La traduzione del De Architectura di Vitruvio
A cura di Marco Biffi
Scuola Normale Superiore di Pisa, 2002
Isbn 88-7642-116-5
[1] Prima di parlare più approfonditamente della traduzione magliabechiana del De architectura di Vitruvio vale la pena richiamare brevemente la “sistemazione” dei manoscritti martiniani presentata nel 1967 da Corrado Maltese nell’edizione critica dei Trattati pubblicata da Il Polifilo (si rimanda per approfondimenti alle note della scheda). Maltese propone una ricostruzione cronologica di questo tipo:
- Trattato I (codici Torinese Saluzziano 148 e Laurenziano Ashburnhamiano 361). Data di composizione presunta: 1478-1481;
- Traduzione del De architectura vitruviano (seconda parte del codice Magliabechiano II.I.141). Data di composizione presunta: 1481-1489;
- Trattato II (codice Senese S.IV.4 e prima parte del codice Magliabechiano II.I.141). Data di composizione presunta: 1487-1489.
L’impianto proposto da Maltese, a quasi cinquant’anni di distanza, ha bisogno di essere corretto, ma nella sostanza regge. Le correzioni sono dettate dalla scoperta (successiva al 1967) di due importanti codici martiniani: il codice Spencer 129 (Public Library di New York) e il codice Zichy di Budapest.
Il codice Spencer 129 è una copia di metà Cinquecento contenente l’Opera di architectura, che già nella seconda carta del manoscritto esplicita la paternità martiniana dello stesso. Al di là del contenuto dell’Opera (si veda p. XXXI), quel che più importa in questa sede è che praticamente l’intera critica colloca temporalmente tale scritto fra il 1484 ed il 1489 (cfr. p. XLVI). Tale collocazione, se non si vuole pensare che Francesco di Giorgio, oltre alle sue realizzazioni artistiche, attendesse contemporaneamente alla stesura di tre scritti di grande impegno, ovvero traduzione del De architectura, Opera di architectura e Trattato II, rende necessario spostare in avanti cronologicamente la realizzazione del Trattato II, che sarebbe avvenuta negli ultimi anni di vita dell’artista senese (Martini morì nel 1501).
La reale importanza del codice ungherese Zichy (dal nome dei suoi ultimi possessori, i conti Zichy, prima dell’ingresso (1904) nella biblioteca Szabó Ervin Könyvtár di Budapest, dove è conservato con collocazione ms. 09.2690) è aspetto colto soltanto di recente. Il codice si rivela particolarmente ostico a chi ne tenti l’esegesi (si vedano in merito le pagine da XLVII a LII), ma già dalla fine degli anni ’80 è apparso chiaro come esso contenesse “due blocchi fondamentali: uno costituito da un volgarizzamento diretto da Vitruvio con aggiunte sull’architettura moderna, e l’altro consistente in una rassegna di macchine ingegneresche”. La critica colloca la stesura del testo ad anni precedenti al Trattato I, in particolare al periodo compreso fra 1477 e il 1482.
Per concludere, e sperando di non essere stati troppo noiosi, la cronologia dei principali scritti martiniani (e quella proposta da Marco Biffi in quest’opera) è la seguente:
- Codice Zichy di Budapest;
- Trattato I;
- Traduzione magliabechiana di Vitruvio;
- Opera di architectura;
- Trattato II.
[2] La presente edizione della traduzione di Vitruvio è la seconda in assoluto ad essere pubblicata: è stata infatti preceduta da Il Vitruvio Magliabechiano a cura di Gustina Scaglia (1985). Nelle pagine da CVIII in poi Marco Biffi spiega perché una nuova traduzione fosse necessaria. A suo avviso, infatti, il lavoro proposto dalla Scaglia presenta limiti discutibili. La principale critica mossa alla studiosa americana è quella di aver proposto un’edizione troppo “vitruviocentrica”: “il testo è stato infatti strutturato smembrandolo all’interno di unità corrispondenti alla suddivisione in capitoli e paragrafi delle moderne edizioni del De architectura, mentre è stato punteggiato e sintatticamente distribuito in stretto riferimento all’edizione del trattato vitruviano curata da Fra’ Giocondo nel 1511.... In questo modo risulta violata la trama espositiva approntata da Francesco di Giorgio, che... ha in certi casi deliberatamente saltato alcune parti del trattato, tagliandole o sintetizzandole, per poi riorganizzarle in strutture morfosintattiche lontane da quelle del testo latino di partenza” (pp. CVIII-CIX). E in proposito sarà bene ricordare che la traduzione del De architectura non è completa: in particolare del Libro I dell’opera è offerta la sola volgarizzazione di brevi stralci; le cose vanno un po’ meglio per il Libro secondo; la traduzione è poi pressoché integrale per quanto riguarda i Libri che vanno dal III al VII; a seguire il testo proposto da Francesco di Giorgio si mostra più libero nei confronti dell’originale latino, ma nella sostanza non omette nessuno degli argomenti affrontati da Vitruvio. La spiegazione di Biffi è la seguente: “probabilmente pensato come contenitore dei principali passi vitruviani tradotti faticosamente nei vari tentativi precedenti [n.d.r. codice Zichy e Trattato I], il lavoro diviene progressivamente più attento e rispettoso dell’originale, trasformandosi in una traduzione integrale, sebbene con modalità diversificate a seconda dei libri vitruviani affrontati” (p. CV). Tornando al lavoro della Scaglia, Biffi non tralascia di segnalare (a dire il vero un po’ ingenerosamente) gli errori di interpretazione del testo, le imprecisioni, a volte le dimenticanze o le aggiunte di parole.
[3] Un discorso a parte meritano gli aspetti linguistico-lessicali affrontati da Biffi: non vi è dubbio che si tratti di uno dei punti di maggiore forza della presente edizione. Il curatore parte da un punto fermo: il Vitruvio magliabechiano non è “solo” un’opera di architettura, ma è anche un’opera letteraria. Lo studio della linguistica è fondamentale: ci troviamo di fronte al primo tentativo di rendere in volgare un’opera di per sé ricca di tecnicismi e a volte assai oscura come il De architectura. Questo tentativo, peraltro, ci è testimoniato in una serie di fasi che occupano cronologicamente almeno un decennio: si va dal codice Zichy (di cui Massimo Mussini ha presentato la trascrizione inedita subito dopo l’uscita di questo volume in Francesco di Giorgio e Vitruvio. Le traduzioni del «De Architectura» nei codici Zichy, Spencer 129 e Magliabechiano II.I.141 §01659§, Firenze, Leo S. Olschki, 2003) al Trattato I e alla traduzione magliabechiana (poi ripresa nel Trattato II). A queste fasi corrisponde un’evidente processo di maturazione nella qualità della traduzione. Abbiamo la fortuna di assistere alla formazione di un lessico tecnico architettonico, ancora assente in Italia prima di Francesco di Giorgio. Sotto questo punto di vista assume particolare importanza l’Indice lemmatizzato dei termini della traduzione (pp. 519-639) che propone materiale fondamentale per una possibile comparazione con le altre versioni della traduzione e comunque per l’analisi della terminologia lessicale martiniana.
[4] Come conseguenza degli studi condotti sull’opera, Biffi ritiene di poter giungere a tre importanti conclusioni (pp. LXI-LXVI):
- il Vitruvio magliabechiano non è frutto di dettatura, come sostenuto dal Maltese nella sua edizione dei Trattati del 1967 (si vedano note relative) e come in qualche modo non escluso da Vagnetti nel n. 8 (sett. 1978) degli Studi e documenti di Architettura #01231.1# (p. 27). Non è dunque opera di un amico umanista di Martini, ma frutto del suo ingegno. Lo provano i fortissimi legami con il codice Zichy ed il Trattato I;
- “la traduzione magliabechiana appare come una versione eseguita da Francesco di Giorgio ad uso personale, per poter disporre facilmente del testo dell’architetto latino ed utilizzarlo, senza la fatica della lingua, nelle sue opere originali... L’attenzione di Francesco di Giorgio è concentrata su quello che pertiene strettamente l’argomento architettonico ed ingegneresco: quasi sempre sono saltate le divagazioni filosofiche... Di alcuni capitoli... soprattutto si mantiene soltanto la prima parte, quasi per riassumere brevemente l’argomento trattato nelle parti non tradotte interamente ed avere così un panorama completo della materia del De architectura” (p. LXIV);
- non è possibile oggi individuare quale sia il manoscritto latino su cui Francesco di Giorgio ha condotto la traduzione magliabechiana. Anzi, è probabilmente sbagliato impostare il discorso in questa maniera. Posto che l’artista senese comincia i suoi esercizi di traduzione nel codice Zichy, l’approccio critico corretto è chiedersi quale fosse il manoscritto usato in tale occasione, per poi domandarsi se, nelle fasi successive, Martini abbia avuto modo di consultare altri codici e quali in particolare.

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