «avvisi» dei ciceroni, basati sulla ricognizione e l’elencazione delle opere d’arte sul territorio, chiesa per chiesa, palazzo per palazzo. Nessun erudito disponeva allora di strumenti critici per dividere i pittori italiani per “scuole”, tanto meno per correnti di stile. Ebbene, questo lavoro lo intraprese proprio Lanzi, offrendo alla disciplina storico-artistica un nuovo metodo di approccio. Metodo che funziona ancora oggi.

Non si trattava, intendiamoci, di un lavoro facile. Non tanto per le difficoltà sollevate dal noioso Bencivenni Pelli che, discordando sul progetto, piazzò al suo vice grossi bastoni tra le ruote, quanto perché nelle collezioni fiorentine di allora non c’era sufficiente materiale pittorico per studiare e documentare tutte le principali scuole italiane.

Sovvenne chiaro che, per compiere il suo disegno di riordino delle gallerie, o meglio dell’intera storia dell’arte italiana, Luigi Lanzi aveva bisogno di viaggiare. Il Granduca comprese bene questa necessità di muoversi, ma non il direttore Bencivenni Pelli che, ostinato e restio, fece di tutto per stoppare le “trasferte” del suo sottoposto. 

Al fine di schivare questi incomodi, Lanzi ricorse a una piccola astuzia: si finse malato e bisognoso di cure termali. Il 5 luglio 1783 chiese il permesso di recarsi ai Bagni di Nocera. Tossicchiando, salutò tutti e partì. Si fece vivo cinque mesi dopo. Dov’era stato tutto questo tempo? A «passare le acque» a Nocera?

Ma neanche per sogno: l’abate aveva fatto il giro dell’intero Stato pontificio. Aveva toccato cinquanta località delle Marche, Umbria, Toscana Superiore e Romagna, visitando chiese, oratori, confraternite, siti archeologici, palazzi pubblici e privati, e visionando in essi un numero impressionante di dipinti, disegni, monete, epigrafi e antichità.

In viaggio, s’era portato un taccuino che aveva compilato in modo del tutto personale. Tralasciando la forma narrativa tipica dei diari itineranti e trascurando le divagazioni letterarie, sociologiche, climatiche, urbanistiche e paesaggistiche, l’abate viaggiante aveva puntato al sodo: sui fogli aveva descritto le antichità esaminate in ordine alfabetico per località, e così i dipinti li aveva elencati sotto il nome dei pittori, dalla A alla Zeta. 

Pur nella loro severissima sobrietà, questi appunti rifulgono per ricchezza e varietà di dati, e per l’acribía filologica con cui sono stati compilati. Letti d’un fiato appaiono in effetti un pochetto indigesti, ma questo non ne diminuisce l’importanza, perché è soprattutto su di essi che il Lanzi baserà la stesura della Storia Pittorica della Italia, il monumentale trattato pubblicato alla fine del Settecento che lo consacrerà «fondatore» della moderna storiografia artistica.

Rimasto inedito per secoli, il taccuino del viaggio italiano del 1783 è stato da poco dato alle stampe su iniziativa della Regione Marche, a cura di Costanza Costanzi, Laura Bartolucci e Piera Bocci. Poterlo oggi agilmente consultare significa innanzi tutto “visitare” Rimini, Urbino, Ancona, Fossombrone, Cagli, Osimo, Loreto, Recanati, Camerino, Città di Castello, Arezzo, Gubbio e Perugia un “attimo” prima delle bufere napoleoniche. I capolavori di Piero della Francesca, di Lorenzo Lotto, di Carlo Crivelli sono ancora al loro posto sugli altari, racchiusi nelle loro stupefacenti cornici dorate. Accanto, ci sono le tele più “moderne” – che Lanzi dimostra d’apprezzare maggiormente – firmate da Guercino, Carlo Cignani, Simone Cantarini e i Gentileschi. L’occhio dell’abate è fulmineo: identifica uno per uno gli autori delle opere e li raggruppa per voci. Compie pochissimi errori.

Lanzi non può immaginarlo, ma sta “fotografando” un’Italia intatta e irripetibile, coi dipinti collocati nei luoghi della loro antica e originaria destinazione. Oggi molti di quei capolavori sono dispersi nei musei e nelle collezioni di mezzo mondo e non solo per colpa di Napoleone. Con l’Unità italiana, la massiccia demanializzazione di conventi e monasteri dissanguò ulteriormente l’Italia centrale e in particolare le Marche. Purtroppo i “confiscatori” sabaudi non furono gli ultimi: dopo di loro arrivarono sciami di famelici antiquari romani e fiorentini, abili come cavallette nel disossare il territorio. Lanzi questo non poteva immaginarlo.

[5] Per indicazioni sugli altri taccuini del Lanzi finora pubblicati, si veda la scheda compilata per il Viaggio per il Veneto, edito da SPES.





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