Giovanni Ambrogio Mazenta
Alcune memorie dei fatti di Leonardo da Vinci a
Milano e dei suoi libri
Ripubblicate
e illustrate da D. Luigi Gramatica, prefetto della Biblioteca Ambrosiana
La Vita Felice, Milano, 2008
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| Leonardo da Vinci, Autoritratto, 1513 circa, Torino, Biblioteca Reale |
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Testo della quarta di copertina:
“Giovanni Ambrogio Mazenta (Milano 1565 – Napoli 1635),
religioso e architetto, nato da una ricca famiglia milanese, entrò nella
compagnia dei Barnabiti nel 1591 a ventisei anni, divenne anche architetto
militare, religioso e civile fornendo disegni in tutta Italia, si occupò del
completamento della Chiesa di San Salvatore a Bologna. Negli anni di attività
venne chiamato a Napoli per progettare la Chiesa di Santa Caterina della Spina
Corona e la Chiesa di San Carlo alle Mortelle. Sulla chiesa di San Carlo alle
Mortelle il Mazenta esegue tra il 1612 e il 1616 i rilievi e i disegni per la
costruzione dell’edificio e poco prima di morire apporta piccole modifiche al
progetto.
Le
Memorie furono scritte dal Mazenta negli ultimi anni della sua vita,
cinquant’anni dopo aver ottenuto da un certo Lelio Gavardi i manoscritti di
Leonardo con l’incarico di venderli a Francesco de’ Medici, Granduca di
Toscana.”
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| Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Due mortai che sparano palle esplosive Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2 |
[2]
Si riporta il testo della recensione al volume, a firma Armando Torno, apparsa
sul Corriere della Sera il 23.12.2008 (il testo dell’articolo, scaricato da
Internet, si trova all’interno del volume).
Manoscritti di Leonardo. Parte da un solaio di Vaprio il mistero della diaspora
Dalle Memorie del Mazenta al Codice Atlantico
di Armando Torno
Giovanni
Ambrogio Mazenta (1565-1635), nato da famiglia milanese, nel 1591 entrò nei
Barnabiti, fu architetto (disegnò e diresse la costruzione della Chiesa di San
Francesco a Lodi), lo troviamo tra i compagni di studi e poi tra gli amici del
cardinale Federico Borromeo. Mettiamo in un canto i suoi incarichi a Roma, i
contatti molteplici che ebbe in Lombardia; diremo semplicemente che lasciò
delle Memorie importantissime per conoscere l’avventura dei manoscritti
di Leonardo da Vinci e le circostanze che ne videro la dispersione. Ora queste
pagine del Mazenta, scritte negli ultimi tempi della sua vita, vengono
ristampate dalla casa editrice La Vita Felice con una premessa di Massimo
Rodella (pp. 128, euro 9,50). Si tratta della riproposta integrale
dell’edizione, curata nel 1919 da monsignor Luigi Gramatica, diventata un
classico e particolarmente importante per orientarsi tra le carte leonardesche
[n.d.r. l’opera inaugurava la collana Analecta Ambrosiana edita da
Alfieri e Lacroix]. Ma vediamo la storia in essa custodita. Mazenta inizia
il racconto evocando i tempi dei suoi studi in legge a Pisa, allorché si trovò
a condividere la camera con il nipote del grande stampatore Aldo Manuzio e con
tale Lelio Gavardi di Asola (allora sotto la giurisdizione di Brescia),
preposto di San Zeno a Pavia. Quest’ultimo fu «Maestro d’umanità» della
famiglia Melzi di Vaprio. Nella loro villa ebbe l’occasione di vedere «in casse
antiche molti disegni, libri e strumenti lasciativi da Leonardo». In pratica,
tutto quello che il maestro di Vinci aveva con sé passò al fedele allievo
Francesco Melzi e questi, che lo seguì in Francia, alla morte del sommo genio
riportò la preziosa eredità in Italia, nella casa di Vaprio. La curò con
gelosia e diligenza sino a quando, più o meno nel 1570, morì. Gli eredi non
capirono nemmeno quale tesoro avessero, anzi Orazio Melzi pregò il precettore
Gavardi di prendere un po’ di quel materiale («13 di questi libri»!) per
portarli al granduca di Firenze cercando di ricavarne qualcosa [n.d.r. siamo
nel 1587], dato che era «quel principe voglioso di simil’opere, e per il
credito grande di Leonardo in Firenze sua patria». Ma il povero Gavardi, con il
suo cavallo carico di manoscritti leonardeschi, appena arriva a Firenze ha
notizia che il granduca è da poco passato a miglior vita. Raggiunge allora Pisa
con quell’incredibile carico e incontra il Mazenta e il nipote di Manuzio.
L’autore delle Memorie che stiamo sfogliando fa notare che la non
restituzione dei manoscritti sarebbe stata considerata un «mal acquisto»; la
qual cosa spinse Gavardi a consegnare il tesoro allo stesso Mazenta che, dopo
aver terminato i suoi studi, lo avrebbe riportato a Vaprio, dal momento che
doveva recarsi a Milano. Incontrò alla fine Orazio Melzi «dottor collegiato e
capo della casa», il quale «si maravigliò ch’io avessi preso questo fastidio e
mi fece dono de’ libri dicendomi d’haver molt’altri disegni del medesimo
Auttore, già molt’anni nelle case di Villa sotto de tetti negletti». I tredici
manoscritti di Leonardo restarono dunque nelle mani di Mazenta, che ne donò una
parte ai suoi fratelli, i quali cominciarono a parlare e diffusero la notizia
della «facilità dell’acquisto». Le Memorie offrono poi queste
incredibili righe: «Molti andorno dal medesimo Dottor Melzi, e ne buscorno
disegni, modelli, plastice, anatomie, con altre pretiose reliquie del studio di
Leonardo». Appare un nome che la dice lunga: «Fra questi pescatori vi fu Pompeo
Arettino figlio del Cavalier Leone già scuolar del Buonarotti, e famigliare del
Re di Spagna Filippo II». Ecco, insomma, lo «statovaro» Pompeo Leoni, molto
interessato alle carte leonardesche, colui che raccoglierà i fogli del Codice
Atlantico. Le Memorie di Mazenta contengono una storia incredibile.
Anche se i fatti narrati possono aver subito degli arrangiamenti, questo
librino è ritenuto ancora un documento di primaria importanza.”
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| Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Foglia di salvia Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2 |
[3]
Le Memorie del Mazenta rappresentano dunque un documento straordinario
sulla sorte di parte degli scritti vinciani fra il 1570 (morte del Melzi) ed il
1637 (anno in cui Galeazzo Arconati donava tredici manoscritti di Leonardo alla
Biblioteca Ambrosiana); un documento – sia chiaro – da accogliere sempre con
beneficio di inventario, essendo evidente che il Mazenta tende a incensare il
comportamento proprio a scapito di quello altrui. Il dato più evidente è che
comunque il Mazenta non ci dice quali fossero i tredici libri consegnati dagli
eredi Melzi al Gavardi, poi arrivati in mano al narratore e riportati ai Melzi,
che preferirono comunque lasciarli al Mazenta stesso. La descrizione dei libri
è oltre modo sommaria ed il primo errore da evitare è pensare che i tredici
manoscritti fossero quelli che l’Arconati donò poi all’Ambrosiana. Lo stesso
Mazenta ricorda che i manoscritti rimasero in mano sua e dei suoi fratelli, ma
che sette furono successivamente restituiti alla famiglia Melzi che li
rivendette a Pompeo Leoni; dei sei restanti, uno fu donato a Federico Borromeo,
un secondo ad Ambrogio Figino, un terzo a Carlo Emanuele di Savoia. I tre libri
restanti giunsero ancora una volta (“no so come”) a Pompeo Leoni una volta
morto Guido Mazenta (fratello di Giovanni Ambrogio); in realtà Guido Mazenta
morì dopo il Leoni (è circostanza che, nelle note, fa già presente Luigi
Gramatica) sicché c’è da presumere che Mazenta voglia nascondere qualcosa di
poco edificante per la propria famiglia. È poi altrettanto noto che Leoni provvide
con sciagurata disinvoltura a sciogliere od assemblare i fogli dei manoscritti
al fine di rivenderli con maggior profitto (esemplare il caso del Codice
Atlantico). Insomma, i manoscritti che Arconati acquistò dagli eredi Leoni e
che a sua volta donò all’Ambrosiana non sono esattamente quelli di cui parla il
Mazenta.
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| Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Progetto per un paracadute Fonte: http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2 |
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Sono note inoltre le peripezie che subirono i manoscritti di Leonardo in età
napoleonica. Requisiti nel 1796, una volta entrati i francesi a Milano, i
codici furono spediti a Parigi (si veda Paul Wescher. I furti d’arte.Napoleone e la nascita del Louvre); il Codice Atlantico trovò
collocazione presso la Biblioteque Nationale; gli altri dodici
manoscritti all’Institut de France. Al momento di riprenderli indietro,
una volta caduto Napoleone, gli emissari del governo austriaco per la Lombardia
trovarono il Codice Atlantico (che tornò a Milano), ma si fecero beffare dai
francesi (che erano assai meno sprovveduti in materia), e riportarono a casa
tre copie del ‘600, giudicate naturalmente autentiche (e quindi facenti parte
dei dodici codici cercati), preso atto che gli altri nove manoscritti erano
andati smarriti (si trovano ancor oggi all’Institut de France).
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| Leonardo da Vinci, Codice Atlantico: Grande disegno a carboncino della figura della luna con le sue macchie http://www.leonardo-ambrosiana.it/galleria-foto/?album=1&gallery=2 |
[5] Le Memorie di
Giovanni Ambrogio Mazenta ci sono testimoniate in tre manoscritti. Si ritiene
unanimemente, che, fra questi, il ms. H227 inf. dell’Ambrosiana sia autografo.
In tutti e tre i casi si tratta comunque di manoscritti che passarono per le
mani di Cassiano dal Pozzo. L’impegno di Cassiano nel reperimento di materiale
relativo a Leonardo ai fini della redazione dell’editio princeps del Trattato
della Pittura è del resto ben noto (si veda Mauro Pavesi, Cassiano
dal Pozzo, Nicolas Poussin e la prima edizione a stampa del «Trattato della
Pittura» di Leonardo tra Roma, Milano e Parigi).





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