Dionisio da Furnà
Ermeneutica della pittura
A cura di Giovanna Donato Grasso
Introduzione di Sergio Bettini
Fiorentino editore, 1971
Introduzione di Sergio Bettini
Fiorentino editore, 1971
[1] Questa è la storia di un falso manoscritto medievale bizantino, riconosciuto come tale sin dall'inizio del 1900 e che ancor oggi qualcuno si ostina a spacciare come vero (o, semplicemente, non si informa). Nel 1839 Adolphe Napoléon Didron si recò in Grecia per studiare le opere d’arte dell’età bizantina. E lì, peregrinando tra i monasteri del monte Athos, potè osservare una guida al fare artistico, il cui autore (il pittore Dionisio da Furnà) forniva indicazioni sugli accorgimenti tecnici da seguire e sulle caratteristiche iconografiche da rispettare. Il Didron ritenne d’essersi imbattuto in un manoscritto che, pur compilato nel sec. XV o in quello successivo, riportava norme e comportamenti di epoca molto più antica, risalenti – come affermavano i monaci del luogo – al X o XI secolo, ossia ad un’età da poco uscita dalle note polemiche sulla liceità dell’uso delle immagini (si veda Vedere l'Invisibile. Nicea e lo statuto dell'immagine, a cura di Luigi Russo).
[2] Il testo, tradotto da Paul Durand ed integrato da una presentazione e dalle note del Didron, apparve a Parigi nel 1845. L’opera attrasse sùbito l’interesse degli studiosi e, almeno inizialmente, raccolse il loro consenso. Nel 1847, nel primo volume dei suoi Materials for a history of Oil Painting, Charles L. Eastlake parlò del “Byzantine manuscript lately edited by MM. Didron and Durand” e ricordò che “the present inhabitants of Mount Athos suppose that it was written in the tenth or eleventh century”. A pochi anni di distanza uscirono, notevolmente influenzate dal Didron, la prima edizione in greco moderno e, quindi, quella tedesca dello Schäfer (Treviri, 1855), per anni comunemente utilizzata dagli studiosi.
[3] Col passare del tempo, tuttavia, gli entusiasmi si attenuarono e poi si raffreddarono dando spazio a varie riserve. A p. 16 della Letteratura artistica, Schlosser attribuisce ad Heinrich Brockhaus e “all’editore greco Papadopulos Kerameus [n.d.r. nel 1909] il merito di aver dimostrato che [il trattato] non appartiene affatto, come si era creduto, ai giorni della contesa iconografica” o ad un’epoca vicina. Il manoscritto del monte Athos, fatto conoscere dal Didron, non è affatto un codice dell’arte bizantina, ma è dovuto ad un autore (appunto Dionisio da Furnà) che lo scrisse in pieno XVIII secolo. Il testo di Dionisio fu poi parzialmente deformato da un noto falsificatore, Costantin Simonidis, impacchettato come se fosse medievale e consegnato a Didron, che ci cascò ingenuamente. È inutile ricercare la presenza di una tradizione assai remota: chi legge quelle pagine s’accorge semmai di una chiara connessione con l’arte tardo-veneta, testimoniata persino dalla presenza di alcuni termini (come, ad esempio, la voce νατουράλε) che sono propri delle botteghe artistiche italiane.
[4] Questi ultimi rilievi sono ribaditi da Sergio Bettini che, in un articolo apparso nel 1941 sugli Atti dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, insiste sulle ingenuità del Didron e di coloro che si affannarono a vedere nella guida di Dionisio “addirittura il «codice» della tecnica bizantina pura”. Dionisio – vien detto a p. 181 – “appare, alla luce dei documenti e all’esame delle opere, un attardato… pittore greco-veneto, insomma un Madonnero: e la tecnica ch’egli codifica, e l’iconografia ch’egli descrive, appaiono una tecnica ed un’iconografia tipicamente da Madonnero”. E più avanti, a p. 183: “le stesse fonti di cui [Dionisio] si serve non sono per nulla bizantine pure, rispecchiando la tecnica…di Teofane cretese e, sopra tutto, del Panselino: in ambedue già profondamente italianeggiante”.
[5] Ma l'idea di aver scoperto un manoscritto coi segreti dell'arte bizantina è comunque affascinante e coinvolge anche i più insospettabili. Nel 1940 l’Osservatore Romano propose di tradurre in italiano lo scritto di Dionisio utilizzando il lavoro del Didron; e proprio contro questa tesi si scaglia il Bettini nello scritto poco fa citato. “Le inesattezze e le ingenuità di un Didron, scusabili al tempo loro - vien detto a p. 196 – non sarebbero oggi più scusabili, specie se di seconda mano: perciò fare oggi, come si vorrebbe, una traduzione italiana della cattiva traduzione francese del Didron… non verrebbe a «colmare» una lacuna, ma semplicemente a far cosa, più che inutile, vergognosa per la nostra cultura”.
[6] Le argomentazioni di Bettini risultarono convincenti, tanto che dovremo aspettare il 1971 per vedere uscire la presente versione italiana dell’Ermeneutica di Dionisio da Furnà, condotta su presupposti ben diversi. La curatrice, infatti, si è avvalsa dell’edizione del 1909 del Papadopolo-Kerameus, basata sul cod. gr. 708 della biblioteca Saltykov-Shchedrin di San Pietroburgo, e ha abbandonato la lezione del Didron. E, soprattutto, è ben conscia che si tratta di un manoscritto di un artista del 1700 proveniente da area cretese.
[7] È lo stesso Bettini a scrivere l’Introduzione al lavoro di Giovanna Donato Grasso. Basti segnalare che secondo lo studioso (vedi p. LIV), la traduzione qui presentata “è la prima attendibile, che compaia in una lingua occidentale”. La vecchia versione francese presentata da Adolphe N. Didron nel 1845 e ripetutamente utilizzata da vari studiosi, offre scarso affidamento: “non intende e travisa infinite volte il senso dello scritto”, sicché spesso “ne sorgono espressioni curiose e incomprensibili o assurde”.
[8] Tuttavia è curioso come, periodicamente, il Didron provi a fare di nuovo capolino, come se nulla fosse stato. e venga spacciato per originale. Nel 2003 le edizioni Arkeios hanno pubblicato la traduzione dell’edizione Didron (a cura di PierLuigi Zoccatelli), parlando, ancora una volta, di antico manoscritto bizantino, di segreti della pittura gelosamente custoditi per secoli ed ora fortunosamente esposti al nostro giudizio, senza nulla dire circa le polemiche divampate dal 1909 in poi. No comment.
[9] In anni ancor più recenti il “falso manoscritto bizantino” di Dionisio da Furnà è tornato nuovamente alla ribalta in seguito al dibattito (che ha avuta ampio eco sulla stampa) sull’autenticità o meno del cosiddetto Papiro di Artemidoro. Luciano Canfora, schierato con decisione contro l’originalità del medesimo, ha sostenuto che si tratti dell’opera proprio di Constantin Simonidis, lo stesso falsario che avrebbe reso più “bizantino” il testo di Dionisio da Furnà. A questo proposito ha fatto notare incredibili coincidenze negli incipit fra le due opere, che sembrano appunto far propendere per la stesura da parte di un’unica mano.
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