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Waldemar H. de Boer
Memoriale di molte statue et picture sono nella inclyta cipta di Florentia di Francesco Albertini (1510)
Un volumetto dedicato all'arte fiorentina
Centro Di, Firenze, 2010
“Pubblicato sei anni dopo la sistemazione del David di Michelangelo in Piazza della Signoria, il Memoriale di molte statue et picture sono nella inclyta cipta di Florentia di Francesco Albertini è la prima descrizione sistematica conosciuta dei tesori artistici della città e può essere considerato il prototipo per tutte le successive guide di Firenze.
La presente edizione del Memoriale, con il suo corredo di annotazioni e illustrazioni, offre al lettore l’opportunità di familiarizzare con la ricchezza straordinaria di capolavori che Firenze poteva vantare nel 1510, gran parte dei quali è andata dispersa.”
[2] In testa al frontespizio compare (al posto dell’autore, ovvero Albertini) il nome dell’autore dell’edizione critica, ovvero Waldemar H. de Boer.
[3] Tradizionalmente, il Memoriale di Albertini è considerato la prima guida artistica non solo di Firenze, ma di tutt’Italia. Così la definisce Schlosser ne La letteratura artistica (pp. 212-213), che non manca comunque di metterne in evidenza i limiti: “Questa guida, la più antica di Firenze, anzi di tutta l’Italia, che solo dopo decine d’anni ebbe un imitatore, è veramente un lavoretto molto affrettato, buttato giù durante una brevissima visita nella città natia, e fa spesso l’impressione di ciò che oggi si direbbe una pubblicazione fuori commercio. […] Malgrado i suoi difetti, Albertini è notevole e degno di stima come il capostipite dei solerti ciceroni italiani; […] Del resto l’Albertini è una delle fonti del Vasari, abbastanza importante già per la sua prima edizione”.
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| Michelangelo Buonarroti, David, 1504. Firenze, Galleria dell'Accademia |
[4] Ad essere onesti, le affermazioni di Schlosser non appaiono, nel caso specifico, particolarmente azzeccate: intanto c’è da chiedersi se il Memoriale sia o non sia una guida artistica della città. Pare difficile poterlo sostenere nel senso tradizionale del termine, come fa notare lo stesso de Boer (p. 12). In nessun passo del suo lavoro Albertini si rivolge a un potenziale visitatore o, più genericamente, a un pubblico di curiosi. La stessa stringatezza dell’opera (14 pagine), abbinata però all’alta densità di opere e monumenti indicati (più di 200) fa pensare appunto ad una sorta di inventario, redatto ad uso o memoria dell’autore stesso e di una ristretta cerchia di amici. Nella dedicatoria è lo stesso Albertini, peraltro, a rendere noto che la redazione dell’opera gli era stata richiesta dall’amico, scultore e architetto, Baccio da Montelupo. De Boer, insomma, ritiene che il Memoriale sia stato scritto per Baccio e pochi suoi amici. Peraltro la diffusione del libretto fu limitatissima (oggi se ne conoscono tre copie superstiti), e non risulta siano state fatte ristampe. Infine, è tutt’altro che scontato e pacifico che Vasari (o lo stesso Francesco Bocchi, che solo nel 1591 redasse la prima guida “moderna” della città) conoscessero lo scritto di Albertini (cfr. p. 25 e p. 33 n. 58). Semmai, quello che personalmente ci stupisce è come mai Albertini (o Baccio da Montelupo) abbia scelto, se davvero così stanno le cose, di pubblicare il testo e non di farne poche copie manoscritte, sobbarcandosi costi che, all’alba della stampa, certo non furono scarsi. Probabilmente fu scelto uno strumento tecnico “alla moda”, per fare bella figura con coloro che sarebbero stati i destinatari del dono.
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| Lorenzo Ghiberti, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze |
[5] Di Albertini sappiamo ben poco. Trasferitosi dal contado a Firenze in tenera età, fu canonico a San Lorenzo. Fece studi ecclesiastici, ma coltivò una particolare passione per le belle arti. Fu, insomma, come lui stesso ci dice, un dilettante. Ma, posto che la modestia non è il suo forte, sappiamo – sono parole sue, non si sa quanto veridiche – che aveva preparato un suo modello per la facciata di Santa Croce (trovando invece “senza ordine, o misura” quella che fu realizzata), che seguì le lezioni pubbliche di molti umanisti; che passò sei mesi a Bologna perfezionando i suoi studi; e infine “ho visto in qualche parte Victruvio et Baptista Leo Alberti de architectura et in palazo del papa è pure una porta per mio disegno” (p. 94). Sempre stando alle sue parole, Francesco scrisse molto; ben poco è giunto fino ai nostri giorni. Fra quel poco va ricordato il suo Opusculum de mirabilus novae et veteris urbis Romae, stampato anch’esso nel 1510, che Valentini e Zucchini hanno riprodotto parzialmente nel 1953 nel quarto volume del loro Codice Topografico della città di Roma; si tratta fondamentalmente di un testo che si inscrive nell’ambito della tradizione dei Mirabilia Urbis Romae, pur apportando preziose informazioni sulla Roma moderna. È molto probabile che l’Opusculum sia servito all’autore per dare una veste di ricognizione topografica al suo Memoriale su Firenze (il materiale è scandito prendendo in considerazione i quattro quartieri della città).
[6] Albertini si era trasferito a Roma nel 1505, al seguito del cardinal Fazio Santoro da Viterbo. Quando scrisse il Memoriale, dunque, Francesco viveva a Roma; l’occasione per la redazione dell’opera gli fu data – a suo dire – da una breve visita in Firenze a fine agosto 1510. E anche qui, a mio parere, ci sarebbe da discutere: sia Schlosser sia de Boer nella sostanza accettano l’idea che la redazione sia stata operata in pochi giorni. A noi pare strano che tutto si sia concretizzato in un lasso di tempo così breve; non bisogna confondere la (voluta) stringatezza dell’opera con l’impeto del momento. È assai più probabile che l’idea covasse da tempo (non si redigono testi così documentati in pochi giorni) e che l’occasione per la ricognizione finale sia stata la visita del 1510. Quel che è certo è che i punti di forza dell’opera (al netto di omissioni clamorose, ma sempre da mettere in conto in opere così “pionieristiche”) siano però il numero straordinariamente alto (oltre 200) di opere citate (e la percentuale assai alta di attribuzioni corrette) e la loro esatta collocazione nel tessuto urbano della città. Se, quindi, l’influenza del Memoriale sulle generazioni successive è stata del tutto limitata, la sua importanza per lo storico dell’arte contemporaneo è davvero notevole.
[7] Edizione pregevole, assai ricca di note e spunti interessanti. Ad essere precisi, l'editore ha curato contemporaneamente la pubblicazione di due versioni, una in italiano ed una in inglese.




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