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mercoledì 20 novembre 2013

G.A. Mazenta; Alcune memorie dei fatti di Leonardo da Vinci a Milano e dei suoi libri; La Vita Felice, 2008

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Giovanni Ambrogio Mazenta

Alcune memorie dei fatti di Leonardo da Vinci a Milano e dei suoi libri
Ripubblicate e illustrate da D. Luigi Gramatica, prefetto della Biblioteca Ambrosiana

La Vita Felice, Milano, 2008

Leonardo da Vinci, Autoritratto, 1513 circa, Torino, Biblioteca Reale


[1] Testo della quarta di copertina:

“Giovanni Ambrogio Mazenta (Milano 1565 – Napoli 1635), religioso e architetto, nato da una ricca famiglia milanese, entrò nella compagnia dei Barnabiti nel 1591 a ventisei anni, divenne anche architetto militare, religioso e civile fornendo disegni in tutta Italia, si occupò del completamento della Chiesa di San Salvatore a Bologna. Negli anni di attività venne chiamato a Napoli per progettare la Chiesa di Santa Caterina della Spina Corona e la Chiesa di San Carlo alle Mortelle. Sulla chiesa di San Carlo alle Mortelle il Mazenta esegue tra il 1612 e il 1616 i rilievi e i disegni per la costruzione dell’edificio e poco prima di morire apporta piccole modifiche al progetto.

Le Memorie furono scritte dal Mazenta negli ultimi anni della sua vita, cinquant’anni dopo aver ottenuto da un certo Lelio Gavardi i manoscritti di Leonardo con l’incarico di venderli a Francesco de’ Medici, Granduca di Toscana.”


Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Due mortai che sparano palle esplosive
Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2

[2] Si riporta il testo della recensione al volume, a firma Armando Torno, apparsa sul Corriere della Sera il 23.12.2008 (il testo dell’articolo, scaricato da Internet, si trova all’interno del volume).

L’incredibile storia della preziosa eredità della famiglia Melzi
Manoscritti di Leonardo. Parte da un solaio di Vaprio il mistero della diaspora

Dalle Memorie del Mazenta al Codice Atlantico
di Armando Torno

Giovanni Ambrogio Mazenta (1565-1635), nato da famiglia milanese, nel 1591 entrò nei Barnabiti, fu architetto (disegnò e diresse la costruzione della Chiesa di San Francesco a Lodi), lo troviamo tra i compagni di studi e poi tra gli amici del cardinale Federico Borromeo. Mettiamo in un canto i suoi incarichi a Roma, i contatti molteplici che ebbe in Lombardia; diremo semplicemente che lasciò delle Memorie importantissime per conoscere l’avventura dei manoscritti di Leonardo da Vinci e le circostanze che ne videro la dispersione. Ora queste pagine del Mazenta, scritte negli ultimi tempi della sua vita, vengono ristampate dalla casa editrice La Vita Felice con una premessa di Massimo Rodella (pp. 128, euro 9,50). Si tratta della riproposta integrale dell’edizione, curata nel 1919 da monsignor Luigi Gramatica, diventata un classico e particolarmente importante per orientarsi tra le carte leonardesche [n.d.r. l’opera inaugurava la collana Analecta Ambrosiana edita da Alfieri e Lacroix]. Ma vediamo la storia in essa custodita. Mazenta inizia il racconto evocando i tempi dei suoi studi in legge a Pisa, allorché si trovò a condividere la camera con il nipote del grande stampatore Aldo Manuzio e con tale Lelio Gavardi di Asola (allora sotto la giurisdizione di Brescia), preposto di San Zeno a Pavia. Quest’ultimo fu «Maestro d’umanità» della famiglia Melzi di Vaprio. Nella loro villa ebbe l’occasione di vedere «in casse antiche molti disegni, libri e strumenti lasciativi da Leonardo». In pratica, tutto quello che il maestro di Vinci aveva con sé passò al fedele allievo Francesco Melzi e questi, che lo seguì in Francia, alla morte del sommo genio riportò la preziosa eredità in Italia, nella casa di Vaprio. La curò con gelosia e diligenza sino a quando, più o meno nel 1570, morì. Gli eredi non capirono nemmeno quale tesoro avessero, anzi Orazio Melzi pregò il precettore Gavardi di prendere un po’ di quel materiale («13 di questi libri»!) per portarli al granduca di Firenze cercando di ricavarne qualcosa [n.d.r. siamo nel 1587], dato che era «quel principe voglioso di simil’opere, e per il credito grande di Leonardo in Firenze sua patria». Ma il povero Gavardi, con il suo cavallo carico di manoscritti leonardeschi, appena arriva a Firenze ha notizia che il granduca è da poco passato a miglior vita. Raggiunge allora Pisa con quell’incredibile carico e incontra il Mazenta e il nipote di Manuzio. L’autore delle Memorie che stiamo sfogliando fa notare che la non restituzione dei manoscritti sarebbe stata considerata un «mal acquisto»; la qual cosa spinse Gavardi a consegnare il tesoro allo stesso Mazenta che, dopo aver terminato i suoi studi, lo avrebbe riportato a Vaprio, dal momento che doveva recarsi a Milano. Incontrò alla fine Orazio Melzi «dottor collegiato e capo della casa», il quale «si maravigliò ch’io avessi preso questo fastidio e mi fece dono de’ libri dicendomi d’haver molt’altri disegni del medesimo Auttore, già molt’anni nelle case di Villa sotto de tetti negletti». I tredici manoscritti di Leonardo restarono dunque nelle mani di Mazenta, che ne donò una parte ai suoi fratelli, i quali cominciarono a parlare e diffusero la notizia della «facilità dell’acquisto». Le Memorie offrono poi queste incredibili righe: «Molti andorno dal medesimo Dottor Melzi, e ne buscorno disegni, modelli, plastice, anatomie, con altre pretiose reliquie del studio di Leonardo». Appare un nome che la dice lunga: «Fra questi pescatori vi fu Pompeo Arettino figlio del Cavalier Leone già scuolar del Buonarotti, e famigliare del Re di Spagna Filippo II». Ecco, insomma, lo «statovaro» Pompeo Leoni, molto interessato alle carte leonardesche, colui che raccoglierà i fogli del Codice Atlantico. Le Memorie di Mazenta contengono una storia incredibile. Anche se i fatti narrati possono aver subito degli arrangiamenti, questo librino è ritenuto ancora un documento di primaria importanza.”


Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Foglia di salvia
Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2

[3] Le Memorie del Mazenta rappresentano dunque un documento straordinario sulla sorte di parte degli scritti vinciani fra il 1570 (morte del Melzi) ed il 1637 (anno in cui Galeazzo Arconati donava tredici manoscritti di Leonardo alla Biblioteca Ambrosiana); un documento – sia chiaro – da accogliere sempre con beneficio di inventario, essendo evidente che il Mazenta tende a incensare il comportamento proprio a scapito di quello altrui. Il dato più evidente è che comunque il Mazenta non ci dice quali fossero i tredici libri consegnati dagli eredi Melzi al Gavardi, poi arrivati in mano al narratore e riportati ai Melzi, che preferirono comunque lasciarli al Mazenta stesso. La descrizione dei libri è oltre modo sommaria ed il primo errore da evitare è pensare che i tredici manoscritti fossero quelli che l’Arconati donò poi all’Ambrosiana. Lo stesso Mazenta ricorda che i manoscritti rimasero in mano sua e dei suoi fratelli, ma che sette furono successivamente restituiti alla famiglia Melzi che li rivendette a Pompeo Leoni; dei sei restanti, uno fu donato a Federico Borromeo, un secondo ad Ambrogio Figino, un terzo a Carlo Emanuele di Savoia. I tre libri restanti giunsero ancora una volta (“no so come”) a Pompeo Leoni una volta morto Guido Mazenta (fratello di Giovanni Ambrogio); in realtà Guido Mazenta morì dopo il Leoni (è circostanza che, nelle note, fa già presente Luigi Gramatica) sicché c’è da presumere che Mazenta voglia nascondere qualcosa di poco edificante per la propria famiglia. È poi altrettanto noto che Leoni provvide con sciagurata disinvoltura a sciogliere od assemblare i fogli dei manoscritti al fine di rivenderli con maggior profitto (esemplare il caso del Codice Atlantico). Insomma, i manoscritti che Arconati acquistò dagli eredi Leoni e che a sua volta donò all’Ambrosiana non sono esattamente quelli di cui parla il Mazenta.


Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Progetto per un paracadute
Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2

[4] Sono note inoltre le peripezie che subirono i manoscritti di Leonardo in età napoleonica. Requisiti nel 1796, una volta entrati i francesi a Milano, i codici furono spediti a Parigi (si veda Paul Wescher. I furti d’arte.Napoleone e la nascita del Louvre); il Codice Atlantico trovò collocazione presso la Biblioteque Nationale; gli altri dodici manoscritti all’Institut de France. Al momento di riprenderli indietro, una volta caduto Napoleone, gli emissari del governo austriaco per la Lombardia trovarono il Codice Atlantico (che tornò a Milano), ma si fecero beffare dai francesi (che erano assai meno sprovveduti in materia), e riportarono a casa tre copie del ‘600, giudicate naturalmente autentiche (e quindi facenti parte dei dodici codici cercati), preso atto che gli altri nove manoscritti erano andati smarriti (si trovano ancor oggi all’Institut de France).



Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Grande disegno a carboncino della figura della luna con le sue macchie
http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2

[5] Le Memorie di Giovanni Ambrogio Mazenta ci sono testimoniate in tre manoscritti. Si ritiene unanimemente, che, fra questi, il ms. H227 inf. dell’Ambrosiana sia autografo. In tutti e tre i casi si tratta comunque di manoscritti che passarono per le mani di Cassiano dal Pozzo. L’impegno di Cassiano nel reperimento di materiale relativo a Leonardo ai fini della redazione dell’editio princeps del Trattato della Pittura è del resto ben noto (si veda Mauro Pavesi, Cassiano dal Pozzo, Nicolas Poussin e la prima edizione a stampa del «Trattato della Pittura» di Leonardo tra Roma, Milano e Parigi).   

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