Alessio Mattioli
Modo di fare i smalti coloriti dato da Alessio Mattioli per uso de’ Mosaici alla Revd. Fabbrica di S. Pietro di Roma
sta in
Il mosaico parietale. Trattatistica e ricette dall'Alto Medioevo al Settecento
A cura di Paola Pogliani e Claudio Seccaroni
Nardini editore, 2010
[1] Il ricettario di Alessio Mattioli si trova alle pp. 110-115 del libro. Nei capitoli introduttivi del medesimo si segnala Il ricettario di Alessio Mattioli e la produzione degli smalti per i mosaici della Fabbrica di San Pietro (di Paola Pogliani e Claudio Seccaroni).
[2] Alessio Mattioli lavorò per oltre vent’anni alla produzione di paste vitree per la realizzazione di superfici musive nella Basilica di San Pietro a Roma. Fin dagli anni successivi al Concilio di Trento la Chiesa dimostrò particolare interesse nei confronti delle decorazioni a mosaico, come forma di recupero di quello spirito religioso che si manifestava innanzi tutto nelle chiese paleocristiane. Le difficoltà principali, tuttavia, erano di tipo tecnico. La produzione di paste vitree era localizzata quasi esclusivamente a Venezia e la gamma dei colori che ne risultava era piuttosto limitata, portando ad esiti che certamente non potevano competere da un punto di vista qualitativo con le più diffuse pale d’altare. Mattioli divenne famoso a Roma proprio per la capacità di produrre “paste opache che soddisfacevano l’esigenza di mimesi pittorica e che consentivano di realizzare un’estesa varietà di gradazioni. L’importanza delle innovazioni di Mattioli consiste soprattutto nell’aver elaborato un composto poco vetroso con il quale si potevano realizzare smalti totalmente opachi adatti a fornire per ogni colore numerosissime gradazioni cromatiche, consentendo così di ampliare la gamma delle tinte necessarie per la realizzazione di articolati chiaroscuri pittorici” (pp. 60-61). Mattioli era noto in particolare per la sua capacità di realizzare uno smalto color porpora, chiamato porporino, di cui pare avesse la possibilità di creare sessantotto diverse gradazioni. Come accadeva spesso all’epoca (siamo nella prima metà del 1700), l’artefice ascolano (della sua biografia sappiamo ben poco) si legò in esclusiva alla Fabbrica di San Pietro sin dal 1731; non solo: dal 1743, vista la sua bravura, ottenne a sua volta dalla Fabbrica di San Pietro di essere il produttore esclusivo delle paste vitree per la Basilica. La tecnica produttiva, naturalmente, era circondata dal riserbo più assoluto, ma al momento di stipulare il primo contratto con la Fabbrica, nel 1731, Mattioli consegnò fisicamente un manoscritto contenente il “segreto del mosaico di cinabro e sue gradazioni scritto e sigillato”. L’obiettivo della Fabbrica era evidente: in caso di morte o di qualsiasi altro motivo che avesse potuto interrompere la produzione di Mattioli si sarebbe ricorsi al manoscritto che ne custodiva i segreti tecnici e si sarebbe quindi potuto continuare con altri artigiani a produrre paste della stessa qualità.
[3] Ciò che è certo è che il manoscritto andò perso quasi subito (sicuramente prima del 1743, anno del secondo e più importante contratto) e la cosa non dovette far particolarmente piacere a Mattioli (la concorrenza sleale non è mai stata gradita), il quale, nel dolersene per iscritto, si premurò comunque di sminuire l’importanza del ricettario consegnato nel 1731, posto che nel frattempo i miglioramenti tecnici da lui acquisiti nella realizzazione del porporino erano stati significativi. Da qualche parte, tuttavia, il manoscritto originale doveva esserci, posto che nel 1744-1749, un tedesco, Federico Stribal, ne redasse una traduzione in lingua madre custodita ancor oggi negli archivi vaticani. Insomma, in qualche modo, volente o nolente l’artefice originario, le ricette di Mattioli ebbero una loro circolazione.
[4] Nel 1879 Giuliano Vanzolini pubblicava a Pesaro la terza edizione de Li tre libri dell’arte del vasaio di Cipriano Piccolpasso. In appendice all’opera stampava anche delle Notizie intorno al fabbricare la majolica fina raccolte dal Canonico Gianandrea Lazzarini parte in Roma, parte dal Sig. Filippo Antonio Calegari, e molte più dal Sig. Giuseppe Roletti professore di detta manifattura nelle Fabbriche di Torino e Milano. Si trattava di un’ampia antologia di ricette al cui interno – e questo è un dato passato nella sostanza inosservato – si trovava però anche un nucleo di prescrizioni relative alle paste vitree così intitolato: Modo di fare i smalti coloriti dato da Alessio Mattioli per uso de’ Mosaici alla Revd. Fabbrica di S. Pietro di Roma. Il titolo della sezione ha fatto sospettare agli autori del presente saggio (in particolare di questo aspetto si è occupato Claudio Seccaroni) di essere di fronte quanto meno a una copia del manoscritto consegnato da Mattioli al Vaticano nel 1731; e ha fatto presumere che tale copia potesse essere stata trascritta da o per conto del pesarese Gianandrea Lazzarini, come in qualche modo riconosciuto dallo stesso Vanzolini. Sono state dunque condotte delle ricerche fra le carte dell’archivio Vanzolini, oggi conservato presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro, e sono stati trovati due testi direttamente relazionabili a quanto pubblicato nell’appendice de Li tre libri dell’arte del vasaio. Si tratta di due trascrizioni del trattato di Mattioli (entrambe con segnatura ms. 934, fascicolo VIII), la prima incompleta e la seconda invece con tutti i ventisette capitoli che sono stati pubblicati da Vanzolini. Pare ragionevole presumere che si tratti delle copie del manoscritto originario del 1731 (o di altra copia) fatte eseguire da Lazzarini, consegnate a Vanzolini e da quest’ultimo inserite in appendice al Piccolpasso. Le discrepanze dei manoscritti col testo a stampa sono minime, sicché si è scelto di riportare qui la versione pubblicata nel 1879, evidenziando in nota le eventuali differenze.
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