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Alessia Cecconi
«Nella presente aggiunta all’Abcedario pittorico del padre maestro Orlandi». Per una rilettura delle Vite gabburriane
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Studi di Memofonte 1/2008
Fra tutte le risorse online oggi disponibili, il sito italiano dedicato alle fonti di storia dell'arte senza dubbio più ricco e prezioso è www.memofonte.it, ovvero il sito della Fondazione Memofonte di Firenze. Sembra quasi banale dirlo, posto che Memofonte è una creazione di Paola Barocchi, la storica dell'arte che alle fonti ha dedicato una vita. Una visita al sito è fortemente consigliata.
Oltre ai testi davvero rari e preziosi consultabili online, va ricordato che esiste una rivista online, gratuita, pubblicata semestralmente, ovvero gli Studi di Memofonte. La recensione di oggi è relativa a un contributo pubblicato da Alessia Cecconi sul numero 1 (2008) della rivista. Se volete leggere il saggio, basta cliccare qui.
[1] Le Vite dei pittori di Francesco Maria Niccolò Gabburri (1676-1742) sono conservate manoscritte nel fondo Palatino della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (Pal. E.B.9.5, I-IV). Si tratta di quattro tomi che, purtroppo, rimasero parzialmente danneggiati dall’alluvione di Firenze del 1966. Per fortuna la Scuola Normale di Pisa, prima del 1966, aveva realizzato un microfilm del manoscritto, manoscritto ora in possesso della Fondazione Memofonte. La stessa Fondazione ha realizzato sul suo sito la versione digitalizzata dell’opera, ora pienamente fruibile dagli studiosi.
[2] “Questo contributo si propone… di rileggere l’impresa gabburriana inserendola nella più ampia cultura settecentesca di letteratura artistica, all’interno di un genere affermato e di larga fortuna come quello degli abbecedari. Il primo punto è analizzare le Vite non come un lavoro parallelo all’Abcedario [n.d.r. sic] del padre maestro Orlandi…, ma come un vero e proprio tentativo, un’impresa di dare alle stampe una riedizione dell’alfabeto orlandiano emendata da numerosi errori, con cospicue aggiunte per ogni pittore, migliaia di voci in più rispetto all’Abcedario pittorico, e un aggiornamento bibliografico degno di nota” (p. 1). Un tentativo di questo tipo non può che partire dall’attento esame dell’Abcedario primigenio, ovvero quello di Antonio Pellegrino Orlandi. Raramente, leggendo i testi, ma anche gli epistolari degli eruditi del Settecento e del primo Ottocento, si incontra una fonte così citata, e spesso così maltrattata, come l’Abcedario pittorico del padre conventuale di San Martino Maggiore in Bologna. La realtà è che, con la pubblicazione del suo Abcedario – la princeps è del 1704 - , Orlandi inaugurò un genere. Orlandi, si badi bene, non solo non era un artista ma nemmeno un intendente d’arte; ebbe però l’idea di classificare le notizie relative a migliaia di artisti – dai più antichi sino ai contemporanei – secondo un rigido schema classificatorio che prevedeva la disposizione degli stessi in ordine alfabetico. Redasse, insomma, con incredibile pazienza, una sorta di dizionario biografico che presentava peraltro nelle pagine finali alcune tavole, fra cui una con la concordanza tra nomi degli artisti e relativi cognomi o soprannomi. Ora, è facile capire quale fosse l’incredibile utilità che l’Abcedario rivestì immediatamente negli ambienti eruditi: la possibilità di consultare con estrema facilità i dati relativi ad un singolo pittore, peraltro sfogliando un unico tomo. La fortuna dell’opera fu tale che una quindicina di anni dopo (1719) Orlandi riuscì a pubblicare una seconda edizione, notevolmente accresciuta nei contenuti. E che, successivamente alla morte dell’autore, proliferarono le nuove edizioni. In questo senso diventa in qualche modo secondario il fatto che le biografie degli artisti fossero a volte lacunose, a volte completamente sbagliate: “il contenuto delle biografie riportate è necessariamente costellato da errori, dovuti a una riproposizione di sbagli già presenti nelle fonti quasi mai verificate, carente di numerose biografie, velato da una capziosa polemica antivasariana:… Orlandi raccoglie e gestisce un’ingente massa di informazioni sulla quale applica un tipo di selezione che porta a una schematizzazione delle notizie, ma non ad una scelta critica su artisti e loro operato” (p. 6). L’importante è che Orlandi ha “inventato” un genere, quello degli abbecedari, che avrà vivissima fortuna per tutto il Settecento, e non solo in Italia.
[3] Si è già detto che le riedizioni, le aggiunte, le aggiunte delle aggiunte all’Abcedario pittorico del padre Pellegrino Orlandi furono tante. I motivi furono sostanzialmente due: da un lato aggiornarlo, dall’altro emendarlo almeno parzialmente dei numerosissimi errori che contenevano. L’Abcedario insomma godeva uno strano destino – e la circostanza non è poi così incredibile –: era contemporaneamente consultatissimo, ma anche criticatissimo. Tutte le ristampe – va comunque detto – accoglievano in pieno l’ossatura dell’opera, ovvero la scelta di disporre le biografie degli artisti in ordine alfabetico. Fra le varie riedizioni (si vedano le pp. 7-9) vale la pena ricordare quella pubblicata nel 1731 a Napoli per i tipi di Angelo Vocola. In questa edizione “compare una significativa aggiunta posta al termine delle vite orlandiane: tali biografie, redatte dal napoletano Antonio Roviglione, riflettono naturalmente il milieu di provenienza dell’edizione, andando a tracciare le biografie di artisti napoletani e stranieri, con inclusione di alcuni romani e fiorentini” (p. 8).
[4] Anche il Gabburri, che – non dimentichiamolo – ricoprì diverse cariche nell’ambito di svariate accademie fiorentine, ma che soprattutto fu dal 1730 al 1740 luogotenente del Granduca presso l’Accademia fiorentina del Disegno, progettò una riedizione aggiornata ed emendata dell’Abcedario orlandiano. Lo testimonia, ad esempio, una sua lettera del 1732 al francese Jean Pierre Mariette, che condivideva con lui la passione per il collezionismo di incisioni e disegni. Il risultato furono appunto le Vite di pittori. Per avanzare ipotesi di datazione del manoscritto, ma più in generale per meglio comprendere le peculiarità dei contributi gabburriani è importante capire la struttura del manoscritto. “L’opera del Gabburri si presenta come un dizionario delle vite degli artisti elencati per nome e non per cognome; le biografie sono precedute da un lungo elenco dei cognomi degli artisti, seguiti dall’indicazione del nome corrispondente ritrovabile nel manoscritto. Le Vite sono quindi divise per lettere; a seguire di ogni lettera, si ritrovano numerose ulteriori carte che costituiscono gli Aggiunti a ciascuna lettera, secondo quanto espresso nell’intestazione delle varie carte dallo stesso autore. Assenti tavole finali o appendici. Ogni carta è scritta sulla mezza colonna di destra, mentre la sinistra è dedicata a notazioni aggiuntive stese in un momento successivo, relative alla voce biografica della colonna destra” (p. 11). Gabburri parte per prima cosa dal testo dell’Abcedario pittorico orlandiano e, ordinando gli artisti per nome, integra o emenda le biografie del padre bolognese. Non siamo di fronte tuttavia a un intervento che mantiene inalterato la struttura dell’Abcedario. La mole delle integrazioni è notevolissima. Per nostra fortuna (cfr. p. 12) Gabburri (a cui piace indicare sempre le sue fonti) distingue sempre fra il contributo originale di Orlandi e le sue integrazioni, che vengono sempre sottolineate. Vi è poi, al termine delle vite orlandiane, un’amplissima sezione di Aggiunte che costituiscono un apporto originale di Gabburri. Dobbiamo qui limitare il significato del termine “originale”: non stiamo parlando di vite scritte dall’erudito toscano, ma quasi sempre collazionate dal medesimo attraverso altre fonti, diverse dall’Orlandi. Non solo; col passare degli anni un numero fittissimo di note ulteriori iniziano a comparire nella colonna sinistra del manoscritto (quella appunto delle annotazioni posteriori alla prima redazione): “tali notazioni, spesso redatte con una calligrafia più minuta arrivano, in alcuni casi, a riempire quasi con horror vacui ogni centimetro del manoscritto” (p. 15).
[5] Se ora cerchiamo di interrogarci sulla datazione dell’opera, una prima risposta sorge spontanea; ovvero che le Vite sono il risultato di una sedimentazione durata anni. La tradizione, basata su un pionieristico studio di Fabia Borroni Salvadori (Francesco Maria Niccolò Gabburri e gli artisti contemporanei in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, 1974) vuole che il lavoro di Gabburri sia cominciato quanto meno nel 1719 per giungere in sostanza sino alla morte (1742); l’ipotesi si fonda sui numerosi esempi di biografie in cui singoli artisti sono citati come felicemente viventi nel 1719. L’attento esame del manoscritto, tuttavia, ha permesso di stabilire che in tutti questi casi l’autore sta in realtà trascrivendo i testi delle biografie di Pellegrino Orlandi (la cui seconda edizione dell’Abcedario – lo ricordiamo – uscì proprio nel 1719): tutte le occorrenze ricadono cioè nella prima parte del manoscritto, quella copiata dall’Orlandi, e non sono sottolineate; non sono cioè apporti di mano di Gabburri. Non solo; l’analisi delle Aggiunte consente di vedere come, perfettamente inframmezzati ad altre biografie di diversa fonte, si ritrovino i dati relativi a quegli artisti napoletani che Antonio Roviglione aggiunse nell’edizione napoletana del 1731 (edizione che – lo si ricordava – riportava il testo orlandiano del 1719 con le aggiunte finali del Roviglione). Appare dunque certo che Gabburri lavorò avendo sotto mano una copia dell’edizione napoletana del 1731 dell’Abcedario pittorico. E ancora: la digitalizzazione dell’opera (particolarmente utile in queste circostanze) consente ulteriori analisi testuali: “Interrogando il testo trascritto con la richiesta relativa agli anni compresi tra 1720 e il 1732, si legge chiaramente come ogni volta che vengono nominati anni compresi tra questo intervallo, non vi è mai un’indicazione al presente, come «sta lavorando» o «vive nel presente anno», ma sempre al passato” (p. 14). Le notazioni al presente compaiono raramente dal 1733 e si moltiplicano in corrispondenza degli anni 1738-1739. E infine, quasi tutte le correzioni che compaiono nella finca sinistra del manoscritto riportano gli anni 1740-1741. Tutti questi fattori permettono oggi di avanzare le seguenti ipotesi: Gabburri iniziò a lavorare alle sue Vite attorno al 1732, cioè nei mesi in cui comunicava al Mariette di voler ristampare l’Abcedario pittorico di Orlandi e a lui chiedeva notizie sugli artefici francesi. Probabile che gli anni seguenti siano stati soprattutto di raccolta e di studio; certamente la fase cruciale della redazione del manoscritto risale al 1738-1739, e quella della revisione dello stesso impegna il biennio 1740-1741.
[6] Non meno importante è cercare di capire in che modo Gabburri si differenzia da Orlandi; e non solo per l’aggiunta (ovvia) di artisti a lui contemporanei che l’autore dell’Abcedario non ebbe modo di conoscere, ma proprio nell’impostazione dell’opera. Qui gli spunti richiamati dall’autrice sono tantissimi (è veramente raro leggere un saggio di questa densità, ma anche di questa chiarezza). Ricordiamo i tre che ci sembrano i più importanti rimandando per il resto alla lettura del testo:
- Gabburri mostra una particolare attenzione nei confronti di figure appartenenti alle cosiddette “arti minori”: “l’attenzione per le arti applicate si concretizza anche in un uso preciso del lessico artistico, utilizzato nell’indicazione puntuale della particolare tecnica impiegata dall’artista; una terminologia specifica si registra, inoltre, nei casi in cui Gabburri tratta dell’arte incisoria, tecnica che occupa un posto speciale nelle Vite. Proprio in relazione a quest’ultima considerazione, si segnala come molte delle vite aggiunte siano proprio di incisori” (p. 17);
- l’orizzonte di Gabburri è sicuramente europeo. L’erudito toscano cerca e consulta (direttamente o tramite corrispondenti che traducono per suo conto) notizie sugli artisti spagnoli, francesi, fiamminghi. Va detto peraltro che in questa maniera viene a servirsi dei principali testi della letteratura artistica straniera (si veda la Bibliografia gabburriana). E se i nomi di Palomino, di Félibien, di de Piles e Van Mander possono sembrare in qualche modo scontati, ve ne sono altri che lo sono molto meno e sono indice di una ricerca delle fonti non superficiale: è il caso ad esempio di Juan de Butrón per gli spagnoli o di Jacob Campo Weyerman (noto in Italia anche come il Campovivo) per i fiamminghi (cfr. Vaima Gelli. Osservazioni sulle notizie di artisti stranieri nelle Vite di Pittori di Gabburri. Breve esame di alcune fonti);
- se l’Orlandi è, sulla scia di Malvasia, fortemente critico nei confronti di Vasari, Gabburri torna (comprensibilmente) a riaffermare la preminenza della storiografia artistica fiorentina. “Vasari è difeso ogni qual volta Orlandi, sulla scia del conterraneo Malvasia, avanza perplessità o polemiche… Se Vasari è difeso a spada tratta, Baldinucci diventa una sacra scrittura alla quale appellarsi nei casi dubbi… L’ammirazione di Gabburri per Baldinucci non investe solo l’opera di storiografo, ma il personaggio tout-court, per la sua vicinanza con i granduchi e i sovrani dell’epoca, per le sue parallele imprese letterarie e collezionistiche, per la sua abilità nel padroneggiare le varie tecniche grafiche, per la passione per i ritratti di amici e pittori” (p. 19).
[7] E' del 2015 la pubblicazione di Conoscere collezionando. I ritratti della Collezione Gabburri, a firma di Andrea Donati.

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