Felsina pittrice
Lives of the Bolognese Painters
Lives of the Bolognese Painters
Volume one: Early Bolognese Painting
A cura di Elizabeth Cropper e Lorenzo Pericolo
Parte Prima
Parte Prima
Harvey Miller Publishing, 2012
[1] Primo volume dell'edizione critica della Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia (prevista in sedici volumi). A oggi (oltre al presente) sono stati pubblicati i seguenti titoli:
Volume 2 Part One: Lives of Francesco Francia and Lorenzo Costa (2021);
Volume 2 Part Two: Life of Marcantonio Raimondi and Critical Catalogue of Prints by or after Bolognese Masters [due tomi] (2017);
Volume 9: Life of Guido Reni [due tomi] (2019);
Volume 13: Lives of Domenichino and Francesco Gessi (2013).
Volume 2 Part Two: Life of Marcantonio Raimondi and Critical Catalogue of Prints by or after Bolognese Masters [due tomi] (2017);
Volume 9: Life of Guido Reni [due tomi] (2019);
Volume 13: Lives of Domenichino and Francesco Gessi (2013).
[2] Il volume primo presenta (oltre al testo critico
relativo ai primitivi bolognesi) i seguenti saggi:
- Elizabeth Cropper, A Plea for Malvasia's Felsina pittrice;
- Carlo Alberto Girotto, Some Bibliographical Questions Regarding Malvasia's Felsina Pittrice (Bologna, Erede di Domenico Barbieri, 1678);
- Lorenzo Pericolo, Introduction to the Critical Edition of Malvasia's Felsina pittrice and Scritti originali
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| Cimabue, Madonna in trono con Angeli, Fine XIII secolo, Bologna, Santa Maria dei Servi Fonte: Wikimedia Commons |
[3] Carlo Cesare Malvasia pubblicò la sua Felsina pittrice nel 1678 (in realtà,
alla fine del 1677). La Felsina è
un’opera di cui si parla molto conoscendola pochissimo. Come capita spesso in
questi casi se ne parla quindi per luoghi comuni. Tutti dicono che l’opera di
Malvasia rappresenta il tentativo più serio e strutturato di contestare
l’impostazione toscano-centrica delle Vite del Vasari, sostituendo ad essa una visione basata sull’esaltazione
della scuola bolognese di pittura, a partire dai primitivi per giungere, in un
analogo processo evolutivo, sino ai Carracci ed oltre. Questo tentativo, nella
sostanza, fallì. Fu peraltro duramente contestato sin dal momento dell’uscita
dell’opera, tant’è che Filippo Baldinucci lo stigmatizzò nel volume primo delle
sue Notizie dei Professori del Disegno, uscite di lì a poco e ancor più toscano-centriche di Vasari. Nella sua
Apologia, Baldinucci non mancò di
rinfacciare a Malvasia alcuni giudizi dati molto avventatamente. Ben presto suscitò
scandalo la celeberrima definizione che, in un passo dell’opera, Malvasia
fornisce in merito a Raffaello (“il boccalaio di Urbino”), salvo poi
affrettarsi a sostituire la dicitura con una di elogio in tutte le copie
dell’opera non ancora vendute. Su questo episodio si è discusso per secoli,
così come su altri. Uno per tutti: la presunta creazione da parte di
Malvasia di una lettera falsa di Raffaello a Francesco Francia, con cui veniva
confutata la (falsa) notizia fornita da Vasari secondo la quale il Francia
sarebbe letteralmente morto d’invidia dopo aver visto arrivare a Bologna la Santa Cecilia del Sanzio. Tutti elementi
che, insomma, hanno contribuito a creare un’immagine di Malvasia come
campanilista e falsificatore, salvo poi ammettere che le notizie fornite in
merito alle generazioni a lui più vicine (soprattutto i Carracci e Guido Reni)
erano corrette ed affidabili; ed apprezzare, secondo un approccio rigorosamente
positivista, le informazioni fornite in merito ai primitivi bolognesi. Tutto
qui. Solo Luigi Lanzi, nella sua Storia
pittorica, a cavallo fra fine 1700 e inizio 1800, e Roberto Longhi,
dal 1930 in poi, hanno intuito che poteva esserci di più. Per fortuna.
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| Vitale da Bologna, San Giorgio e il drago, 1330 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: Wikimedia Commons |
[4] Dopo Longhi, nel secondo Novecento, è emersa una
generazione di studiosi italiani (Andrea Emiliani, Lea Marzocchi, Adriana
Arfelli) che hanno permesso di acquisire dati assai importanti, come ad esempio
lo studio (parziale) degli Scritti
originali di Malvasia (le carte manoscritte che servirono all’autore per
scrivere l’opera). Si è poi aggiunta una figura imprescindibile come Giovanna Perini Folesani, che ha dedicato e dedica buona parte della sua vita allo
studio di Malvasia. Nel frattempo, Malvasia cominciava ad essere tradotto in
inglese. Nel 1980 Catherine e Robert Engass fornivano la traduzione della vita
di Guido Reni; nel 2000 usciva una monografia molto importante, in cui
Anne Summerscale trascriveva e annotava in inglese le vite dei Carracci. Fino
ad arrivare ad oggi, a questo ambiziosissimo progetto coordinato da Elizabeth
Cropper e Lorenzo Pericolo, che vorrebbe fornire la prima edizione critica in
assoluto (in sedici volumi) della Felsina.
Il merito è di un’istituzione e di un editore stranieri; il patrocinio è
infatti del Center for Advanced Study in the Visual Arts della National Gallery
di Waghinton, e l’editore è belga.
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| Vitale da Bologna, Madonna dei denti, 1345, Bologna, Museo Davia-Bargellini Fonte: Wikimedia Commons |
[5] Si diceva prima che la Felsina pittrice uscì nel 1678. Era divisa in due volumi e
strutturata in quattro parti, secondo criteri cronologici: la prima è dedicata
ai cosiddetti primitivi, la seconda va da Francesco Francia a Cesare Baglione;
la terza è riservata ai Carracci, e l’ultima presenta, fra gli altri, Guido
Reni, il Guercino, Domenichino ed Albani. L’opera (che peraltro ebbe larga
circolazione) non fu mai ristampata fino a metà Ottocento. Fra il 1841 e il
1844, su iniziativa di un gruppo di eruditi bolognese, venne ripubblicata
secondo modalità abbastanza comuni all’epoca per opere di grande spessore: fu
venduta a fascicoli (nella sostanza, in abbonamento per i sottoscrittori).
L’intera pubblicazione cominciò nel 1841 e terminò nel 1844. La nuova edizione
(stampata presso la tipografia Guidi) non era una versione aggiornata della Felsina, ma differiva comunque
profondamente dalla princeps. Vi
furono aggiunte, a pie’ di pagine, le note che Giampietro Zanotti aveva stilato
nei primi decenni del 1700 progettando a sua volta una nuova edizione
dell’opera, questa volta aggiornata e probabilmente totalmente riscritta.
Assieme alle note di Zanotti ne furono apposte altre, di cui non sempre è
facile riconoscere la mano. Si aggiunga che i curatori della seconda edizione
avvertirono l’esigenza in alcune situazioni (senza dir nulla) di correggere il
lessico di Malvasia (su questi aspetti Perini Folesani ha condotto ricerche molto
approfondite) per normalizzarlo e cancellare o emendare espressioni dialettali
bolognesi. Insomma, l’edizione del 1841-1844 non è certo un’edizione critica, e
non si può definire del tutto soddisfacente per studiare l’opera (Girotto, pp.
59-60). Nel 1967 l’editore Forni ha pensato di ripubblicare anastaticamente
l’edizione del 1841-1844. Questa ristampa anastatica è, di fatto, tutto ciò che
in Italia è stato consultato della Felsina
fino ad oggi. Per di più (cfr. p. 82 n. 64) la copia rilegata che è
stata riprodotta anastaticamente da Forni presenta degli errori nella
rilegatura dei fascicoli originariamente venduti separatamente, motivo per cui
l’indice analitico finale è a volte inaffidabile. L’edizione critica di Cropper
e Pericolo si pone dunque vari obiettivi:
- fornire una trascrizione italiana finalmente fedele (anche lessicalmente) alla princeps del 1678;
- rendere disponibile la prima traduzione integrale in inglese dell’opera;
- arricchire il testo di Malvasia con una ricchissima serie di note storico-artistiche;
- pubblicare (solo in italiano) il testo degli Scritti originali;
- dar conto di tutte le varianti al testo contenute non solo nell’edizione del 1841-1844, ma anche nelle copie dell’edizione 1678, che fu più volte fatta modificare dall’autore.
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| Lippo di Dalmasio, Madonna dell'Umiltà, 1390 circa, Londra, National Gallery Fonte: http://www.nationalgallery.org.uk/paintings/lippo-di-dalmasio-the-madonna-of-humility |
[6] Dell’edizione del 1678 della Felsina pittrice sono state censite fino ad oggi circa 200 copie (un numero quindi elevato). Una delle caratteristiche principali dell’opera è che, fra una copia e l’altra della medesima edizione, esiste un numero molto elevato di varianti. Ad una abbiamo accennato precedentemente (in origine Raffaello veniva bollato col nome di “boccalaio urbinate”, ma quasi subito Malvasia fece sostituire con “grande Raffaello”). Ma le varianti sono davvero tante: se ne occupa con dovizia di particolari e cercando di redigere una cronologia Carlo Alberto Girotto nel suo saggio bibliografico. È comunque certo che Malvasia non fece operare tutte le modifiche in un’unica occasione, e ciò testimonia della grande attenzione che l’autore dedicò all’opera anche dopo la sua pubblicazione. Proprio per via delle molte varianti, ad ogni modo, è importante tener conto che l’edizione critica è condotta su una copia già appartenuta a Rudolf Wittkower ed attualmente conservata presso la National Gallery of Art Library di Washington (ND621.B7 M22); tale copia si può considerare di “seconda generazione”, posto che recepisce tutte le principali varianti introdotte da Malvasia in corso d’opera. Naturalmente, di tutte le variazioni intervenute nel testo è fornita indicazione nelle note.
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| Francesco del Cossa, Madonna in trono con il Bambino, i Santi Petronio e Giovanni Evangelista e Alberto Cattani (Pala dei Mercanti), 1474, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: Wikimedia Commons |
[7] Ma per redigere la loro edizione i curatori si sono
avvalsi di molti altri materiali. In primo luogo degli Scritti originali, come sopra accennato. Così li descrive Lorenzo
Pericolo (pp. 160-161): “Composti rispettivamente da 372 e 322 folii..., i Ms. B16 e B17, ovvero i cosiddetti Scritti originali, contengono parte dei numerosi materiali compilati da Malvasia nel preparare la Felsina pittrice… Gli Scritti originali sono appunti di lavoro, organizzati in ordine alfabetico seguendo il nome degli artisti e, meno di frequente, argomenti generali. Di regola, Malvasia scrisse in alto a sinistra di ogni folio il soggetto a cui le note fanno riferimento (ad esempio, “Carracci”) e costruì schede su cui poter fare affidamento nella redazione delle biografie... Nessuna sorpresa, dunque, se le note di Malvasia sono stilate in maniera tale da rendere impossibile stabilire una cronologia o identificarne le redazioni. E' certo che alcune di queste note fanno riferimento ai primi anni '60 del Seicento [n.d.r. un dato molto importante per capire
a che anni risalga l’idea di scrivere l’opera]. Man mano che l'opera progrediva nel corso degli anni, Malvasia tornò ripetutamente sui suoi documenti per aggiungere nuove informazioni, rispondere a interrogativi aperti o correggere conclusioni precedenti”. Gli
appunti di lavoro di Malvasia sono importantissimi. Salvati dal conte Filippo
Hercolani, sono oggi conservati presso la biblioteca dell’Archiginnasio.
Riscoperti nel 1961 da Adriana Arfelli, che pubblicò alcune schede in relazione
a pittori poi non inseriti nella Felsina
perché ancora viventi al momento dell’uscita della princeps, sono stati successivamente parzialmente
pubblicati da Lea Marzocchi. Secondo il nostro parere personale la loro
trascrizione e il loro commento nell’ambito di questa edizione critica
rappresentano di gran lunga la novità più importante che il lettore avrà a
disposizione. Ovviamente, infatti, gli scritti presentano molto più materiale
di quanto alla fine pubblicato; poi permettono di individuare le fonti scritte
del Malvasia (in rarissime occasioni l’autore le cita nell’opera a stampa, per
precisa scelta personale); e infine ci dicono moltissimo su Malvasia e sul suo
metodo di lavoro, sulla sua abitudine a ispezionare personalmente le opere, e
sulle sue capacità attributive, che non sono disprezzabili, anche se spesso non
risultano nella Felsina. Malvasia –
come è normale che sia – quando scrive appunti è più libero, salvo poi tornare
ad essere più misurato nel testo a stampa. Un esempio per tutti, che viene
giustamente sottolineato da Elizabeth Cropper (p. 34): nei suoi Scritti originali Malvasia dice di
essere andato ad ispezionare la Madonna
del Monte, ai cui piedi un’iscrizione testimoniava che era stata dipinta da
Vitale da Bologna. Confrontandola con la Madonna
dei Denti (anch’essa di Vitale), l’autore sostiene che le due opere erano
di mano diversa. Un’affermazione importante: solo nel 1929-30 fu dimostrato che
l’iscrizione della Madonna del Monte
era falsa, e che Malvasia ci aveva visto giusto. Ora, non si vuole qui esaltare
le capacità di conoscitore dell’autore. Quello che ci preme far notare è che,
nella Felsina, Malvasia si adegua
all’opinione generale, e – nonostante le sue osservazioni stilistiche –
attribuisce nuovamente l’opera a Vitale. Da un punto di vista metodologico, la scelta dei curatori ci sembra felice: in ogni volume vengono pubblicati gli Scritti relativi agli autori citati nella Felsina. Per capire meglio, in questo primo volume sono presentate le pagine dei manoscritti relative ai pittori primitivi bolognesi.
| Niccolò dell'Arca, Compianto sul Cristo morto (particolare), Bologna, Santa Maria della Vita Fonte: Wikimedia Commons |
[8] Oltre che degli Scritti
originali, i curatori si avvalgono di altri importanti materiali. Il Ms.
B1357 dell’Archiginnasio contiene la copia che, pochi mesi prima, fu sottoposta
all’Inquisizione per avere la licenza di stampa. Lorenzo Pericolo (p. 160)
segnala che ci sono discrepanze a volte minori, a volte significative, fra il
testo presentato all’Inquisizione e la princeps.
Malvasia segue sempre con estrema attenzione tutte le fasi immediatamente
precedenti, così come quelle successive alla stampa. Con segnatura Ms. B1729 è
invece conservato il solo primo volume (il secondo è andato perso) su cui
Malvasia stesso, dopo la stampa, annotò direttamente correzioni da apportare,
postillando il volume. Non solo: all’interno furono inseriti 50 “segnalibri”
(delle strisce di carta) in cui erano indicate modifiche da operare. Non tutte
queste modifiche sono state operate nelle versioni successive della Felsina. Ad ogni modo, i curatori
rendono conto in nota delle varianti sia del Ms. B1357 sia del Ms. 1729.






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