English Version
Painting in Tempera, c. 1900
[La pittura a tempera attorno al 1900]
A cura di Karoline Beltinger e Jilleen Nadolny
Londra, Archetype Publications, 2016
A cura di Karoline Beltinger e Jilleen Nadolny
Londra, Archetype Publications, 2016
Recensione di Giovanni Mazzaferro
Parte Seconda
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| Fig. 7) Edvard Munch, L'urlo, 1893, olio, tempera e pastello su cartone, Oslo National Gallery Fonte: http://www.ibiblio.org/wm/paint/auth/munch/ tramite Wikimedia Commons |
Leggi la Parte Prima
Paola Travaglio,
Evidence for wax tempera binding media in Italian
technical literature of the first half of the 20th century
(Testimonianze
sull’utilizzo di leganti a ‘tempera a cera’ nella letteratura tecnica italiana
della prima metà del XX secolo).
“Il dibattito italiano
sull’encausto e sull’uso della cera in pittura, che iniziò a metà del XVIII
secolo, continuò per quasi due secoli. Nel corso dell’800 assunse un carattere
più ‘scientifico’ e divenne anche parte integrante delle discussioni relative
al campo della conservazione, raggiungendo la sua fase finale nella letteratura
tecnica della prima metà del XX secolo. Se i primi esperimenti miravano a
investigare con approccio filologico le antiche tecniche della pittura ad
encausto, tra XIX e XX secolo a prevalere furono le descrizioni sull’uso dei
vari materiali e sulle procedure. L’obiettivo principale sembra essere stato
quello di emulare gli effetti visivi raggiunti dalle pitture dei romani per far
assumere alle opere d’arte un ‘aspetto antico’ […]. Dal dibattito sull’encausto
si sviluppò una discussione parallela su misture leganti contenenti cera che in
effetti erano a tutti gli effetti pitture a tempera (pitture in cui solo una piccola
quantità di cera, o di cera saponificata, era introdotta all’interno di
formulazioni tipiche della tempera). Ad eccezione delle tempere De Pidoll, non
abbiamo prove in merito alla produzione industriale di simili tempere ibride.
La ricerca, sia da un punto di vista documentario sia da quello dell’analisi di
laboratorio, solleva molte domande che rimangono irrisolte. Tuttavia, ‘tempere
a cera’ di questo tipo furono senza dubbio usate in un periodo in cui, stando
alle descrizioni contemporanee, ‘folle di artisti usano formule e ricette di
ogni periodo e di qualsiasi scuola, e parlano tutte le lingue, morte o vive che
esse siano’ (Moreau-Vauthier 1912/edn 1913, p. 76)” (pp. 80-81).
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| Fig. 8) Egon Schiele, La tavola rotonda, 1918, olio e tempera su tela, Vienna, Leopold Museum Fonte: artdaily.com tramite Wikimedia Commons |
Karoline Beltinger,
The Pereira Tempera System
(Il Sistema a Tempera ‘Pereira’)
Non vi è dubbio che fra tutti gli
operatori legati al mondo della produzione della tempera il barone austriaco
Alfons Ludwig von Pereira-Arnstein fu il personaggio che acquisì maggiore
popolarità, nonché uno dei più controversi. Pereira era un diplomatico, che in
forza della sua professione visse a lungo a Roma, poi a Stoccarda (sede del
Granducato del Wüttenberg) e poi di nuovo a Vienna. La sua reale passione
era però quella della ricostruzione delle tecniche pittoriche a tempera, che
sfociò nella produzione industriale di una serie di strumenti ad uso e consumo
degli artisti che prese il nome di ‘Sistema Pereira’, e che andava dalle
imprimiture delle tele fino all’applicazione di vernici protettive.
In realtà a rendere famoso
Pereira fu un’accorta e impeccabile campagna di promozione (e di
autopromozione) dei propri prodotti. Il barone si presentava innanzi tutto come
una figura slegata dalle grandi imprese manifatturiere che producevano i colori
industrialmente (anche se anch’egli, di fatto, su questo tipo di produzione
fece le sue fortune). Pereira si dichiarava “dalla parte degli artisti” contro
ogni tentativo di adulterazione dei pigmenti da parte degli industriali (una
leggenda popolare di cui correva voce negli ambienti artistici).
La produzione dei prodotti
Pereira si può idealmente suddividere in due periodi: dal 1891 al 1897 prima, e
dal 1897 poi. In una prima fase il barone presentò tempere che non erano
emulsioni: Pereira era assolutamente contrario all’uso dell’olio e riteneva che
la stessa invenzione dei colori ad olio da parte dei Van Eyck non fosse altro
che la sovrapposizione finale di uno strato di smalti oleosi su quadri lavorati
a tempera. Il che in qualche modo spiega perché il Sistema Pereira, nella
sostanza, risultasse dalla sequenza di due fasi ben divise: da un lato la
pittura vera e propri, coi pigmenti venduti in tubetti separati e unanimemente
ritenuti di ottima qualità e dall’altro una serie di veicoli liquidi che
andavano mescolati ai pigmenti secondo una procedura di non facile esecuzione.
Poco prima della
commercializzazione dei suoi prodotti Pereira cominciò ad avvicinare alcuni fra
gli artisti più in vista nel panorama europeo, muovendosi soprattutto fra
Parigi e Monaco. Chiese a tutti di provare le sue tempere, spiegò in che
maniera farlo, riuscì a farsi fare saggi di opere da mostrare ed esibire,
raccolse e pubblicò i pareri positivi dei pittori più entusiasti cassando
sistematicamente quelli negativi. Nel giugno del 1891 presentò il suo sistema
in una seduta straordinaria della Società degli Artisti di Francia a Parigi;
poi portò con sé le opere eseguite a Parigi dagli artisti francesi e le espose
a Stoccarda. L’anno dopo, servendosi delle sue conoscenze diplomatiche, tenne
un nuovo incontro a Parigi allargato agli artisti dell’associazione di belle
arti dell’Impero austro-ungarico.
Il sistema Pereira, insomma,
deflagrò come una bomba nel mondo artistico europeo. La tabella 4) del saggio
elenca tutti gli artisti che risultarono utilizzare i colori del barone
austriaco; di molti di essi riporta i giudizi entusiastici che ebbero modo di
leggersi sulla stampa specializzata. I nomi sono centinaia, e – come già detto
– vanno letti trasversalmente rispetto ai relativi indirizzi stilistici. In
Francia, ad esempio, si possono ricordare Bouguereau, Pissarro e Puvis de
Chavennes; fra i tedeschi abbiamo già portato i casi di von Lenbach e von Stuck.
Il successo di Pereira era
scomodo per molti; non solo per i più tenaci sostenitori della pittura ad olio
che si radunavano attorno a Keim nella German
Society for the Promotion of Rational Painting Methods, ma anche per gli
altri imprenditori che producevano tempere industrialmente. Come detto il
barone austriaco era riuscito a far passare l’idea di essere ‘al di fuori’ del
sistema che oggi definiremmo capitalistico, e di combattere la stessa battaglia
degli artisti. L’organizzazione del convegno monacense del 1893 di cui abbiamo
parlato a proposito di Berger va letta proprio in questo contesto: una risposta
organizzata (che, come detto, si rivelò un boomerang) da parte dei partigiani
della pittura ad olio, volta a screditare i prodotti Pereira.
Col passare degli anni, tuttavia,
alcune magagne vennero a galla. In particolare emersero la difficoltà del
metodo e la possibilità che la tempera potesse parzialmente cambiare tonalità
nel corso della lavorazione. Fatto sta che nel 1897 Pereira introdusse una
nuova gamma di prodotti, questa volta radicalmente semplificata, che non
necessitava più di tenere separati pigmenti e veicoli, ma che risultava in un
unico prodotto. Di fatto, il vecchio metodo fu abbandonato a favore del nuovo
più semplice; Pereira si astenne tuttavia dal far presente che ad essere
venduta, questa volta, era un’emulsione in cui compariva anche olio di lino.
Nella sostanza, il barone era tornato indietro sui suoi passi, e sia pur in
maniera nascosta (circostanza che i suoi detrattori non mancarono di
stigmatizzare) si era convertito alla tempera così come era stata definita ad
esempio da un Berger.
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| Fig. 9) Paula Modersohn-Becker, Ragazza con il cappello nero, 1903 circa, tempera su tela, collezione privata Fonte: https://www.lempertz.com/71+M548e379e085.html |
Sandro Baroni, Simona Rainaldi e Maite Rossi,
Tempera paints in Italy
in the first half of the 20th century, with a special focus on ‘Tempera grassa’
di Maimeri
(Pitture a tempera in Italia nella prima metà del XX secolo, con
particolare riferimento alla ‘tempera grassa’ di Maimeri)
Il quadro della produzione
artistica a tempera nell’Italia a cavallo fra ‘800 e ‘900 è estremamente
frammentato. Mancavano strutture imprenditoriali che dessero vita a produzioni
di carattere industriale. Tuttavia l’interesse per la tempera era altissimo,
almeno per due motivi: la tecnica, innanzi tutto, era considerata identitaria
dell’arte italiana; c’era una tradizione da preservare e da portare avanti, e
questa tradizione si legava ovviamente ai grandi capolavori del passato;
d’altro lato, a partire dal 1920 circa (ovvero dopo la fine della Prima Guerra
mondiale e con l’avvento del fascismo) fu particolarmente sentito il cosiddetto
‘ritorno all’ordine’, ovvero il ritorno alle tecniche artigianali delle
botteghe medievali o quattrocentesche e alle loro lavorazioni. Concettualmente
può sembrare una contraddizione in termini. Eppure non lo era. Il fatto che non
esistessero aziende che producevano colori (ad olio o a tempera) non voleva
certo dire che non si dipingesse: semplicemente che i tubetti erano importati
dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Germania (non mancano nemmeno in Italia
i sostenitori del Sistema Pereira). Va poi detto che il principale artefice del
‘ritorno all’ordine’ italiano, da un punto di vista tecnico è quel Giorgio de
Chirico, autore di un Piccolo
trattato di tecnica pittorica che abbiamo già avuto modo di recensire su
questo blog e frequentatore in giovinezza degli ambienti monacensi fra 1907 e
1909 (dove conobbe anche Berger).
Il saggio presenta alcune figure
di pittori-artigiani italiani, che oltre a dedicarsi allo studio della tempera
ne produssero personalmente secondo ricette tenute il più delle volte segrete;
è il caso ad esempio di Cesare Laurenti (1852-1930), di Mario de Maria
(1852-1924), di Francesco Paolo Michetti (1851-1929). Da non dimenticare peraltro
che lo stesso Böcklin (che passò gli ultimi anni della sua vita in Italia
e che fu grande sostenitore della tempera) si fece produrre materiali da una
farmacia fiorentina sul finire degli anni ’90, sulla base di indicazioni da lui
stesse fornite. Né si possono tralasciare, più avanti negli anni, figure
eccentriche come quelle dello spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo, residente a
Venezia, i cui prodotti a tempera riscontrarono buon successo soprattutto fra i
restauratori e gli artisti dell’Accademia di Brera.
Il caso del pittore Gianni
Maimeri (1884-1951), pur attendendo un esame più dettagliato, è quello che
senza ombra di dubbio promette meglio da un punto di vista documentario. Gianni
aprì nel 1923 assieme al fratello Carlo (1886-1957) un’azienda specializzata
nella produzione di colori. Pur senza assumere mai dimensioni paragonabili ad
analoghe aziende straniere, la ditta dei fratelli Maimeri proseguì a lungo la
sua attività, con particolare attenzione alla tempera. Gianni fu peraltro
autore di un incompleto Trattato della
pittura (1930) pubblicato solo di recente in cui largo spazio era appunto
dedicato alla tempera. In appendice al saggio sono fornite note che compaiono
su un quaderno di laboratorio scritto fra il 1949 il 1951, in cui vi è la
possibilità di seguire l’attività sperimentale dell’azienda dell’artista, i
tentativi, i fallimenti e i successi nella ricerca di nuove formule chimiche
che migliorassero il rendimento dei colori a tempera Maimeri.
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| Fig. 10) Giorgio de Chirico, Natura morta con coltello, 1932, tempera e olio su tela Fonte: Fondazione Giorgio e Isa de Chirico |
Albrecht Pohlmann,
Photografic layer and paint layer: approaches to
tempera beyond tradition
(Strati fotografici e strati di pittura: approcci non
tradizionali alla tempera)
Tutti gli approcci alla tempera
di cui si è parlato sino ad ora sono in qualche modo legati al recupero di
tecniche passate, indipendentemente dal fatto che gli artisti ne facessero uso
per replicare esattamente le gloriose produzioni degli antichi maestri o per
sviluppare nuovi indirizzi artistici. Non bisogna trascurare tuttavia – ed è il
caso di questo contributo – che gli sviluppi tecnologici portarono a una
fruttuosa interrelazione fra le tecniche artistiche e, ad esempio, l’area della
fotografia. Sul mercato cominciarono ad essere venduti prodotti a tempera da un
lato ispirati ai processi impiegati nelle moderne tecniche fotografiche,
dall’altro consigliati per colorare le fotografie (all’epoca allora in bianco e
nero). Sono ricordate le esperienze dell’Aquolin
di Emil Jacobsen, di Otto Buss, e dei colori a tempera Bössenroth.
Albrecht Pohlmann, Kathrin Kinseher, Wibke Neugebauer, Eva Reinkowski-Häfner e Simona Rinaldi,
A tabulated
listing of industrially produced tempera paints (Una lista dei colori a tempera
prodotti industrialmente attorno al 1900).
Il censimento dei prodotti a
tempera utilizzati fra fine Ottocento e inizio Novecento soprattutto fra Italia
e Germania (ma anche in altri paesi europei) sintetizza in un’unica tabella di
ben trentasei pagine la ricchezza della ricerca documentaria e di laboratorio
svolta dai curatori del volume. Si tratta di centinaia di prodotti (di cui a
volte non è nemmeno noto il nome esatto con cui furono immessi sul mercato) di
cui è indicato l’inventore, il nome dell’azienda che li produsse, la
composizione dei medesimi, la prima circostanza in cui vengono menzionati, una
bibliografia di riferimento e il nome degli artisti che certamente ne fecero
uso. Uno strumento di informazione sintetico e preziosissimo.
Wibke Neugebauer,
Layered and alla prima: some examples of tempera
painting techniques, 1850-1914
(Pittura a strati e alla prima: alcuni esempi di
tecniche pittoriche su tempera fra il 1850 e il 1914)
Il saggio di Wibke Neugebauer è
dedicato alla tecnica di realizzazione dei dipinti a tempera ed è frutto di una
ricerca finanziata dal Doerner Institut di Monaco. Non a caso prende in considerazione
le opere di artisti gravitanti soprattutto sulla capitale bavarese, artisti
(come abbiamo già visto) a volte di orientamento molto diversi. Monaco fu senza
dubbio uno dei centri in cui l’uso della tempera più si diffuse sin dalla
seconda metà dell’Ottocento, grazie soprattutto al lavoro di artisti come
Arnold Böcklin.
Böcklin
è uno degli artefici presi in considerazione assieme a Franz von Stuck, Franz
von Lenbach, Wassily Kandisky, Julius Exter e Otto Modersohn.
Nella sostanza appare evidente come
i quadri possano essere dipinti a strati o ‘alla prima’ (semplificando al
massimo, si potrebbe dire tutti in una volta). La tempera fu usata nella
pittura a strati sia come componente del primo strato su cui poi si dipingeva
ad olio, sia come strumento per tutti gli strati. Ovviamente, il tipo di
tempera utilizzato e i procedimenti seguiti portavano gli artisti a doversi
scontrare con difficoltà tecniche diverse e a realizzare opere il cui impatto
visivo era diverso. Mi pare molto interessante, ad esempio, il paragone che
viene operato tra la prima versione della Villa
sul mare di Arnold Böcklin (1864) (Fig. 11) e la Guerra
di Franz von Stuck (1894). Entrambi sono realizzati integralmente a strati
di tempera, ma con fini completamente diversi (e dunque materiali fra loro
molto differenti): nel primo caso l’artista (particolarmente interessato agli
effetti visivi degli affreschi pompeiani) cerca di riprodurre su tela i
risultati di un affresco (si veda sopra Eva Reinkowski-Häfner, From wall to canvas…); nel secondo von
Stuck si propone di dar vita a un’opera che produca gli effetti di una tela ad
olio. Allo stesso modo è sintomatico l’utilizzo diverso che si può fare della
tempera anche se utilizzata semplicemente come primo strato di un quadro poi
terminato ad olio. Si tratta di una delle soluzioni più comuni riscontrate
storicamente perché la convinzione era quella che fosse appunto la tecnica
degli antichi maestri. Qui il confronto è operato fra la copia del Concerto di Tiziano eseguita da von
Lenbach nel 1865, in cui l’intento è quello della replica esatta di un
capolavoro del Cinquecento italiano, anche da un punto di vista del
procedimento di lavorazione, e la seconda versione della Villa sul mare di Böcklin (1865) (fig. 12), eseguita dopo che il
committente aveva rifiutato la prima perché ritenuta poco naturalistica. Qui Böcklin
affianca zone lavorate a tempera (il mare, il cielo) con altre eseguite ad olio
(la vegetazione) proprio per ottenere gli effetti richiesti dal cliente. La
lavorazione a tempera ‘alla prima’ (sia pure non particolarmente comune) è
presa in considerazione con riferimento ad opere di Otto Modersohn e Wassily
Kandinsky.
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| Fig. 11) Arnold Böcklin, Villa sul mare I, 1864, olio e tempera su tela, Monaco, Schack Collection Fonte: Wikimedia Commons |
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| Fig. 12) Arnold Böcklin, Villa sul mare II, 1865, olio e tempera su tela, Monaco, Schack Collection Fonte: Wikimedia Commons |
Patrick Dietemann, Wibke Neugebauer, Ursula Baumer, Irene Fiedler,
Cedric Beil, Andrea Obermeier, Stephan Schäfer
e Stefan Zumbühl,
Analysis of complex
tempera binding media combining chromatographic techniques, fluorescent
staining for proteins and FTIR-FPA imaging
(Analisi di leganti a tempera
complessi ottenute combinando tecniche cromatografiche, sistemi di colorazione
fluorescente e immagini FTIR-FPA)
Mi scuso, ma le mie conoscenze
non sono tali da permettermi di affrontare la lettura di questo e del saggio
successivo (non ho una formazione da chimico). In generale posso dire che il
presente saggio prende in considerazione analisi di laboratorio condotte
proprio sui quadri citati nel contributo precedente e si propone quindi di
mettere a confronto le informazioni scritte risalenti al periodo di esecuzione
delle opere con vari (tre in particolare) procedimenti di analisi. Il risultato
è che i tre procedimenti vanno considerati nell’ambito di un unico protocollo
di analisi perché altrimenti rischiano di restituire informazioni parziali e
fuorivianti.
Ester S.B. Ferreira, Karin Wyss, Violaine de Villemereuil, Karoline
Beltinger, Federica Marone, Nadim C. Scherrer e Stefan Zumbühl,
The role of reconstructions in the
identification of a wax/resin/gum tempera binder developed by Hermann Urban in
1901 and used by Cuno Amiet in 1902
(Il
ruolo delle ricostruzioni di laboratorio nell’identificazione di un legante a
tempera con cera/resina/gomma sviluppato da Hermann Urban nel 1901 e utilizzato
da Cuno Amlet nel 1902).
L’ultimo saggio è dedicato a
ricerche svolte nell’ambito dello Swiss Institute for Art Research su opere
dell’artista svizzero Cuno Amiet (1868-1961). Il tentativo è quello di riprodurre
in laboratorio tecniche e materiali utilizzati dall’artista. Vale anche qui il
discorso fatto nel caso precedente: le mie conoscenze non mi permettono di affrontarne
con successo la lettura.






trovo quanto letto di straordinario interesse. Persiste il desiderio di saperne ancora di più e di fare esperimenti pratici circa quanto appreso. Che non esistano sistemi puri in pittura é un fatto accertato (solo tempera, solo olio ecc.). Per quanto ho appreso dalla mia minima esperienza posso dire dire che é agevole e saggio, per innumerevoli motivi, cominciare a guazzo o tempera e finire ad olio.
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